Vita - Filosofia - Giornalismo - Letteratura - Economia
Bit - Drin - Ciak - Click - Gulp


Letteratura


Collaboro alla casa editrice Bompiani come consulente editoriale e traduttore. Ho collaborato alla traduzione italiana del volume Il Secolo infelice di Imre Kertész e tradotto il romanzo autobiografico I miei anni in monastero di Veronika Peters. Traduco inoltre per Il Domenicale de Il Sole 24 Ore.

I libri mi hanno sempre affascinato. Leggere e scrivere sono splendidi e profondi atti di libertà. Qui sotto puoi trovare alcuni miei saggi e recensioni letterarie.

I confini di Claudio Magris
Gaspare Brandner e il cargaòss
Der Sandmann. Una lettura psicoanalitica
L’infinito viaggiare di Claudio Magris
Alla Cieca, o la libertà del disordine
Romanticismo e grottesco. Dalla teoria di Friedrich Schlegel ai racconti di E.T.A. Hoffmann
Hermann Hesse, il pellegrino d’Oriente
 


I confini di Claudio Magris

Contrariamente a certi avventati ottimisti, convinti dell’arrivo di un ordinato e pulito liberalismo mondiale in seguito al crollo del comunismo, Claudio Magris ci ricorda nel suo ultimo libro come la Storia sia ben lungi dall’esser conclusa. Perché i nemici del vivere pacifico non trovano riparo solamente nell’alveo delle fallite ideologie totalitarie. Ognuno di noi, invero, può contribuire a minare il tessuto della società libera in cui vive. Ripudiare istintivamente la violenza del pensiero totalitario non basta, infatti, per esserne immuni. Schegge di dogma possono celarsi conficcate nei nostri pensieri, quand’anche ci si ritenga cittadini modello e democratici insigni. L’intento di Magris non è certo quello di accusare i suoi lettori, ma la chiarezza dei ragionamenti, unita al calore dell’esposizione, parla al cuore mettendo in guardia la mente. Come ha scritto su queste pagine Graziano Bianchi, l’ultimo libro di Magris è un limpido confronto capace di ricordare in parte «lo spirito di fiducia generosa e incessante di Socrate, inventore del dialogo, e in parte la dialettica di Platone, senza però che ciascuno rimanga arroccato sulle proprie posizioni».
Ma se in democrazia l’esistenza di opinioni e convinzioni diverse eppure egualmente tollerate è un prerequisito per il libero sviluppo del cittadino, la moderna società della comunicazione corre talvolta il rischio, nel voler abbracciare ogni credenza, di stingere le contrastanti posizioni individuali in una grigia melma di idee, dove tutto e il suo contrario trovano comoda e irresponsabile ospitalità. Così una variopinta fiera olandese in cui un giorno s’imbatte il flâneur Claudio, esaltandolo per l’abbondanza di merci e la contraddittorietà delle opinioni esposte, è motivo per l’intellettuale Magris di ragionare sui limiti dell’indulgenza. Come ci si dovrebbe comportare se in mezzo a quella felice sagra della tolleranza s’annidasse chi smercia tesi razziste? Ovvero, fino a che punto la tolleranza deve rimanere tale? Questa la domanda popperiana alla base del libro, un interrogativo da cui più o meno esplicitamente prendono spunto tutti i cinquanta brevi saggi che lo compongono. Lo scrittore triestino, incline come i fiumi ad attraversare i confini, questa volta ci insegna che, seppur a malincuore, certe soglie è meglio non varcarle. E talvolta i muri anziché abbatterli, vanno eretti.
Se la messa in questione di secolari certezze, ovvero quel processo illuminista di allontanamento da una politica succube del dogma, ha contribuito in misura rilevante alla costituzione delle attuali democrazie liberali, il moderno e indistinto moltiplicarsi di credenze e valori personali rischia di affossare la società civile sotto il peso di una moltitudine trasformatasi in caos. Se una condotta politica basata su di una fede indiscussa facilmente s’irrigidisce in prepotenza, cosa diventa un’anarchia di capricci in libertà se non una pappa indigesta? In un tempo in cui «tutto sembra ridursi a optional», Magris ci ricorda che la società pluralista ha un estremo bisogno di confini. «Conoscere significa distinguere, sapere che una cosa è quella e non tutte le altre». Provare compassione per i giovani morti sotto le insegne di Salò, anziché negare loro umana pietà, non è infangare la memoria della sanguinosa guerra civile italiana. Ben vengano quindi gli sforzi per ripensare meno faziosamente le nostre recenti vicende. Eppure il cordoglio per quelle vite falciate non deve celare il fatto – come vorrebbe un certo revisionismo truffaldino – di avere a che fare con uomini caduti per difendere l’oppressore. Esiste infatti «un minimo di valori comuni» che comporta per tutti una gerarchia non negoziabile. La democrazia occidentale permette e incoraggia il libero dibattito tra posizioni contrapposte ed ugualmente legittime. Ma il suo, il nostro compito è quello di mettere al palo chi la democrazia la rifiuta, ad esempio incitando all’apartheid. Rifiutare chi osteggia la società aperta può essere doloroso, ma è inevitabile. Si tratta del tragico conflitto di sempre tra Creonte e Antigone, ovvero tra legge positiva, mutabile norma dello Stato, e il comandamento morale, eterna legge degli dei. Come può tuttavia la ragione essere sicura di interpretare correttamente quella legge divina, si chiede Magris, senza correre il rischio di ricadere nuovamente nel dogma? Come essere sicuri che il comandamento morale grazie al quale tappiamo la bocca ai nemici della democrazia sia veramente degno dell’alta posizione in cui lo abbiamo collocato? Magris non bara e sa che il cielo sembra tacere all’uomo moderno. Ma non per questo egli deve venire meno alla sua funzione di guardiano della pace. «La tragedia ma anche la dignità umana», afferma lo scrittore, «consistono nel fatto che a questo dilemma non c’è una risposta precostituita; c’è solo una difficile ricerca, non esente da rischi, anche morali».
Ascoltare, capire e tollerare, ma anche opporre dei netti rifiuti, senza mai idolatrare né dissacrare, non darla a bere a sé stesso «trovando mille giustificazioni ideologiche per le proprie mancanze», né coltivare il culto di sé: questa secondo Claudio Magris è l’essenza della morale laica, quel metodo di comportando dell’uomo libero che lo aiuta nella perigliosa navigazione tra gli scogli etici e politici della nostra vita. Affinché la democrazia si preservi, laici possono – e dovrebbero – esserlo tutti. Il laico può non essere credente, ma certo non spregia la religione. Laico è infatti anche il credente desideroso di improntare la propria condotta morale secondo i precetti della fede, e che tuttavia non vuole imporre il proprio punto di vista all’intera comunità dei cittadini. È un punto su cui Magris insiste molto, in pagine in cui pur traspare l’anelito religioso dello scrittore, il suo profondo rispetto ed interesse per il Verbo di Cristo. Talvolta, come nelle pungenti frecciate contro l’aborto, un argomento mai veramente tematizzato nel libro, pare addirittura scorgere in Magris un’incrinatura tra chiara pedagogia laica e impetuosa convinzione religiosa. Per contro a riprova della propria onestà intellettuale, quando egli cita il famosissimo periodo ipotetico dostoevskijano sulla società in cui ormai «tutto è permesso», non menziona l’apodosi («se Dio è morto»), evitando di cadere nel tranello di quei religiosi dogmatici per cui lo sconvolgimento dei costumi è sicuramente causa di chi non crede nel loro dio. La religione del laico credente Magris è infatti meditata perché sofferta, consapevole che ogni fede deve confrontarsi con la domanda di Giobbe. L’ammirazione per Papa Giovanni Paolo II non nasconde i punti meno luminosi del suo magistero, mentre la difesa della Chiesa non gli impedisce di prendere posizione contro il finanziamento pubblico delle scuole private (come sappiamo, in Italia prevalentemente cattoliche).
La prosa di Magris è convincente perché vissuta. Ogni norma di condotta vagliata non dimentica mai il caso personale al quale le è richiesto applicarsi. Si deve o meno dire la verità a un malato terminale? Nell’affrontare il delicato argomento, Magris non rifugge dal confessare i propri dolori più intimi. Le sue riflessioni sono pervase da una profonda umanità. Quando tira le orecchie lo fa col sorriso. Per sbeffeggiare l’atteggiamento leghista verso la “devolution” cita il ben poco nordico Alberto Sordi e la sua provincialissima voglia di “fa’ l’americano”. Ragionando sulle epocali conquiste nel campo della biologia affronta lo spinoso tema della clonazione. E dopo averci dischiuso le prospettive e i pericoli di una simile scoperta, ci sgrava l’animo sorprendendoci con una fulminante battuta, un vero e proprio “Witz”: «si clonano le pecore – e forse gli uomini – ma il raffreddore e la calvizie continuano imperterriti a resistere».
Magris sa renderci caldi quei valori “freddi”, come il rispetto individuale della legge in vista del bene comune, che sono alla base di una società libera, come insegnava Norberto Bobbio, il «grande laico» a cui lo scrittore dedica pagine lucide e accorate. Contro chi avversa quei valori accusandoli di essere nient’altro che vuoti formalismi e avanzando le ragioni del (proprio) cuore, lo scrittore ricorda che i valori freddi possono sì apparire noiosi, ma sono essenziali perché «tutelano ognuno, permettono al singolo individuo di vivere la sua irripetibile vita, di coltivare i suoi dèi e i suoi demoni, senza essere impedito né oppresso dalla violenza di altri individui». Ecco perché, diffidente verso chi cerca eroismi a buon prezzo disdegnando la vita degli uomini semplici Claudio Magris, un uomo né semplice né tranquillo, citando il dottor Zivago di Pasternak si svela appassionato cantore della tranquillità quotidiana: «il primo vero avvenimento…era questo avvicinarsi del treno alla sua casa…Ecco che cos’era la vita, che cos’era l’esperienza – a che cosa mirava l’arte: ritornare a casa propria, ai propri affetti, riprendere a vivere».
Tra l’impegno politico e un tuffo nel mare, Magris sceglierebbe sempre il mare. Malinconicamente tuttavia egli è consapevole che vi sono dei momenti della vita pubblica in cui ci si deve privare dell’ebbrezza marina per darsi alla lotta politica, affinché tutti possano continuare a vedere il mare. In quei momenti, come un soldato controvoglia, Magris inforca l’arma dello scrittore per combattere la guerra del cittadino. E scrive sul Corriere della Sera quei fondi raccolti nella presente antologia. Ora abbiamo la possibilità di rileggerli: li troveremo sempre istruttivi.
Secondo Lord Ralf Dahrendorf vi sono alcune precise qualità possedute da un vero spirito libero, forte e capace di avversare quelle tentazioni dittatoriali a cui molti uomini di spirito hanno spesso ceduto. Sono la capacità di non cambiare rotta quando tutto intorno a sé è in tempesta, l’essere pronto a vivere i conflitti e le contraddizioni della vita con disciplina e passione, mantenendosi dedito alla ragione quale strumento di azione e conoscenza. Chi possiede queste virtù cardinali può dirsi a buon titolo un vero seguace di Erasmo, il grande umanista cui non mancavano né fede né ironia e che, «conscio della vanità del suo raziocinare, continua tenacemente a seguire la ragione, perché si rifiuta di credere che anche quel nulla sia la verità definitiva».
Claudio Magris è indubbiamente un erasmiano. Auguriamoci che le sue non rimangano “prediche inutili”.

