{"id":897,"date":"2026-10-05T09:45:14","date_gmt":"2026-10-05T07:45:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.melazzini.com\/it\/archivio\/montanelli-non-soltanto-un-giornalista\/"},"modified":"2026-10-20T16:05:57","modified_gmt":"2026-10-20T14:05:57","slug":"montanelli-non-soltanto-un-giornalista","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.melazzini.com\/it\/archivio\/montanelli-non-soltanto-un-giornalista\/","title":{"rendered":"Montanelli, non soltanto un giornalista"},"content":{"rendered":"\n
Fucecchio, 22 aprile 1909 \u2013 Milano, 22 luglio 2001<\/em><\/p>\n\n\n\n In casa mia si leggevano sempre il Corriere della Sera e il Giornale. Il primo per le informazioni compassate, il secondo per le opinioni sagaci tirate di fioretto.<\/p>\n\n\n\n Da adolescente per me Indro Montanelli \u00e8 stato pi\u00f9 di una lettura obbligata, pi\u00f9 di una coscienza critica su cui mi sono formato, pi\u00f9 di un maestro di stile. Negli anni Novanta per me Montanelli \u00e8 stato il simbolo di una destra italiana che immaginavo fosse possibile. Montanelli e Prezzolini, i due nomi tutelari della destra in cui credevo. Quella del Manifesto dei conservatori<\/a><\/em>, dove Prezzolini incolonnava, tra i valori dei conservatori, il libro, lasciando la televisione a quelli della sinistra. Quella dei due anti-italiani pi\u00f9 italiani che ci fossero. Il pi\u00f9 vecchio, che aveva scelto l\u2019esilio all\u2019estero. Il pi\u00f9 giovane, che si diceva esiliato in patria. Non era vero. Montanelli era il centro del mondo giornalistico e politico italiano. Raccomandava ai giovani che volevano seguire la sua professione di tenersi lontani dalla politica, di tenersi lontani da Roma, mentre lui teneva un attico in piazza Navona. Ma allora certi suoi lati oscuri non mi erano cos\u00ec chiari. Allora Montanelli, per me, era l\u2019anticonformista che denunciava le malefatte del comunismo. Che non aveva timore di prendere gli strali dei tanti che a sinistra sognavano la rivoluzione dalle terrazze romane. Montanelli aveva stile e rispettava il lettore. Non lo vezzeggiava, talvolta lo incalzava, ma lo prendeva sempre sul serio. \u00abSe il lettore non ha capito, la colpa \u00e8 mia\u00bb. Questa era la sua deontologia. La Storia d\u2019Italia<\/em> di Montanelli venne attaccata come una sequenza di luoghi comuni. Del resto, anni fa intervistai Mario Cervi<\/a>, che la firm\u00f2 con Indro per un tratto lunghissimo, e mi confid\u00f2 di avere scritto lui gran parte dei volumi successivi, come Montanelli aveva sempre riconosciuto. Per me, comunque, quei libri furono il rifugio di alcune estati noiose. I suoi volumi, i suoi ritratti, le sue battute mi affascinavano. Non fu mai per me un eroe perch\u00e9, in questo Brecht ci aveva visto giusto, sfortunato \u00e8 chi di eroi ha bisogno. Ma gli anni passavano e io temevo che lui se ne sarebbe andato. Gli scrissi anche due o tre volte, confessandogli il mio timore. Chiaro che non mi rispose. Se ne and\u00f2 durante l\u2019immane caos del G8 di Genova. Quello in cui mor\u00ec un ragazzo che aveva sollevato un estintore contro la jeep dei carabinieri. Quello in cui la polizia pest\u00f2 gli oppositori con metodi sudamericani. Persero tutti. Povera Italia, che ebbe per anni un guascone come primo ministro. Sono grato a Sandro Gerbi e Raffaele Liucci che nella loro biografia<\/a> gettarono finalmente luce su certi difetti di Indro. E cos\u00ec scoprii che tutti quegli incontri sensazionali di cui Montanelli si vantava, chiss\u00e0, forse non erano davvero esistiti. A partire da quando raccont\u00f2 di aver incontrato Hitler il giorno dell\u2019invasione