{"id":919,"date":"2026-10-05T10:04:57","date_gmt":"2026-10-05T08:04:57","guid":{"rendered":"https:\/\/www.melazzini.com\/it\/archivio\/lo-zen-e-le-montagne\/"},"modified":"2026-10-20T12:44:57","modified_gmt":"2026-10-20T10:44:57","slug":"lo-zen-e-le-montagne","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.melazzini.com\/it\/archivio\/lo-zen-e-le-montagne\/","title":{"rendered":"Lo Zen e le montagne"},"content":{"rendered":"\n

Appunti di un meditante distratto<\/em><\/p>\n\n\n\n

\u00c8 nota la definizione del tempo data da Sant\u2019Agostino: \u00abSe nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so\u00bb. Penso sempre a questa massima le rare volte in cui parlo del mio interesse per il buddismo Zen. Quando cerco di definirlo puntualmente ci riesco solo per sottrazione. Non \u00e8 (solo) una religione, sebbene abbia un clero, un rito e varie scuole, non sempre in accordo tra loro. Non \u00e8 propriamente una filosofia: della filosofia, anzi, lo Zen spesso si fa beffe. Questo avviene anche nella scuola Rinzai, forse una delle pi\u00f9 intellettuali, che cerca di scardinare la mente a forza di koan, storie e indovinelli impossibili da comprendere con la mente razionale.<\/p>\n\n\n\n

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Daid\u014d Bunka, Il carattere \u201ccuore-mente\u201d come ens\u014d<\/em> (inizio XVIII secolo). Los Angeles County Museum of Art. Immagine: Daid\u014d Bunka, pubblico dominio, via Wikimedia Commons<\/a><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n

Lo Zen \u00e8 soprattutto una pratica. La pratica di stare seduti e meditare, certamente. Ma anche una pratica di vita, di come si accetta la vita, di come si risponde ai fatti e a ci\u00f2 che ci accade intorno.<\/p>\n\n\n\n

Una delle caratteristiche pi\u00f9 affascinanti dello Zen \u00e8 la sua ironia paradossale.
I libri sull\u2019argomento sono pieni di storie di monaci che, interrogati da giovani aspiranti meditatori, anzich\u00e9 sciorinare la loro conoscenza, sbalordiscono l\u2019ascoltatore con azioni improvvise, risposte taglienti, senza dimenticare talvolta di assestare anche qualche ceffone. C\u2019\u00e8 del metodo in questa pazzia. Vi \u00e8 la convinzione che nessun discorso, nessuna spiegazione possano portare alla tanto agognata illuminazione. A chi mastica di filosofia diremmo che il discorso dianoetico, ovvero il discorso razionale, quello che si articola per proposizioni logiche, nelle spiegazioni zen cede sempre il passo alla visione noetica, alla comprensione totale del tutto o quantomeno alla sua ricerca.<\/p>\n\n\n\n

Tutto ci\u00f2 potrebbe sembrare fumoso misticismo, o quantomeno molto teorico, e potrebbe indurre a perdersi in conversazioni dotte. Ed ecco allora il colpo ben assestato di canna di bamb\u00f9 con cui il maestro ti frusta la schiena, ecco la storiella bizzarra che cerca di mandarti in corto circuito, ecco il verso animalesco pronunciato da chi ti sembrava un serio dignitario. Tutti espedienti per scuoterti dalla pigrizia intellettuale, senza spingerti a credere che il contrario della razionalit\u00e0 discorsiva sia solo pura invenzione. Il maestro zen non vuole portarti in un mondo pi\u00f9 irrazionale, bens\u00ec cercare di smuovere il dualismo necessario alla razionalit\u00e0, per spingere la mente verso un piano diverso. Dico diverso, non superiore, per sfuggire all\u2019accusa di chi crede che, perseverando con la meditazione, ci si voglia trasformare in un superuomo. Lungi dall\u2019essere il conferimento di certi strani poteri, quello che lo Zen chiama Satori e che, con altra sfumatura, i buddisti chiamano Nirvana, altro non \u00e8 che una maggiore consapevolezza della propria relazione col mondo.<\/p>\n\n\n\n

Una delle frasi zen a cui sono pi\u00f9 legato, riportata da D.T. Suzuki, spiega che, prima di raggiungere l\u2019illuminazione, le montagne appaiono come le montagne e le acque appaiono come le acque. Solo quando si raggiunge il Satori si comprende che le montagne non sono montagne e le acque non sono acque. E dopo aver raggiunto questo stato di grazia, cosa dovrebbe succedere? Succede che finalmente si capisce davvero come le montagne siano montagne e come le acque rimangano le acque.<\/p>\n\n\n\n