La Storia non è finita. Etica, politica, laicità, Garzanti, Milano 2006, pagg. 245, € 16.

Nuova Antologia  – Luglio-Settembre 2007


Gaspare Brandner e il cargaòss Scarica l'articolo con foto e impaginazione in formato PDF

Ingmar Bergman visse alcuni anni a Monaco di Baviera. Una sera il grande regista svedese andò a teatro e rimase letteralmente «incantato» dall’opera rappresentata. Che avesse capito «solamente un 5% del testo» – come poi confessò candidamente – poco importava. Ma è ragionevole credere che se anche Bergman fosse stato un berlinese, avrebbe incontrato altrettante difficoltà nel capire i dialoghi. Aveva infatti assistito a Der Brandner Kaspar und das ewig’ Leben [Gaspare Brandner e la vita eterna], una commedia interamente recitata in stretto dialetto bavarese. Tutto sommato, che neanche i berlinesi la capiscano, forse è meglio così: dopotutto nel Brandner Kaspar si scopre che per loro non vi è posto in Paradiso.
Gaspare Brandner invece è atteso proprio in quel luogo beato, ma di mettersi in viaggio non ha punto voglia. Perché per accedere al Regno dei Cieli non basta possedere un animo candido, bensì occorre (solitamente) arrivarci deceduti. E Gaspare alla propria esistenza è molto affezionato, convinto com’è di vivere già in un paradiso, ovvero nella sua Baviera.
Il Kaspar nasce nel 1871 dalla penna di Franz von Kobell e viene trasformato da Joseph Maria Lutz in una pièce teatrale negli anni Trenta del secolo scorso. Ma la storia come la conosciamo oggi è frutto dell’inventiva di Kurt Wilhelm, che negli anni Settanta rielabora il racconto di von Kobell, ricavando una nuova versione teatrale dal breve scritto del suo lontano parente. Sin dalla prima rappresentazione a Monaco nel 1975 il Brandner Kaspar diventa uno spettacolo cult, rappresentato senza posa nei teatri tedeschi. L’afflusso di pubblico è continuo e imponente. Un’iniziale presa di posizione contraria dell’Arcivescovo di Monaco – che probabilmente nemmeno ha visto il pezzo a teatro – non fa altro che accrescere la popolarità di questa fiaba contadina. Da quando la Radiotelevisione Bavarese ne cura una trasposizione televisiva, il film puntualmente viene trasmesso a Ognissanti. Ad oggi il Brandner ha calcato parecchie decine di palcoscenici, per venire rappresentato quasi un migliaio di volte. Nonostante le difficoltà di comprensione, inoltre, è stata portato in tournée non solo in giro per tutta la Germania, ma anche al di fuori dei confini tedeschi.
Da più di trent’anni il successo del Kaspar è travolgente e la sua popolarità ininterrotta, un po’ come è accaduto – “si parva licet” – al Rocky Horror Picture Show. Ma tanto il musical di Richard O’Brien è trasgressivo e roboante, quanto il Brandner Kaspar è pacioso e conservatore.
Eppure la vicenda di Gaspare, sebbene ambientata in un’idillica scenografia campestre, accattiva il pubblico dando una risposta sorniona a un interrogativo inquietante. Il Kaspar infatti altro non è che la trasposizione bucolica del più tragico avvenimento che possa accadere all’uomo. Mentre ride della furbizia contadina di Gaspare, infatti, ogni spettatore in cuor suo rivolge a se stesso la domanda: «che mai farò io quando arriverà il mio momento?».
L’ora di Gaspare, un fabbro settantaduenne originario del Tergernsee, il lago che ha dato i natali a vari cantori della patria bavarese tra cui Ludwig Thoma e Ludwig Ganghofer, scocca dopo una partita a caccia, in cui riesce a salvarsi per miracolo da un proiettile vagante. Ad annunciargli l’ora della dipartita è la morte in persona, bussando alla porta della casetta di un Gaspare da poco ripresosi per lo sparo schivato. Vestita di nero come la figura incappucciata de Il Settimo Sigillo, la morte del Kaspar è tuttavia assai meno altera del film di Bergman. Il nome con cui si annuncia, poi, non contribuisce certo a renderla più minacciosa. Ella è il “Boandlkramer”, un canzonatorio nomignolo che potremmo tradurre in dialetto lombardo-valtellinese come “il cargaòss”. In verità, così magra e pallida, coi guanti rotti e vestita di stracci, in testa un cappellaccio nero ornato da una penna altrettanto scura, la morte del Kaspar è veramente un povero diavolo.
E allora quando Gaspare se la ritrova in casa, anziché cadere in preda al panico la invita a bere un bicchierino di kirsch: «patìda e séca cume te sèe, el te farés bée»[i]. Stupito da tanta audacia, ma pure tentato dall’offerta – nessuno prima d’ora gli aveva mai offerto da bere – il cargaòss inizialmente recalcitra, timoroso che lassù i superiori non approvino. Ma Gaspare insiste: è giusto che «ti te sàbet da quài cuntentézzi te sluntànet la gént»[ii]. Scolato in un sorso il primo bicchierino, il cargaòss ci prende gusto. Gaspare approfitta di questa debolezza e versa grappa a più non posso. Ammansito dall’alcol lo scomodo ospite addirittura si confida lamentoso con il contadino circa il suo ingrato compito: «te sèe, i um! I se laménta e i caràgna perché la vìta l’è na val de làcrimi. I dis pròpri nscì! E quànt végni a salvài – in de n bòt tüt el tùrna bèl e, se gh’è vergùt che ghe fa pagüra, su mì»[iii]. Gaspare ascolta comprensivo e, con ogni sorta di scuse, cerca di convincere il cargaòss che nessuna stagione è quella giusta per salire sul suo carretto. D’estate? Troppo caldo! D’autunno? Devo andare a caccia! Allora d’inverno! Ma si gela! Contrariato da tanta ostinazione, con le ultime forze in corpo lo spettrale individuo trascina Gaspare fuori casa. Ma ecco improvvisamente il furbo cacciatore proporre alla Morte una partita a carte. Sebbene digiuna in materia, questa cede alla tentazione del gioco. Inebriato e reso ancor più goffo dall’alcol, il cargaòss cade facilmente vittima del tranello di Gaspare, che gli cambia letteralmente le carte in tavola.
Brandner ha buon gioco e vincendo strappa alla morte la promessa di ritornare a prenderlo solamente quando avrà raggiunto la veneranda età di novant’anni, proprio come accadde a suo padre. E così il cargaòss se ne ritorna in cielo a mani vuote, mentre Gaspare riprende a vivere più sano e felice che mai. Il dolore per l’assenza della moglie e dei figli, da tempo passati a miglior vita, è alleviato dal nuovo vigore e dalle premurose attenzioni della brava nipote Marei.
Ma dopo alcuni anni trascorsi spensieratamente, proprio quando tutto il paese festeggia il 75° compleanno di Gaspare, inseguendo il proprio bello l’amata nipote scivola in montagna e si ritrova sul carro della Morte diretto in Cielo. Giunta in paradiso, viene accolta da San Pietro. Ma il guardiano delle porte celesti, scorrendo il registro delle anime per dare una controllata alla vita di Marei, si accorge che i conti non tornano. La ragazza è morta troppo giovane. Nel libro del destino è scritto che le sarebbero spettati ancora diciotto anni di vita! Epperò questa non è l’unica inesattezza del registro. Come mai suo nonno Gaspare è ancora vivo, mentre sarebbe dovuto essere in Cielo già da tre anni? Chi ha commesso questo inammissibile “falso in bilancio”? Naturalmente è tutta colpa dello sprovveduto cargaòss, che per far quadrare i conti celesti ha tolto a Marai gli anni regalati a Gaspare. Chiamata subito a rapporto, la Morte è mortificata. San Pietro iracondo. Il cargaòss non sa più che pesci pigliare. Prova a buttarla sul patetico: «sciùr guardiàa, tücc i scantùna, quànt che i me véet. Per na vòlta che i m’à ufrìit de béef!»[iv]. San Pietro è irremovibile: che vada a riprendersi quel testone di Gaspare. Mogia e scornata, la Morte fa ritorno sulla Terra, avvilita perché costretta a rimangiarsi la parola data. Trova Gaspare afflitto per la perdita della nipote, l’ultimo affetto che gli era rimasto in terra. Gli riesce così facile convincerlo a fare un salto in Paradiso: «nùma n urèta»[v] per darci un’occhiata e vedere se magari non sia il caso di trasferirsi anzitempo. Arrivato sulle nuvole dopo un viaggio turbolento – il cargaòss guida malissimo – Gaspare non crede ai suoi occhi. In Paradiso i bicchieri di birra si riempono da soli, i santi mangiano salsicce, anche lì è ammesso il gioco delle carte e, ciliegina sulla torta, dal Paradiso dei bavaresi sono banditi i prussiani. Se proprio vogliono, questi devono alloggiare in un altro Cielo, comunque molto meno invitante. In forma scherzosa Kurt Wilhelm ripropone qui la forte rivalità da sempre esistente tra le due più note popolazioni della Germania, quella prussiana – rigida, superba e militaresca – e quella bavarese – gioviale, impetuosa e contadina. Sebbene i tedeschi del Nord considerino i loro parenti meridionali rozzi montanari, in realtà quella che nutrono è solamente invidia: «in Prüssia n g’à mìnga muntàgni, ma se i ghe füdèss, i sarés i püsée òlti»[vi]. Di fronte a tanta abbondanza – fortunatamente l’unica cosa che manca sono i prussiani – Gaspare si convince a rimanere. Se prima pensava che la Baviera fosse il paradiso in terra, ora ha scoperto che il Paradiso è una Baviera celeste! Manca solo il ricongiungimento con i propri cari per iniziare una bella festa a base di birra e salsicce divine. Il cargaòss tira un sospiro di sollievo, le cose paiono essersi rimesse a posto.
Ma ecco irrompere sulla scena l’Arcangelo Michele: uno come Gaspare Brandner, solito in vita a tirare scherzi a destra e manca, dovrà pur passar prima dal Purgatorio! In verità l’altero Michele è stizzito con il cargaòss perché, nonostante la propria onniscienza, quesi è riuscito a tenergli nascosti i propri traffici con il registro delle anime. Il ricongiungimento di Gaspare e famiglia sembra sfumare. Michele è ostinato a cacciarlo dal Paradiso. Già sfodera la spada infuocata, dichiarandosi certo che San Pietro la pensi come lui: «ghe völ ùrdin. E sta vòlta stabiléma n ešémpi»[vii]. Ma ecco arrivare il guardiano celeste, reduce da un incontro con i superiori. Ora verrà emesso il verdetto finale. Gaspare è sempre stato un buon uomo, le sue burle non hanno mai arrecato danno ad alcuno. Niente Purgatorio! Michele insiste: «ma el sèst cumandamént!»[viii]. San Pietro è indulgente: suvvia Michele, «l’è mìnga n dògma prìma del matrimòni, ma nùma n sügerimént»[ix]. E dopotutto Gaspare è stato sposo modello e padre esemplare. Michele non si dà per vinto. E la partita a carte con la Morte? La Santissima Trinità, garantisce San Pietro, è al corrente anche di quella: «i è d’acòrdi tücc trìi - e ànca la Marìa»[x]. Gaspare Brandner va perdonato. Il severo Arcangelo è incredulo: «Scüsàat, e cùme mài?»[xi]. Perché nelle alte sfere del Paradiso, da quando si è venuto a sapere di come Gaspare ha preso in giro il cargaòss, si è sollevata un’ondata di buon umore. «Fregà la mòrt a càrti! è amò drée a rìit adèss»[xii], racconta San Pietro, «E quànt! - E la stòria de la gràpa pö! - la Maria la ghe rìva piü a piantà lì!»[xiii].

Con una consulenza linguistica di Luigi De Bernardi e Don Remo Bracchi


[i] Misera e secca come sei, ti farebbe bene.

[ii] Tu sappia da quali felicità allontani la gente.

[iii] Sai, gli uomini! Frignano e piangono perché la vita è una valle di lacrime!! – Dicono proprio questo! E quando vengo io a salvarli – allora sì che ci danno dentro coi lamenti. A crepare non pensano proprio – di colpo tutto torna bello, e l’unica cosa di cui hanno paura sono io.

[iv] Signor guardiano, tutti mi evitano sempre. Per una volta che mi hanno offerto da bere!

[v] Solo un’oretta.

[vi] In Prussia non abbiamo montagne, ma se le avessimo sarebbero le più alte!

[vii] Ci vuole ordine. E questa volta stabiliamo un esempio.

[viii] Ma il sesto comandamento!

[ix] Non è mica un dogma prima del matrimonio, ma solo un suggerimento.

[x] Sono d’accordo tutti e tre – e pure Maria.

[xi] Perdonato, e come mai?

[xii] Fregare la morte a carte! Stanno ridendo ancora adesso.

[xiii] E quanto! – e la storia della grappa poi! – Maria non ce la fa più a smettere!