della Polonia: un episodio che nessuno ha mai potuto documentare, e che lui stesso narr\u00f2 in versioni tra loro incompatibili. E se quello resta almeno nel campo del non provato, altre panzane vennero smascherate una a una. Giur\u00f2 di aver visto con i propri occhi i cadaveri di piazzale Loreto, salvo che in quelle settimane risultava rifugiato in Svizzera. Neg\u00f2 da testimone l\u2019uso dei gas tossici in Etiopia, finch\u00e9 la desecretazione dei documenti militari, nel 1996, non lo costrinse ad ammettere il contrario. Dovette ritrattare in tribunale i particolari che si era inventato sul caso Pinelli. Del resto, per chi voleva capire, lui stesso lasciava intuire che i fatti da lui riferiti erano spesso pi\u00f9 \u201cverosimili\u201d che \u201cveri\u201d. Ecco, scoprire che l\u2019anti-italiano Indro Montanelli raccont\u00f2 un sacco di balle me lo fece diventare pi\u00f9 umano. Anche lui, un po\u2019 cialtrone. Scoprire che predicava un\u2019ascetica lontananza dalla politica mentre in privato, impaurito dall\u2019ascesa dei comunisti, scriveva all\u2019ambasciatrice americana per sollecitare un\u2019organizzazione anticomunista clandestina, mi fece capire quanto la sua massima di usare un\u2019intelligenza critica fino al cinismo andasse adottata anche, e innanzitutto, verso di lui. Sia ben chiaro, in quella lotta io sarei stato dalla sua parte. <\/p>\n\n\n\n C\u2019\u00e8 poi il difetto pi\u00f9 grave di tutti, quello che ancora oggi gli viene rinfacciato: la \u201csposa bambina\u201d. Nel 1935, sottotenente ventiseienne in Etiopia, compr\u00f2 dal padre per trecentocinquanta lire una ragazzina eritrea che chiamava Dest\u00e0, secondo l\u2019uso coloniale del madamato; raccontandolo in televisione nel 1969 le attribu\u00ec dodici anni, in versioni successive quattordici. Erano tempi e luoghi diversi, vero, ma la cosa fa rabbrividire. Su questo non ci sono attenuanti che tengano. Indro Montanelli, in maniera un po\u2019 vezzosa, si definiva \u00absoltanto un giornalista\u00bb. Per me fu un esempio di stile, coraggio e determinazione. In questi anni sembra caduto un poco nel dimenticatoio. D\u2019altronde lo aveva previsto. \u00abUn Paese senza memoria di se stesso non \u00e8 un Paese\u00bb, scrisse in una delle sue Stanze sul Corriere<\/a>, \u00ab\u00e8 solo un conglomerato di bastardi accampati sulla pi\u00f9 bella terra del mondo, come lo sono le cavallette quando scendono a devastarla\u00bb. E quando una memoria ce l\u2019ha, l\u2019Italia la usa per armare quegli scalmanati che, presi dalla foga woke, tirano vernice alla statua eretta in suo onore nei giardini che portano il suo nome, a pochi passi dall\u2019angolo dove le Brigate Rosse gli spararono.<\/p>\n\n\n\n S\u00ec, Indro Montanelli aveva anche ombre. E la giusta maniera per perpetuare il suo ricordo, credo, sia quella di non dimenticare anche questo. A venticinque anni dalla scomparsa, ricordiamone per\u00f2 il coraggio, la sagacia, lo stile. L\u2019unicit\u00e0. Pubblicato il 23 luglio 2026 su Scritti<\/a>, il mio blog su Substack. Per ricevere i nuovi testi via email, iscriviti qui<\/a>. Gli altri articoli sono nell’archivio<\/a>.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" Fucecchio, 22 aprile 1909 \u2013 Milano, 22 luglio 2001<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":1139,"parent":866,"menu_order":-2,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":{"_acf_changed":false,"editor_notices":[],"footnotes":""},"class_list":["post-897","page","type-page","status-publish","has-post-thumbnail"],"acf":[],"yoast_head":"\n