Tutto ci\u00f2 evidenzia come, trascorso il breve momento in cui davvero un\u2019illuminazione improvvisa pu\u00f2 portare, in taluni, a un sobbalzo della mente, chi ha raggiunto il Satori non cammina dieci centimetri sollevato da terra. Semplicemente vive la vita di tutti i giorni con una coscienza diversa. La consapevolezza che il nostro mondo, fatto di separazione tra l\u2019Io e il non-Io (direbbe Fichte), \u00e8 pura illusione. Da questo non consegue che si possa vivere come spiritati, o che le leggi della fisica per noi vengano messe fuori gioco. Al contrario, lungi da ogni superomismo, lungi da un misticismo strisciante, la constatazione che il nostro Ego \u00e8 soprattutto un ostacolo alla comprensione del tutto ci spinge, nello Zen, a una vita concreta. A una vita centrata. Fatta di meditazione, regole<\/a>, ordine. Da vivere con la consapevolezza che forse non siamo al centro di tutto e che di certo tutto quello che pensiamo di aver capito, in fondo, \u00e8 niente. Perch\u00e9 tutto passa e nulla \u00e8 permanente. Che il dolore, quindi, \u00e8 passeggero come lo siamo noi\u2026 senza troppo interrogarci su cosa noi davvero siamo.<\/p>\n\n\n\n

Ecco perch\u00e9, secondo me, \u00e8 difficile definire lo Zen davvero una religione. Certamente esso nasce e si sviluppa nell\u2019alveo del buddismo, ma del buddismo \u00e8 forse una delle correnti pi\u00f9 sobrie, alcuni direbbero, pi\u00f9 aride. Quanta distanza corre tra il misterioso buddismo tibetano e la sobriet\u00e0 disarmante dello Zen, portato dall\u2019India in Cina da Bodhidharma e poi approdato e fiorito in Giappone. Reincarnazione, monoteismo o politeismo? Il maestro zen poco si cura della trascendenza. Questa non \u00e8 mancanza di sensibilit\u00e0. Semplicemente, poco importa alla nostra esistenza terrena ci\u00f2 che accade nel mondo ultraterreno. Lo Zen non \u00e8 cristiano, non ti spinge a comportarti bene per la paura di un Dio giudicante. Volendo, \u00e8 una pratica molto pi\u00f9 volterriana, secondo cui vale la pena comportarsi bene perch\u00e9 in fondo, come scrive Voltaire, \u00absiamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente i nostri torti, \u00e8 la prima legge di natura\u00bb.<\/p>\n\n\n\n

Una vita improntata al buddismo Zen non cambia a seconda che si viva ancora o che si venga giudicati da uno o forse pi\u00f9 di un dio. Una vita improntata allo Zen \u00e8 regola, sobriet\u00e0 e meditazione. E questo non per titillare il proprio egocentrismo. Al contrario, le storie zen sono piene di esempi di egoismi bacchettati, di ambizioni castrate, di egotismi scombussolati. Ci vuole molta disciplina per immergersi nello strano mondo dello Zen. Non come la disciplina e la forza d\u2019animo di Huike che, racconta la leggenda, attese immobile nella neve davanti a Bodhidharma e, per provare la propria risolutezza, arriv\u00f2 a tagliarsi un braccio, diventando il secondo patriarca (ma chi glielo faceva fare, ci chiediamo noi lettori moderni). Certe storielle di aspiranti monaci respinti alle porte dei monasteri parlano addirittura di attese di anni e anni. Naturalmente ogni storiella, tanto pi\u00f9 se zen, va presa con le pinze. Ma certo non \u00e8 un caso che questa branca del mondo buddista abbia avuto tanto successo tra i boschi e i monti del Giappone, dove sono fioriti i suoi luoghi di culto. L\u2019abnegazione e la disciplina zen hanno molto contribuito a formare il codice dei samurai, come insegna Inazo Nitobe in Bushido. L\u2019anima del Giappone<\/em>. Ma l\u2019aspetto caratteriale e la disciplina sono solo una parte, forse minore, dell\u2019universo che si dispiega a chi si immerge nello studio di questa corrente buddista. Uno studio che \u00e8 peraltro un grosso sbaglio, poich\u00e9 \u00e8 lo stesso Zen a ripeterlo: nessun libro sostituisce la semplice e pura pratica meditativa. Per noi occidentali, a furia di ridurre e astrarre, \u00e8 difficile afferrare cosa sia davvero lo Zen. Ma, come direbbe un programmatore, questa \u00e8 una feature<\/em>, non un bug<\/em> di questa scuola di vita. Pensare che bastino le parole a spiegare cosa sia lo Zen sarebbe come tentare di insegnare a un pesce a cosa serva una bicicletta. Assurdo? Inutile? Bizzarro? Scegliete voi.<\/p>\n\n\n\n

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Josetsu, Catturare un pesce-gatto con una zucca<\/em> (1413 circa). Taiz\u014d-in, My\u014dshin-ji, Kyoto. Immagine: \u5982\u62d9 (Josetsu), pubblico dominio, via Wikimedia Commons<\/a><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n