Il Notiziario della Banca Popolare di Sondrio N. 103 - Aprile 2007
 


Der Sandmann. Una lettura psicoanalitica

Tema del saggio di Rosalba Maletta, introdotto da una premessa metodologica tanto dotta quanto ardua per il lettore (d’altronde l’autrice ricorda come l’etimoliga della parola stile s’incroci nel significato con quella del pugnale), è una dettagliata lettura psicoanalitica del Sandmann di E.T.A. Hoffmann. Tale intento naturalmente non può che prendere le mosse dal celeberrimo saggio freudiano su das Unheimliche, in cui il padre dell’analisi psicologica, come puntualmente sottolineato da Maletta, «si occupa di clinica e letteratura, servendosi di questa per gettare luce su quella e di quella per spiegare i fenomeni apparentemente assurdi o trascurati in ambito letterario».
Comprensibile e interessante quindi che il primo capitolo del lavoro sia dedicato non già ad Hoffmann, bensì a Sigmund Freud. Il fatto che Maletta nel ragionare sul testo freudiano colga l’occasione per gettare uno sguardo psicanalitico anche sul vissuto dell’autore dello stesso, sorprende e incuriosisce il lettore senza distoglierlo, bensì maggiormente concentrarlo, sul problema in questione.
Con la parte seconda del lavoro prende l’avvio la lettura psicoanalitica vera e propria del Sandmann.  Campo d’indagine non è solamente la versione pubblicata del racconto, bensì il manoscritto parzialmente conservato «risalente, con molta probabilità, alla notte stessa della prima stesura».
L’approccio psicoanalitico di Maletta si discosta tuttavia dall’interpretazione freudiana per il maggior peso attribuito alla figura della madre di Nathanael che, secondo l’autrice, più della perdita del padre, e quindi più dell’«ambivalenza edipica nei suoi confronti», costituisce «la struttura profonda del testo, il quale [...] è giocato su ansie e angoscie precedenti, legate alla vicenda della separazione».  Con ciò s’intende la separazione dalla casa materna (Heim), che costituisce per il protagonista del racconto hoffmanniano, insieme con l’irruzione del mostruoso Coppola nella vita di Nathanael, quella perdita di intimità da cui scaturisce l’unheimlich.
Sin dai primi passi del racconto, l’analisi di Maletta non copre solamente il contenuto del testo, ma si premura di approfondire l’analisi anche dal punto di vista formale. Analizza così ad esempio il ruolo fonico delle vocali «chiare e aperte» dell’incipit, sottolineando il bisogno di ritorno del protagonista a un’ambiente «caldo e accogliente, legato all’immagine dolce e luminosa dell’amata», oppure la funzione svolta dai verbi modali per indicare la posizione subalterna della figura femminile del testo.
Ampio spazio viene dato dall’autrice all’analisi dei rapporti “endogamici” di Nathanael con il proprio nucleo famigliare. Al centro dell’intero campo percettivo si colloca la relazione madre-figlio, interpretata alla luce della sfumatura semantica dei concetti di Verleugnung e Verneignung.
Secondo la Maletta fondamentale è nel Sandmann il ruolo assunto dal corpo, in primis quello dello spaventoso Coppelius, «imago della madre sadica». Ma più che sugli attributi fallici del personaggio, così frequentemente sottolineati dai commentatori, all’autrice preme soffermarsi sull’aspetto “minerale” del figuro, il cui «erdgelb[es] Gesich» è in grado di pietrificare il giovane Nathanael che lo guarda. D’altronde, proprio l’attenzione particolare sottolineata da Hoffmann verso l’aspetto materiale dei suoi personaggi è fonte del trauma esperito dal protagonista nell’avere a che fare con una realtà che, «lungi dallo scongiurare i fantasmi di Nathanael, li fa emergere con maggior vigore, poiché ora non appartengono più al suo mondo fantastico».
Ogni singola fase del racconto viene isolata e analizzata dalla speculazione psicologico-critica dell’approfondito lavoro di analisi della Maletta. Un tale metodo, sebbene documentato e minuzioso, incorre nel rischio di trascurare l’opportuno momento di sintesi, necessario affinché dal meticoloso lavoro di cesellatura possa emergere una composizione teorica unitaria, in grado di fornire quella visione d’insieme realmente unificatrice e chiarificante ai fini della comprensione del soggetto studiato.
Colto e approfondito, il saggio di Maletta vuole interessare soprattutto l’esperto Hoffmanniano e chiunque decida d’immergersi nel fantastico mondo di Hoffmann, tanto affascinante quanto oscuro.

Rosalba Maletta, Der Sandmann die E.T.A. Hoffmann. Per una lettura psicoanalitica, CUEM 2003, pagg. 274, € 21.

E.T.A. Hoffmann Jahrbuch – Volume 14/2006


L’infinito viaggiare di Claudio Magris Scarica l'articolo con foto e impaginazione in formato PDF

C’è chi parte cercando la fuga dagli altri, mettendosi in moto per scrollarsi di dosso cose o persone. Magris invece non viaggia mai solo. Se alcuni affetti hanno ormai preso altre e più celesti vie, egli tuttavia non percorre nuova o antica meta senza il vivido ricordo degli amici di allora, quelli con cui condivise il cammino. Così nel suo ultimo Infinito Viaggiare spesso la plastica descrizione di un luogo è anche ricordo di amici e compagni. L’esperienza del viaggio diventa innanzi tutto memoria dell’affetto che allietò il viaggio stesso, permettendo di riviverlo nella sua inebriante pienezza d’allora. Rievocare una Vienna nevosa diventa occasione per rendere omaggio al giornalista Alberto Cavallari, compagno di avventure e amico-maestro dello scrittore. I vicoli strani e nascosti della capitale austriaca fanno così sfondo a un’affettuosa elegia dell’amico scomparso, unico e importante come è ogni vero compagno.
Ma non meno cari e vicini sono gli autori conosciuti navigando tra i libri. Una visita a Berlino è occasione per far scorrere il pensiero all’opera di Theodor Fontane (1819 - 1898), il posato scrittore che in tarda età ebbe molte soavi e loquaci figlie di carta. Ricordando il vecchio abitante della Marca del Brandeburgo a Magris riesce in pochi tratti di spiegarci l’essenza del prussianesimo, quell’etica integerrima perché volta al trascendente nella quale tanti grandi scrittori e filosofi tedeschi si riconobbero, primo tra tutti il cristallino Immanuel Kant. Nel rievocare lo Junker Dubslav del fontaniano Signore di Stechlin lo scrittore triestino mette abilmente in luce il malinconico dissidio fortemente prussiano tra la legge morale, assoluta e immutabile e la molteplicità dell’esistenza, origine di una tensione diretta «a trascendere l’individuo in un valore più alto, cui egli debba sottomettersi». È questa una lacerazione interiore che invade anche l’animo del kleistiano principe di Homburg, milite uscito vittorioso da una battaglia proprio perché andato contro alle disposizioni dei propri superiori, e che per questo sperimenta il conflitto tra la propria verità soggettiva e quella superiore istanza di cui egli vuole essere fedele servitore.
Lasciando la Berlino gloriosa e imperiale per incamminarsi più a sud, Magris visita l’incantata Foresta Nera e s’avvicina così al «cuore della vecchia Germania». Entrando con lui nella ricca vegetazione di abeti a cavallo tra Francia e Svizzera scopriamo che la raccolta e laboriosa etica pietista qui permea i neri boschi di romantica intimità. Molti figli di queste selve hanno coperto di gloria la Germania e donato all’umanità intera opere immortali. Hermann Hesse (1877–1962) guardava all’Oriente, Friedrich Hölderlin (1770–1843) cantava il mondo greco, Schiller (1759-1805) poetava da Weimar, ma nessuno di loro dimenticò mai il piccolo borgo della Svevia in cui vennero al mondo. Oggi la “Schwarzwald” è in pericolo, gli abeti muoiono e con loro il bosco. Ma gli abitanti di queste terre non litigano e strepitano accusandosi l’uno contro l’altro. Insieme, invece, cercano una soluzione per ridare bellezza ai luoghi cantati da molti loro conterranei. Immerso nella quieta armonia dell’idillio boschivo lo sguardo ironico di Magris tuttavia non rinuncia a farsi motto di un altro famoso abitante della foresta. Parliamo del filosofo Martin Heidegger, quel pensoso «pastore dell’essere» che, intento a metitare dalla sua capanna sul nichilismo del mondo, correva talvolta il rischio di trasformarsi nel «luogotenente del nulla».
Dopo tutti questi anni di studio, l’amore di Magris per i grandi letterati con cui si è confrontato serba intatta la freschezza e la capacità seduttiva dei primi lavori proprio grazie al misto di curiosità, partecipazione e disincanto con cui egli si accosta all’oggetto dei propri studi. Visitando i pianerottoli di San Pietroburgo in cui il Raskol’nikov di Delitto e Castigo medita come uccidere una povera vecchia, capita allora allo scrittore di rivolgere “en passant” qualche pensiero affettuoso ma irriverente persino all’impeccabile Thomas Mann (1875-1955). Lodando con garbo e finezza I Buddenbrook, sorprendente capolavoro composto dal lubecchese a soli venticinque anni, Magris non tace la distanza tra il giovane autore della splendida saga famigliare e l’accigliato «custode e pedagogo» che Mann impersonò una volta calato nel ruolo di amministratore della propria immensa fama.
Il cammino di Claudio Magris, tuttavia, non percorre solamente i confini letterari e geografici della vecchia Europa, bensì prosegue in molti altri Paesi e culture del mondo. Visita l’Iran dei favolosi giardini, patria rigogliosa di antica cultura e affascinante poesia, oggi dispoticamente intento a proibire letture “immorali” come la Lolita di Nabokov. Prosegue il viaggio contemplando monumenti funebri di monaci buddhisti ad Hanoi in Vietnam, percorre poi la Cina in fermento e giunge quindi in Tasmania, patria di naufraghi, carcerati e uomini costretti a vivere alla cieca.
Ancora una volta l’approdo di Magris è così una terra lambita dall’acqua, dove posata la penna gli sarà facile immergersi nel flusso delle onde, per chiudere gli occhi e pensare di essere a casa. In Italia, nella sua Trieste, il luogo degli affetti più cari verso cui tutto il suo molteplice peregrinare da sempre converge. 