Montanelli e Prezzolini, che in una soffitta di New York si cucinavano gli spaghetti, decantati dal cuoco come impareggiabili, guardati di sbieco dal commensale. Entrambi, individualisti fino al midollo. A quel pranzo mancavano solo Leo Longanesi e Panfilo Gentile, che probabilmente era impegnato dietro ai suoi cani.<\/p>\n\n\n\n
Dei politici invece coglieva i difetti, ancor prima delle posizioni politiche. E quando Silvio Berlusconi, nel gennaio del 1994, piomb\u00f2 nella redazione del Giornale per far capire che al fioretto sarebbe subentrato il randello, lui cap\u00ec il terremoto che l\u2019Italia aveva davanti e abbandon\u00f2 la sua pi\u00f9 amata creatura per imbarcarsi nell\u2019avventura sconclusionata della Voce. Furono mesi movimentati. Io avevo iniziato a studiare all\u2019Universit\u00e0 Bocconi a Milano, ma ben pi\u00f9 che dai testi di economia ero preso dai fotomontaggi del suo nuovo giornale. Fu in quei mesi, in quegli anni, che capii che la destra raccontata da Montanelli in Italia semplicemente non esisteva. Una parte politica fatta di senso dell\u2019onore, moderazione, desiderio di libert\u00e0 e disinteresse individuale. La realt\u00e0 era molto diversa. Al Giornale avevano messo Vittorio Feltri, la cui rozzezza, ora che \u00e8 anziano, trascolora in bizzarria (e al quale, come uomo prima che come giornalista, vanno in questi giorni di lutto la mia vicinanza e il mio rispetto). Al governo c\u2019era un signore che pareva Alberto Sordi al potere. Nulla di quanto proclamato da Berlusconi era ci\u00f2 che io credevo fosse la destra. Dall\u2019altra parte la confusione dei comunisti che stavano cambiando pelle: se solo potevano, correvano incontro al Berlusca per aiutarlo. Come D\u2019Alema, che nel 1997, con il \u201cpatto della crostata\u201d, si impegn\u00f2 a non toccare il conflitto d\u2019interessi in cambio della Bicamerale. \u00c8 forse per quello che dal \u201994 sono senza patria politica. Alla fine votavo radicale ma senza crederci troppo.<\/p>\n\n\n\n
Appena arrivai in Germania, nel 1999, tutti mi chiedevano conto di Berlusconi. Ma allora non era ancora invalsa l\u2019abitudine di atteggiarsi a offesi, a vittime, per guadagnarsi l\u2019intervista di rito. E quindi io abbozzavo nel nuovo Paese, cercando di far capire che non tutti gli italiani erano dei bajazzi.
Montanelli se ne and\u00f2 proprio nel momento in cui pi\u00f9 avevamo bisogno di lui. Da allora come mi mancano i suoi commenti puntuali, affilati, sempre divertenti. Un po\u2019 mi manca il mondo di ieri fatto solo di Corriere e Giornale, cos\u00ec composto, anche se molto conservatore. Ma su quei fogli di allora nessuno si sarebbe sognato di riempire pagine con il gossip attorno alla famiglia che vive nel bosco, ai piccioncini innamorati e ai loro matrimoni d\u2019estate, alla farfallina di Bel\u00e9n. Allora il giornalismo era una cosa seria. O, almeno, lo si credeva.<\/p>\n\n\n\n
Luci ed ombre. Ma nemmeno una colpa simile cancella il merito di essere stato tra i pochi che, negli anni Settanta, invece di piegarsi al verbo di Mosca o di cedere alle tentazioni della P2, tennero la schiena dritta, pagando con la propria pelle. Perch\u00e9 Indro ricevette piombo per le sue idee, per mano brigatista. Piero Ottone, allora direttore del Corriere della Sera, lo stesso che nel 1973 aveva licenziato Montanelli, poi fondatore del Giornale, nel dare la notizia dell\u2019agguato non ne mise nemmeno il nome nel titolo.<\/p>\n\n\n\n
Magari ce ne fossero, di Montanelli, nell\u2019Italia di oggi.
Chiss\u00e0 cosa scriverebbe della Meloni e della Schlein. Probabilmente, le farebbe inviperire entrambe.<\/p>\n\n\n\n
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