Uno degli aspetti pi\u00f9 liberanti, quando ci si avvicina a questo mondo, \u00e8 l\u2019imparare a capire come reagire di fronte a ci\u00f2 che ci accade. Anche qui avvicinarsi allo Zen significa sempre una messa a terra. I fatti, ammoniva Wittgenstein, non sono cose: non li si trova per terra come ciottoli. Le ciotole, semmai, lo Zen ti manda a lavarle: racconta un vecchio koan che un monaco chiese al maestro J\u014dsh\u016b di istruirlo. \u00abHai mangiato la tua zuppa di riso?\u00bb, domand\u00f2 il maestro. \u00abS\u00ec\u00bb. \u00abAllora va\u2019 a lavare la tua ciotola\u00bb. Di certo i fatti accadono, e spesso ci vengono incontro. Talvolta ai fatti ci sbattiamo contro. La lezione zen, che naturalmente non vuole essere una lezione ma un indice puntato che lascia aperta ogni interpretazione, \u00e8 quella dell\u2019accettazione radicale della realt\u00e0. Non perch\u00e9 banalmente si creda che la realt\u00e0 sia qualcosa di immutabile e separato da noi. Questo allo Zen non interessa: lo lascia alle discussioni tra i filosofi e i fisici. Per chi si interessa di Zen \u00e8 fondamentale capire che il mondo che ci accade davanti significa, per noi, anche emozioni dolenti. Ma lungi dal negare il dolore, lungi dall\u2019esortare a fare come se questo non fosse, la via zen all\u2019esistenza spinge a una presa di coscienza radicale della nostra impossibilit\u00e0 di governare tutto quanto ci accade intorno. Questa presa d\u2019atto, questo rifiuto dell\u2019abbellimento, della bugia, questo rifiuto di svicolare in narrazioni edulcorate, questa radicale presa di coscienza della realt\u00e0 come a noi appare, anche nei suoi aspetti pi\u00f9 sgradevoli e dolorosi, \u00e8 la premessa per modificare quello che davvero possiamo cambiare. Ovvero la nostra reazione a quanto ci accade. Perch\u00e9 spesso il dolore non sta nei fatti ma nella nostra elaborazione di essi, nel nostro scervellarci, nel nostro ingigantirli, nel nostro diventarne schiavi anzich\u00e9 semplicemente accettarli e comportarci, nei limiti del possibile, nella maniera migliore per superarli senza negarli.<\/p>\n\n\n\n

Questo \u00e8 il succo, forse, della meditazione. Il tentativo di fare vuoto dentro di s\u00e9, di cessare la contemplazione, il pensiero, la generazione di nuovo dolore sulla base di quanto ci \u00e8 venuto incontro. Per questo meditare \u00e8 difficilissimo. Diffidate di chi afferma di meditare correttamente. Buddha, racconta la tradizione, ci mise sei anni di ascesi e meditazione per raggiungere il suo Satori; molti di noi non riusciranno nemmeno in settanta volte sette anni a stare seduti meditando in pace. Ma questo non \u00e8 un problema. Lo Zen \u00e8 innanzitutto pratica, quotidiana, costante, indefessa.
Io medito da nove anni, dopo aver letto per pi\u00f9 di vent\u2019anni quanto importante fosse la meditazione. Credete che i miei venti minuti quotidiani siano scevri di pensieri? Tutt\u2019altro: non credo di aver mai passato un giorno di meditazione in cui la mia mente sia stata davvero quieta. Per chi non \u00e8 destinato all\u2019abnegazione monacale, questo va bene cos\u00ec. Il viaggio \u00e8 la via. La pratica costante basta a se stessa. Il Satori \u00e8 una bella meta, ma non serve arrivare al Polo Nord per apprezzare la motocicletta. Lo sapeva Robert Pirsig che, nel suo libro di culto Lo Zen e l\u2019arte della manutenzione della motocicletta<\/em>, avvertiva il lettore fin dalle prime pagine: quel testo non era molto accurato n\u00e9 sullo Zen n\u00e9 sulle motociclette. La meditazione, come l\u2019arte di guidare una moto, basta a se stessa: non si fonda su un altro scopo. E, come chi corre ha gi\u00e0 vinto la sfida contro chi rimane sul divano, chi medita, o cerca di farlo, gi\u00e0 per questo si pone sulla via dello Zen.<\/p>\n\n\n\n

Chi fosse arrivato sin qui, cercando un chiarimento su cosa sia lo Zen, con molta probabilit\u00e0 ora sar\u00e0 ancor pi\u00f9 confuso. Ma questo \u00e8 il prezzo da pagare per chi cerca di capire quanto probabilmente si pu\u00f2 solo esperire. Come il tempo di Agostino: sapere cos\u2019\u00e8 lo Zen, finch\u00e9 non si prova a spiegarlo.
Meglio interrompersi qui. E, domani, chiss\u00e0, magari proviamo a fermarci dieci minuti, intenti solo a respirare.<\/p>\n\n\n\n


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Pubblicato il 26 agosto 2026 su Scritti<\/a>, il mio blog su Substack. Per ricevere i nuovi testi via email, iscriviti qui<\/a>. Gli altri articoli sono nell’archivio<\/a>.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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