Claudio Magris, L’infinito viaggiare, Mondadori, Milano 2005, pagg. 243, € 17.

Il Notiziario della Banca Popolare di Sondrio N. 100 - Aprile 2006


Alla Cieca, o la libertà del disordine Scarica l'articolo con foto e impaginazione in formato PDF

C’è un Magris diurno, lucente, apollineo. È il colto e raffinato autore capace di donare la parola a un fiume e, accompagnandone dolcemente il corso, indurlo a narrare la mitica civiltà letteraria sbocciata lungo le sue floride rive turchesi. Vi è poi un altro Magris, dionisiaco, oscuro, notturno. Naufrago di un ordine perduto, costretto a lottare contro la perdita di senso del mondo e diabolicamente aguzzato dalla Medusa a «narrare fatti sgradevoli per lui stesso». È l’uomo di lettere trascinato dal gorgo della molteplicità, catturato nelle spire di un enorme punto interrogativo, boa sibilante e minaccioso che lentamente lo soffoca stringendo.
Alla Cieca
, l’ultimo romanzo di Claudio Magris, è un incessante e travagliato vagare nel cupo mare della Storia, crudele e iraconda divinità desiderosa di elargire ai propri sudditi solamente maligni crepuscoli di tenebra anziché radiose albe di un benigno avvenire.
«È la Storia che è impazzita, non io» afferma la voce narrante del libro, quel Salvatore Cippico dalle molteplici vite, che ha visto negli anni e nei secoli troppi orrori per affrontare silenziosamente l’ultima reclusione, quella in un moderno centro di salute mentale.
Perseguitato da cento polizie e incarcerato in mille prigioni, il lucido e amaro internato avverte la falsità di ogni confine che s’illude di separare nettamente l’ordine dal disordine. Perché chi, come lui, è passato per l’orrore di Dachau, dove tutte le baracche «erano bene allineate, ognuna col suo numero», ha ormai imparato da tempo a scorgere il ghigno deforme capace di celarsi in ogni linda armonia.
Ma Dachau è solamente uno dei tanti porti d’orrore avvistato dall’occhio sano e scrutatore del naufrago Cippico. Newgate, Port Arthur e i Gulag di Stalin l’hanno avuto per ospite. E anche se talvolta il prigioniero non era veramente Salvatore, bensì l’avventuriero Jorgen Jorgensen, incoronatosi un tempo re dell’Islanda e poi vichingo esploratore della Terra di Van Diemen, forse il sovrapporsi delle due e più esistenze non rimanda a uno squilibrio mentale, bensì è arcano risultato di un orribile esperimento scientifico. Forse una clonazione capace di richiamare i morti in vita per far soffrire ancora una volta l’antica carne sepolta tra gli aridi ghiacci. Di aguzzini pronti a giocare con la vita e la morte dei condannati, dopotutto, sono stati pieni gli innumerevoli inferni carcerari del Novecento, visitati uno ad uno dal compagno Salvatore Cippico, intagliatore di polene. Somma delle esperienze più terribili, e spettro ricorrente nei suoi esulcerati ricordi, è il bagno penale di Goli Otok, la terribile Isola Calva dove Tito gettò i comunisti di Monfalcone. Quei “giovani e forti” che, dopo aver combattuto il nemico nazifascista, scelsero volontariamente di espatriare in Jugoslavia, accarezzando l’utopia socialista di fondare una patria finalmente libera e giusta.
Cippico, metafora delle tragedie umane del secolo passato, anziché concludere la propria martoriata esistenza in un lager nemico, dovette sperimentare la dannazione infame e grottesca di soffrire per mano amica. Scoprendo amaramente che la bandiera rossa, anziché splendido vello d’oro da sventolare orgogliosamente sull’albero maestro della propria vita, altro non era che un lurido straccio intriso di sangue e delitti, simbolo di un ideale calpestato e insanguinato dagli stessi compagni. E forse anche dallo stesso Cippico, novello Giasone, vittima sempre e carnefice talvolta.
Come ogni destino tragico, anche quello narrato in Alla Cieca non manca d’ironia, e fra le mille reali violenze subite da Cippico v’è anche posto per quella simulata di un filmaccio sui gladiatori, piccola gemma di comicità che tanto sarebbe piaciuta al Franz Kafka di Amerika.
Vi è una scena nel romanzo americano di Kafka, proprio la più comica, in cui il protagonista sfugge a gambe levate da un poliziotto desideroso di acciuffarlo. Anche i personaggi di Alla Cieca fuggono, e per tutto il libro, confondendo continuamente le carte sul tavolo per non venire acchiappati. Ma loro non fuggono da un innocuo gendarme, bensì dai tanti terribili carceri e manicomi di cui è piena la Storia umana. E non fuggono per sottrarsi a una pena giustamente assegnata, bensì per difendere il proprio desiderio di una vita libera e varia contro chi tenta d’incasellarli una volta per tutte in qualche «bel loculo». I protagonisti dell’ultimo romanzo di Magris scampano sia agli aguzzini che alle donne innamorate, questa volta però disertori «dal campo di battaglia dell’amore» solamente per salvarlo, quell’amore.
In questa eterna fuga non v’è da stupirsi che l’evaso giunga a perdere persino il proprio io, bruciandolo in tanti granelli e in tante storie grazie al fuoco un tempo rubato da Prometeo agli dei. La perdita di sé è la condizione per riuscire a evadere dall’ultimo manicomio e ottenere finalmente la libertà, in barba a tutti i secondini e a tutti i dottori di questo arcipelago carcerario.
Perché libero, benché distrutto e lacerato, nel profondo del suo animo Cippico conosce la risposta all’essenziale domanda: «chi sono, chi ero, chi siamo».
Ha scritto Claudio Magris, in uno dei suoi apollinei articoli sul Corriere della Sera, come non ci sia «niente di più falso della letteratura che ti dica per rassicurarti: il mondo è a posto». Il mondo dei Cippico, degli Jorgen e di tutti i mille prigionieri senza volto di un feroce secolo da poco concluso, ma le cui ferite sono tuttora ancora aperte, non è mai stato a posto.
Magris lo sa, lo narra, lo grida. Alla Cieca è un romanzo complesso, inquieto, sconcertante.
Non promette false rassicurazioni, ma regala vera, dionisiaca, letteratura.

Claudio Magris, Alla Cieca, Garzanti, Milano 2005, pagg. 335, € 18.

Il Notiziario della Banca Popolare di Sondrio N. 98 - Agosto 2005


Hermann Hesse, il pellegrino d’Oriente Scarica l'articolo con foto e impaginazione in formato PDF

Nei primi tempi successivi alla morte dello scrittore, pochi editori tedeschi avrebbero scommesso sulla fama postuma di Hermann Hesse (1877 – 1962). Sebbene in vita avesse goduto di un notevole successo, culminato con il conferimento nel 1946 del premio Nobel, la fama del loro connazionale appariva in declino: i lettori scarseggiavano, le vendite dei suoi libri languivano.
Ma si sbagliavano, come si sbagliava Timothy Leary quando, nel 1963, pubblicò in America il saggio che avrebbe dato origine a un incredibile “Hesse-Boom”, facendo assurgere lo scrittore svevo al ruolo di profeta di quella “generazione psichedelica” che vedeva nel consumo di allucinogeni la via maestra per raggiungere il Nirvana[i].
Se Leary si fosse infatti soffermato un poco più a fondo sugli scritti di Hermann Hesse, sarebbe stato più cauto nell’interpretare i suoi romanzi come descrizioni di un “viaggio” lisergico[ii].
Ma, d’altronde, fu anche grazie a quella ricezione errata che migliaia di giovani entusiasti, attirati dall’esotismo di Siddharta e da una lettura del Lupo della Steppa inteso come un manuale di “sesso droga & musica jazz”, contribuirono a riportare l’attenzione del pubblico su Hesse, elevandolo poi al rango di vero e proprio classico moderno, in grado di varcare i confini geografici e culturali in cui le sue opere erano state concepite per divenire patrimonio della letteratura mondiale.
Ed è proprio su scala mondiale che viene celebrato quest’anno il 125° anno di nascita e il 40° della morte di Hesse, un doppio anniversario che ha fornito l’occasione per una fitta serie di manifestazioni coordinate in vari Paesi: Germania, Italia, Svizzera e perfino India[iii].
Allo scrittore, che non riteneva esserci “niente di più odioso […], niente di più stupido dei confini”[iv], una celebrazione così “globale” avrebbe fatto certamente piacere, anche se, noto per la sua indole schiva e riservata, il fasto che tali manifestazioni si trascinano appresso lo avrebbe probabilmente lasciato perplesso.
Il radicato internazionalismo di Hesse, che in vita sua rimarrà sempre estraneo a qualsiasi concetto di Nazione, è da intendere più come il frutto di una giovanile e spontanea assimilazione dello spirito “cristiano e quasi completamente a-nazionale”[v] della casa paterna, che di una scelta meditata e riflessa avvenuta in età matura.
Il padre è, infatti, cittadino russo di origine baltiche, la madre tedesca, con ascendenze svizzero-francesi. Entrambi i genitori sono di acceso e rigido credo pietista: in passato hanno prestato servizio in India come missionari per trasferirsi poi a Calw, cittadina sveva della Germania meridionale. Il nonno materno, Hermann Gundert, è un celebre filologo orientalista, proprietario di una ricca biblioteca, dove il nipote assimila i primi nutrimenti spirituali e respira quel fascino d’Oriente che lo incanterà per tutto il corso della sua lunga vita.
Gli anni dell’infanzia e della prima giovinezza, “bella e profondamente vissuta, ma non facile”[vi], riverbereranno in tutta l’opera di Hesse, che spesso narrerà nei suoi romanzi, in forma più o meno alterata, eventi biografici riconducibili a quei primi anni fondamentali per la sua sensibilità artistica, ricchi di “sensazioni dolcissime ed intense, di passioni sofferte ed istintive”[vii], da cui egli instancabilmente attingerà la propria malinconia. Agli anni innocenti dell’infanzia, all’assidua ricerca di un contatto libero e diretto con la natura, si legherà quella alta “poesia del vagabondare”[viii] che costituisce il filo rosso di tutta l’opera hessiana.
Dal quarto al nono anno di vita del figlio, i genitori si trasferiscono temporaneamente a Basilea, dove il “senza patria” Hermann, che fino ad allora ha viaggiato con passaporto russo, ottiene la cittadinanza svizzera. Ritornata la famiglia in Germania, diventa cittadino tedesco, per poi acquisire di nuovo cittadinanza svizzera, una volta che, in età matura, stabilirà definitivamente la sua residenza a Montagnola, nel Canton Ticino.
Anche da questa girandola burocratica possiamo intuire come Hesse abbia viaggiato molto e, in effetti, durante la prima metà della vita egli intraprende spesso viaggi che possano interrompere la tranquilla monotonia dei suoi giorni, cercando alimento per il proprio animo inquieto in terre lontane.
Hesse viaggiatore evita gli scontati luoghi turistici, ammirando più la naturale magia dei riflessi nella laguna piuttosto che il fasto di Palazzo Ducale, conversando con una semplice famiglia contadina piuttosto che dilungarsi negli Uffizi, riempiendo pagine e pagine dei suoi taccuini e traducendo spesso le impressioni tratte, non solo in diari di viaggio come il Dall’India (1913) o il Viaggio a Norimberga (1927), ma anche in numerosi racconti e poesie.
Quasi tutti i suoi viaggi puntano al Sud, tanto che, con teutonica precisione, Volker Michels, il curatore dell’opera hessiana, ricorda come in tutta la sua vita lo scrittore non abbia trascorso neppure un mese al di là del 50° di latitudine, né si sia mai spinto più a nord di Brema[ix].
Meta preferita è l’Italia, dove Hesse si inebria di quella “sincerità di vita, sotto la nobilitante tradizione di una storia e di una civiltà classica”[x] che lo spingerà a ritornare frequentemente nella penisola.
Dai suoi viaggi reali e da quelli compiuti dai suoi personaggi letterari, Hesse giunge anche a celebrare – ci sia concesso questo piccolo campanilismo – le “maestose colline costellate di vigneti, profondamente ondulate e terrazzate”[xi] della Valtellina e i suoi prodotti, tanto che Peter Camenzind (1904), il “figlio della montagna”[xii] dell’omonimo romanzo che lo rende famoso ed economicamente indipendente, per lenire i dolori dell’animo si abbandona con preoccupante frequenza al “sapore aspro ed eccitante”[xiii] del rosso vino valtellinese, ritenendo che questa bevanda sia in grado – altro che L.S.D.! - di fargli compiere magie, creare e poetare.
Con questo non si pensi tuttavia di liquidare il Camenzind come un semplice beone, sebbene egli stesso nei momenti di sconforto si consideri tale. Al contrario, il libro si ricollega alla nobile tradizione del “Bildungsroman”, il romanzo di formazione in lingua tedesca – che annovera capolavori come il Wilhelm Meister di Goethe, l’Enrico di Ofterdingen di Novalis e l’Enrico il Verde di Keller – nel quale si narra il percorso di auto-istruzione d’un giovane che abbandona il proprio borgo per avventurarsi nel mondo, spinto da inquietudine e desiderio di soddisfare le sue aspirazioni artistiche formando così, attraverso le varie esperienze della vita, la propria personalità, mosso e posseduto dallo “Streben”, il romantico anelito di pacificazione tra poesia individuale e “prosa del mondo”[xiv]. Comprendiamo quindi come il tema del Viaggio vada inteso nell’opera di Hesse non solo in senso geografico, ma anche e soprattutto come metafora del necessario e doloroso cammino interiore per raggiungere la “Heimat”, la patria spirituale, il proprio punto di equilibrio e stabile armonia.
Il viandante di Hesse è colui che, come l’Emil Sinclair nel Demian (1919), porta impresso “il marchio di Caino” [xv], il marchio del cercatore e di colui che soffre intimamente del dissidio tra la propria individualità e il mondo borghese, colui che, scavando inquieto nel proprio inconscio, è bramoso di raggiungere quella vita vera, quella vita autentica che si cela dietro il sipario delle illusioni, dietro l’incessante fluire delle apparenze e che sola può rasserenare chi avverte con dolore il tragico sentimento dell’umana caducità.
In viaggio sono il letterato giramondo Hermann Lauscher (1901), romanzo ancora acerbo e a tratti improntato a un certo estetismo di maniera, che nondimeno già esprime la tipica tematica hessiana. In viaggio, o meglio in fuga,  è poi l’impiegato disonesto del racconto breve Klein e Wagner (1920), o il tormentato Harry Haller nel Lupo della Steppa (1927), così come l’affascinante Boccadoro di Narciso e Boccadoro (1930), fratello maggiore di quel simpatico vagabondo Knulp (1915) che apparentemente si aggira “libero felice e buono a nulla”[xvi] come il perdigiorno di Eichendorff, ma che in fondo avverte malinconicamente la fragilità dell’esistenza.
In viaggio verso se stesse sono anche quelle figure dell’universo hessiano che hanno preferito la “vita contemplativa” alla “vita activa”. Pensiamo all’ombroso musicista Kuhn del Gertrud (1910) – il romanzo meno amato da Hesse – e il pittore Veraguth di Roßhalde (1914), che avvertono con più o meno rassegnazione il contrasto tra le personali ambizioni artistiche e la prosaica realtà in cui vivono. Due romanzi che, insieme, costituiscono il prodotto di una riflessione sul ruolo dell’artista e i suoi conflitti familiari, compiuta da Hesse negli anni trascorsi a Gaienhofen sul lago di Costanza (1901 – 1912) quando, ispirato da un desiderio di fuga dalla città, allora piuttosto popolare in Germania e ravvisabile già nel Peter Camenzind, si illude di poter condurre un’esistenza sedentaria e contadina insieme alla prima moglie e ai tre figli, ottenendo però solo ripulsa per quella che è sostanzialmente una vita improntata all’opprimente tranquillità borghese.
In viaggio è pure Josef Knecht, il leggendario “Magister Ludi” del Giuoco delle Perle di Vetro (1943), non tanto per le sue numerose escursioni fuori e dentro la provincia pedagogica di Castalia, l’utopico stato modellato sui contorni del Ticino in cui si svolge il romanzo, quanto per il cammino spirituale che lo porta a compiere il suo ultimo e più alto atto di servitore[xvii] ed educatore, non già nei palazzi di un Ordine dello Spirito nobile ma arido, bensì al di fuori di esso e là nel mondo. Nell’immersione panica in un lago alpino e nel sacrificio di se stesso, si compie così interamente – è chiara la citazione hegeliana del famoso paradosso del Servo, che nel sacrificio del lavoro diventa Signore del suo stesso Padrone  – l’istruzione del giovane Tito Designori[xviii].
Ma soprattutto è in viaggio Siddharta (1921), il figlio del bramino che abbandona la casa paterna unendosi agli eremiti penitenti, per poi esperire le gioie erotiche della cortigiana Kamala e infine trovare pace trascorrendo la vecchiaia accanto all’illuminato Vasuveda. “Non vado in nessun posto. Sono soltanto in cammino. Vado errando”[xix] è la risposta di Siddharta a Govinda, l’amico che gli chiede dove egli sia diretto, senza capire che la meta del lungo cercare di Siddharta non è “nient’altro che una disposizione dell’anima, una capacità, un’arte segreta di pensare in qualunque istante, nel bel mezzo della vita, il pensiero dell’unità, sentire l’unità e per così dire respirarla”[xx].
Il Vagabondo, o ancor meglio, il Cercatore, come Hesse stesso si definisce[xxi], è colui che, sentendosi estraneo al mondo borghese e da esso non capito, decide di porgersi ai margini di esso e perseguire il proprio cammino individuale in solitudine, avverso a ogni autorità, prima fra tutti quella scuola duramente criticata in Sotto la Ruota (1906) che, insieme con I turbamenti del giovane Törleß di Robert Musil pubblicati nello stesso anno, costituisce un durissimo attacco all’opprimente conformismo dell’istituzione collegiale. Il romanzo giovanile di Hesse – frutto di un’elaborazione letteraria della propria esperienza scolastica e di quella del fratello Hans – prende spunto dalle vicissitudini contingenti del seminarista Hans Giebenrath e dell’amico Heilner (il ricorrere simbolico di nomi in H.H. è tipico degli scritti di Hesse), per risolversi in un’accusa generale all’istruzione scolastica in quanto tale che,  votata al motto dello “spezzare la volontà” dell’alunno, mira a rendere il futuro uomo un docile ingranaggio della macchina sociale. Molti anni più tardi, con la figura del “Magister Ludi” Josef Knecht, Hesse creerà quell’ideale di maestro illuminato, che solo avrebbe potuto salvare il piccolo Hans dalla disperazione in cui invece si distrugge annullandosi.
Il mito del Viandante raggiunge il culmine nel Pellegrinaggio in Oriente (1932), l’affascinante racconto di quell’ideale “comunione di anime” già vagheggiata nel Demian e in seguito ricordata da Hesse nel discorso di conferimento del Nobel, ideale che sempre covò anche Friedrich Nietzsche: un’accademia dei liberi spiriti di tutti i tempi e tutte le latitudini in cammino negli spazi e nei secoli al servizio – ricordiamoci di Knecht – della pace e dell’armonia umana e la cui meta, racconta il violinista H.H. protagonista del Pellegrinaggio, “non era soltanto un’entità geografica, ma era la patria e la giovinezza dell’anima, era il Dappertutto e l’In-Nessun-Luogo, era l’unificazione di tutti i tempi”[xxii]. Senofonte, Platone, Lao Tze, Novalis e tutti gli altri grandi artisti e uomini di pensiero passati presenti e futuri, tutti i grandi scrittori della “Weltliteratur” insieme con i loro personaggi, costituiscono quei pellegrini alla cui memoria sarà dedicato – in un raffinato gioco autoreferenziale – il Giuoco delle perle di Vetro, la grande opera senile dedicata al nobile ordine spirituale di Castalia, inteso dallo scrittore come utopico contrasto alla barbara realtà del Reich nazista[xxiii].
Il motivo del viaggio interiore viene in particolare arricchito di tematiche mitologiche e psicoanalitiche negli scritti successivi alla profonda crisi che colpisce Hesse durante gli anni della prima Guerra Mondiale[xxiv], crisi da cui esce grazie all’interessamento per le teorie junghiane sull’inconscio collettivo e a numerose sessioni di analisi.
Molti personaggi di Hesse vivono, infatti, continuamente in bilico nella zona di confine fra il conscio e l’inconscio, fra i due mondi in cui cresce il piccolo Emil Sinclair e nell’abisso in cui si dibatte Klein, costantemente sull’orlo della follia. Si pensi anche a Klingsor (1920), la cui pittura surreale permette all’artista di riattraversare tutte le tappe del profondo, e si pensi soprattutto alla frantumazione in mille “molteplicità di nuclei psichici”[xxv] del “pazzo” Harry Haller, che si dibatte continuamente lacerato in un’esistenza impossibile, contemporaneamente dentro alla società borghese e fuori da essa, gentile e colto intellettuale ma anche bestia feroce e notturna[xxvi].
Con il Lupo della Steppa Hesse prende una posizione critica contro i suoi precedenti romanzi come Camenzind e Gertrud, in cui ora ravvisa, nonostante tutto, un fondo di falsità. Se Camenzind e Kuhn, constatando la loro condizione di inetti a vivere, si rinchiudono pavidamente in una nobile quiete, Harry Haller compie invece il salto nell’abisso e guarda negli occhi le profondità della propria anima. Ma questo “dialogo con l’inconscio“[xxvii], lo Sguardo nel Chaos (1920) che rivela la vanità di ogni ordine e l’interscambiabilità di tutti gli opposti che lacerano l’esistenza, è portatore di un effetto catartico in grado di svelare che i contrasti della vita, la divisione fra Spirito e Natura, tra Buono e Cattivo, tra Yin e Yang non sono nient’altro che un velo di Maya celante l’unità del Tutto.
Solamento attraverso lo sguardo nell’abisso si può, infatti, raggiungere quella “Madre primigenia” verso cui tendono tutti i personaggi di Hesse, ne siano coscienti o meno: quel grembo originario in cui ogni identità individuale cessa di dolere, per ritornare a fondersi in una comune origine indifferenziata[xxviii].
Il “marchio di Caino” che portano impresso Emil Sinclair e il suo amico e alter-ego Demian, non è altro che il marchio del Chaos (dal greco χάος, ovvero anche baratro, voragine che si spalanca), il marchio degli eletti che hanno guardato nell’abisso dell’esistenza umana riuscendo a scorgerne l’inesprimibile armonia.

Ecco allora il significato di tanti simboli e tematiche ricorrenti nella prosa hessiana. Si pensi alla metafora del sogno, unita alla lucida coscienza dei limiti della parola. Pur con tutta la sua potenza, il linguaggio non può che evincere dall’uso dei concetti, delle definizioni che tracciano i confini del pensiero ma che inevitabilmente sono costrette a limitarlo. Il sogno è, invece, in grado di donare la “libertà di vivere contemporaneamente tutte le cose pensabili, di scambiare per gioco il dentro e il fuori, di far scorrere come quinte il tempo e lo spazio”[xxix]. Attraverso la sua magia, la realtà trasmuta, sfuma, perde la rigidità del pensiero dialogico e acquista quella molteplicità e mistero in grado di trasformare un omega in un serpente, come succede al giovane Boccadoro quando studia assonnatamente il greco, credendo così di compiacere l’amico studioso Narciso che, al contrario, capisce la necessità per l’amico di seguire il proprio destino uscendo dal chiostro di Mariabronn – variazione di Maulbronn, il collegio in cui studiano Hermann Hesse e Hans Giebenrath - per gettarsi nelle braccia della vita, delle donne e della natura.
E si pensi poi alla musica e all’acqua, presenze irrinunciabili nell’opera di Hesse, perfetti simboli della serena armonia e dell’essere nel divenire.
Quasi in ogni romanzo di Hesse troviamo scorrere libera e impetuosa l’acqua di un fiume, o riposare sereno e profondo lo specchio di un incontaminato lago alpino. Spesso scorgiamo anche  librarsi e viaggiare sospese fra cielo e terra una o tante nuvole, “eterno simbolo del viaggiare, della ricerca, del desiderio e della nostalgia” [xxx], come avverte Camenzind nel suo bel canto alla natura, sicuro che al mondo non vi sia uomo che ama le nuvole più di lui.
Femminile e materna, l’acqua racchiude gli opposti come il grembo originario della Madre[xxxi], e ad essa si affidano terminando la loro vita terrena non solo l’impiegato Klein o il probabile suicida Hans Giebenrath, ma anche il leggendario Knecht che, in un'altra vita, fu anche Mago della pioggia.
Colui che, come il barcaiolo Vasuveda del Siddharta, sa ascoltare la musica del fiume[xxxii], è colui che ha scorto l’Essere dietro l’eterno e cangiante fluire delle onde e possiede il sorriso dell’illuminato.
Ma sorride anche l’amico musicista Pablo, in verità l’immortale Mozart, che, insieme alle sensuali e misteriose amiche Maria ed Erminia, avvia il lupo della steppa verso la guarigione, facendogli riconoscere dietro il crepitio di una vecchia radio la sua musica immortale, quel “linguaggio senza parole che esprime l’inesprimibile e rappresenta l’irrappresentabile”[xxxiii.
La musica è l’arte assoluta che affascina e commuove Emil Sinclair, Hermann Lauscher e Josef Knecht, il quale, nel progetto non finito della sua quarta vita, in lei troverà ciò che l’educazione pietista non gli ha saputo dare.
La musica “universo di ogni espressione dello spirito, linguaggio supremo della divinità” [xxxiv], come nota Padre David Maria Turoldo, è per Hesse e i suoi personaggi la più alta espressione di contatto con l’armonia universale. Ecco allora che il sublime Giuoco delle perle di vetro, nobile capacità dell’associare in un'unica melodia i più vasti campi del vero, del giusto e del bello, non può che poggiare e trarre origine proprio da quest’arte. E dove la musica è ridotta a stridente e sguaiato strimpellare di un violino, lì è segno che non regna alcuna armonia, come accade nel cupo seminario di Maulbronn in Sotto la Ruota, dove un collegiale incapace si ostina ottusamente a graffiare il povero strumento, facendo solamente la figura del cretino.
La descrizione più bella della prosa hessiana,  paragonata proprio a una composizione musicale, ci è stata lasciata da Hesse stesso, nell’ironico e acuto racconto – amatissimo dall’amico Thomas Mann[xxxv] - dal curioso titolo di Psicologia Balneare (1925): “S’io fossi un musicista”, immagina lo scrittore “potrei scrivere senza difficoltà una melodia a due voci, una melodia composta di due linee, di due serie di toni e di note, che corrispondono, si completano, si combattono, si condizionano a vicenda […] E chiunque sapesse leggere uno spartito potrebbe leggere la mia doppia melodia, vedrebbe e udrebbe, di ogni nota, la nota opposta, la nota sorella o nemica o antitetica. Ebbene, è proprio questo, questa doppia vocalità, quest’antitesi in eterno movimento, questa linea doppia che io vorrei esprimere col materiale che ho a disposizione, cioè con le parole e ci lavoro disperatamente e non riesco”[xxxvi].
Tutte le coppie dallo scrittore, come Narciso e Boccadoro, Veraguth e Burkhardt, Muoth e Kuhn, Siddharta e Govinda, Sinclair e Demian, Knecht e Designori costituiscono, infatti, una melodia a due voci  suonata nel tentativo di rappresentare il mitico uomo ideale che sappia finalmente unire i due poli dell’esistenza, vivendo in armonia fra Eros e Logos, fra spirito apollineo e dionisiaco, al di là di ogni separazione, nella primigenia unità divina[xxxvii].
Ma il destino di tutti questi viandanti, risuoni in essi più una nota che l’opposta, è unico e diverso per ognuno. Se Narciso ha scelto la via della contemplazione, Boccadoro percorre quella dell’arte e dell’amore sensuale. Se il lupo Harry Haller si aggira brado e anarchico nella steppa, il “Magister Ludi” Josef Knecht, anche quando abbandona la carica di maestro del Giuoco lasciando la superba provincia pedagogica, compie l’azione con il proposito di servire e conservare l’Ordine castalio.
Per raggiungere la “Heimat”, Hesse non si stanca di mostrarci come l’unica strada da percorrere sia la via interiore della propria coscienza. Ecco perché, quando Siddharta incontra il Budda, egli ammira e rispetta sommamente il Gotama, ma non ne diventa discepolo, come invece accade all’amico Govinda, bensì continua a percorrere la propria via, conscio che solo in questo modo egli potrà essere vicino al venerabile.
È, quello di Hermann Hesse, un insegnamento di libertà e responsabilità semplice e toccante come lo sono tutte le grandi verità dell’umana saggezza: sii te stesso, percorri la tua strada, perché “un padre può dare a suo figlio il naso e gli occhi, e magari l’intelligenza, ma non l’anima. Essa è nuova in ogni uomo”[xxxviii].


[i] Cfr. G. Decker, Hesse-ABC, Lipsia, Reclam, 2002, p. 187.
[ii] Fenomeni come questi sono noti come “malintesi creativi” e sono la gioia degli studiosi di letteratura comparatista.
[iii] Cfr. www.hesse2002.de.
[iv] H. Hesse, Wanderung, Francoforte sul Meno, Suhrkamp, 1975, p. 9. Mia traduzione.
[v] H. Hesse, in B. Zeller, Hermann Hesse, Amburgo, Rowohlt, 2001, p. 40.
[vi] H. Hesse, Hermann Lauscher, Milano, SugarCO, 1991, p. 20.
[vii] E. Banchelli, in Ibidem, p. 8.
[viii] C. Magris, Prefazione a H. Hesse, Romanzi, Milano, Mondadori, 1977, p. XXV.
[ix] Cfr. V. Michels, Prefazione a H. Hesse, Il Viandante, Milano, Mondadori, 1993, p. 6.
[x] H. Hesse, Peter Camenzind, Milano, Mondadori, 1980, p. 66.
[xi] H. Hesse, Esperienze in Engadina, in Il Viandante, cit., p. 308.
[xii] H. Hesse, Peter Camenzind, cit., p. 43.
[xiii] Ibidem, p. 56.
[xiv] C. Magris, Fra il danubio e il mare, Milano, Garzanti, p. 15.
[xv] H. Hesse, Demian, in Romanzi, cit., p. 433.
[xvi] C. Magris, Prefazione a H. Hesse, Romanzi, cit., p. XXV.
[xvii] Knecht significa in tedesco servitore.
[xviii] Cfr. lettera a Rolf v. Hoerschelmann del 22.02.1944 in H. Hesse, Ausgewählte Briefe, Francoforte sul Meno,  Suhrkamp, 1974, p. 208.
[xix] H. Hesse, Siddharta, Milano, Adelphi, 1994, p. 131.
[xx] Ibidem, p. 175.
[xxi] Cfr. H. Hesse, lettera a Vasant Ghaneker del 4.1953 in H. Hesse, Ausgewählte Briefe, cit., p. 405.
[xxii] H. Hesse, Il Pellegrinaggio in Oriente, Milano, Adelphi, 2002, p. 25.
[xxiii] Cfr. H. Hesse, lettera a Thomas Mann del 23.10.1946 in H. Hesse e T. Mann, Carteggio, Milano, SE, 2001, p. 197.
[xxiv] Oltre allo sgomento nei confronti di un Europa dilaniata dai Nazionalisti, nell’“hannu horribilis” 1916 Hesse perde il padre, la prima moglie viene ricoverata in una clinica per malattie mentali e il figlio Martin è gravemente malato.
[xxv] C. Magris, Prefazione a H. Hesse, Romanzi, cit., p. XXXIII.
[xxvi] M.P.C Palin., Nota introduttiva a Demian, in H. Hesse, Romanzi, cit., p. 301.
[xxvii] H. Hesse, Blick ins Chaos, Berlino, Seldwyla, 1920, p. 13. Mia traduzione.
[xxviii] B. Bianchi, Introduzione a H. Hesse, Sull’amore, Milano, Arndolo Mondadori Editore, 1988, p. 6.
[xxix] H. Hesse, Il Pellegrinaggio in Oriente, cit., p. 26.
[xxx] H. Hesse, Peter Camenzind, cit., p. 13.
[xxxi] Cfr. B. Bianchi, op. cit., p. 6.
[xxxii] Si noti come il verbo ascoltare – un ascoltare naturalmente dell’anima e non dei sensi - compaia già nel titolo del primo romanzo di Hesse, il già citato Hermann Lauscher, poiché Lauscher significa in tedesco “chi sta ad ascoltare”.
[xxxiii] H. Hesse, Il lupo della steppa, in Romanzi, p. 127.
[xxxiv] D.M. Turoldo in G. Ravasi, Il Canto della Rana, Casale Monferrato, Piemme 1990, p. 13.
[xxxv] T. Mann, in H. Hesse e T. Mann, Carteggio, cit., p. 153.
[xxxvi] H. Hesse, Psicologia Balneare, in H. Hesse, Altri Romanzi e Poesie, Milano, Mondadori, 1996, p. 481.
[xxxvii] Cfr. H. Hesse, Der Ideale Mensch, in H. Hesse, Eigensinn macht Spaß, Ebner Ulm, Insel, 2002, p. 105s.
[xxxviii] H. Hesse, Knulp, in H. Hesse, Romanzi, cit., p. 257.

Rendiconto annuale della Banca Popolare di Sondrio (Suisse) - 2002


Creative Commons License
©  Alessandro Melazzini
Questo sito è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons