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Il Sole 24 Ore
Michael Krüger.
Largo agli animali
Il mio androide suona il Rock
Ritmi dabbene
Schlink. Il passato che non passa
Tomba faraonica per tutti
La pena più antica del mondo
Un uomo da manuale
Due in Francia, e in Germania son già dodici
Tutti sui banchi all’ora
di felicità
Che civiltà, il numero civico
«Che lagna il Canetti!»
Gli ultimi dischi del Führer
«Io, tedesco a Guantanamo»
E Beppe ci spia pure da Bagdad![]()
L’ara sulla cortina di ferro
Non evitate la pigrizia
Nobel senza destino
Il perfetto attentatore
Tanti auguri, ascensore!
Anita, nuda regina delle notti
Il piano per rovesciare il Führer
Quel manoscritto donato da Eltsin
Cosa farsene dei sogni
Questa casa è un albergo
Fest. L’orgoglio
di un borghese
E l’impiegato produce nuvole
Quel che resta del Regno di ferro
Donne dell’Est a caccia di cuori
Il libro di Penelope
Svastiche nella Mezzaluna
Imre Kertész.
Un secolo tra due tragedie
Mangiapreti in paradiso
Hesse e Mann, che sgommate
L’espresso
Sassonia senza sesso
Perle sulla rete
Brividi proibiti
Rich people
Dolci vizi a Villa Venus
Rapper upper class
Ventiquattro
Carsten Nicolai. Perfezionista dell’errore![]()
BMW. Alba d’acciaio
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Il Notiziario della Banca Popolare di Sondrio
Giorgio Squinzi, il ciclista chimico
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RAI
Ludwig II e la Baviera ![]()
Monaco di Baviera e Neuschwanstein ![]()
Altro
Intervista con Johannes Blank, organizzatore del festival artistico
UAMO di Monaco
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Poeta, scrittore, manager, critico ed
editore, l’eclettico Michael Krüger è a capo della Hanser Verlag di Monaco
di Baviera, case editrice molto attenta all’Italia, presso i cui tipi escono
in Germania le traduzioni dei libri di Umberto Eco, Claudio Magris e, da
ultimo, Roberto Saviano. Quest’anno in Italia Einaudi ha pubblicato
Commedia torinese, il suo romanzo ambientato sulle rive del Po.
Herr Krüger, cosa la rende ottimista
per il 2008?
La pubblicazione del mio nuovo libro. Si chiama
Die Tiere kommen züruck (Gli animali ritornano) e racconta del
ritorno delle bestie nelle città. Un mattino ci svegliamo e improvvisamente
troviamo nel mezzo della strada un grande gregge di pecore. A sinistra
risuonano i barriti degli elefanti, a destra sugli alberi si arrampicano le
scimmie. Penso che la nostra civiltà abbia dimenticato gli animali, li
percepisce solo come carne da macello o bestie per lo zoo. Con il mio
libretto voglio oppormi a questa tendenza. Esce a gennaio illustrato da
Quint Buchholz, uno dei migliori disegnatori della Germania. Per questo sono
felice e ottimista.
Ma è ottimista per l’uscita del suo
nuovo racconto o per il ritorno delle bestie?
Tanto per l’una cosa quanto per l’altra.
Ma pensa che il ritorno delle bestie
come lo immagina nel suo libro sarà possibile proprio l’anno prossimo o
avverrà piuttosto tra dieci o magari cent’anni?
Penso che non possiamo andare avanti in questo modo con la nostra
civilizzazione e così come quest’anno è stata promossa una iniziativa per il
clima, spero che dal prossimo anno ci occuperemo anche degli animali.
Mi può svelare come avverrà questo
ritorno?
Gli animali decidono di prendersi quelle terre su cui sono state costruite
le città e, improvvisamente, sono tra noi.
Qualcosa come
Terminator in versione animale?
Sì.
Pensa che ci sarà una guerra tra
uomini e animali o prevede una soluzione più conciliante?
Spero qualcosa di conciliante, ma se noi uomini non ci diamo da fare, allora
sarà guerra.
Lei si occupa volentieri di bestie.
Anche il professore Rudolf, protagonista della
Commedia torinese, ha creato uno zoo sulla terrazza di un palazzo
nei pressi della Mole. È una citazione del giardinetto piazzato da Ludwig II
nei piani alti del Palazzo Reale di Monaco o piuttosto un’allegoria dello
zoo universitario?
Quello di Rudolf è il tentativo di costruire una società ideale, che ormai
si può sviluppare solo tra gli animali anziché tra gli uomini.
Il Sole 24 Ore –
30 Dicembre 2007
I robot sono tra noi. Corrono, ballano e suonano il violino. Se gli va bene.
Altrimenti montano automobili in fabbrica, disinnescano bombe e fanno da
cavia agli apprendisti dentisti, come tocca a una povera androide presentata
all’ultima International Robot
Exhibition di Tokyo (www.youtube.com/watch?v=Vaf-QxhQh6g).
La fascinazione degli uomini verso gli automi risale all’antichità: negli
scritti del matematico Erone di Alessandria si trovano schizzi per la
costruzione di statue semoventi, mentre nel Settecento i bambini meccanici
di Jaquet-Drouz ammaliavano il pubblico scrivendo frasette e suonando
melodie. Il protagonista del racconto di E.T.A. Hoffmann
L’uomo della sabbia è talmente
stregato da una donna meccanica che perde il lume dell’intelletto, e anche
nel Blade Runner di Ridley Scott
l’attrazione tra uomo e macchina è così profonda da trasformarsi in intesa
erotica. Fantasie artistiche? Non per lo scienziato David Levy che
sull’ultimo numero della rivista Spiegel afferma sicuro: «amore e sesso con
i robot diventeranno inevitabili».
Agli automi vecchi e nuovi è dedicata una mostra del Museo della
Comunicazione di Francoforte, in cui è soprattutto il Novecento a farla da
padrone. Il secolo appena trascorso ha infatti sancito l’irrompere dell’uomo
meccanico nel nostro immaginario e forse non è un caso che nella fiaba
moderna de Il Meraviglioso Mago di Oz
la protagonista Dorothy abbia per compagno d’avventure un tenerissimo omino
di latta.
Il primo robot umanoide della storia tecnica si chiama
Eric e viene assemblato in Inghilterra nel 1928, un anno dopo la
comparsa al cinema della conturbante femmina metallica di
Metropolis. Eric assomiglia a un cavaliere con l’armatura, può
sollevare le braccia, alzarsi in piedi e – grazie a un altoparlante – sembra
persino possedere il dono della favella. Di pochi anni più giovane è invece
il progetto di Occultus, un automa
dedito a compiti di polizia, la cui idea rimasta su carta viene rilanciata
negli anni Ottanta con grande effetto dal film
Robocop.
Indiscussa superstar all’esposizione mondiale di New York degli anni Trenta
fu invece Elektro, un michelaccio
di latta con una capoccia alla Mussolini, capace di gonfiare palloni e
fumare sigarette. Tra gli ammiratori di Elektro anche un giovane Isaac
Asimov che ne trarrà ispirazione per
Robbie, la sua prima storia robotica. Tutto di produzione europea
l’elvetico Sabor, un colosso fabbricato nel 1945 ed esibito per vari decenni
su innumerevoli palchi. Sabor è alto quasi due metri e mezzo, pesa vari
quintali e il suo inventore lo fa muovere, ballare e parlare da un
assistente nascosto e provvisto di telecomando. Nonostane la mole con le
signore è un galantuomo, anzi talvolta, riportano i giornali dell’epoca, si
spinge persino a flirtare con le spettatrici. Sabor si esibisce fino agli
anni Ottanta, proprio quando la robotica unita all’informatica comincia a
diventare veramente esplosiva.
Ormai in Paesi come il Giappone ogni anno vengono presentati nuovi prodigi.
L’ambizione di tutti i costruttori è realizzare macchine dotate di
autocoscienza. Ma se a questo ancora la scienza non è giunta, nel campo
dell’arte i “progressi” non mancano. Sebbene (ancora) non pensino, alcune
macchine sono capaci di produzioni artistiche. Questa almeno la tesi dello
Schirn, altro museo francofortese che, in parallelo con la mostra sui Robot,
dedica un’esposizione agli “artisti automatici”. Si possono ad esempio
ammirare aggeggi come le Méta-Matics
dell’artista svizzero Jean Tinguely, meccanismi motorizzati costruiti negli
anni Cinquanta e capaci di vergare disegni se messi in moto dal visitatore.
Visti i “capolavori” risultanti non pare vi siano mai state zuffe per
rivendicare la paternità degli scarabocchi prodotti: di Tinguely, del
visitatore o della macchina? Stesso dilemma per i certo più armonici disegni
prodotti dal congegno del danese Olafur Eliasson, un apparecchio in grado di
tracciare a penna dipinti automatici tramite un sistema oscillante di
pendoli. Nessun dubbio invece per Damien Hirst, che a scanso di equivoci
apporta la propria firma a tutti i quadri prodotti dal suo apparecchio ogni
volta che un visitatore lo aziona. L’Auto-Dalì
Prosthetic di Tim Lewis invece
non si occupa d’altro che imitare ossessivamente la firma di Salvador Dalì,
in questo modo ironizzando sulla celebre avidità dell’artista spagnolo,
preoccupato soprattutto della vendita dei suoi quadri.
Tra le pensate più insolite quella di Steven Pippin: un bacio (omosex!?) di
due fotocopie Olivetti avvinghiate l’una all’altra così da fotocopiare se
stesse. L’Auto Sculpture Maker di
Roxy Paine sforna ammassi di lucido e rosso materiale plastico con un
processo simile alla catena di montaggio ma volutamente gestito con lentezza
ed errore, in modo da infondere a ogni blocco una forma differente da quello
che l’ha preceduto, producendo pezzi unici e scompigliando l’idea stessa
della produzione industriale di massa. Le opere di Antoine Zgraggen
piaceranno infine a chi visita con fastidio la mostra, ritenendo sacrilega
l’idea di una macchina elevata ad artista. Invece di produrre alcunché gli
aggeggi di Zgraggen sono tutti pensati per distruggere, martellare e persino
tirare bei calci (automatici) nel sedere.
Die Roboter Kommen!, Museo della Comunicazione, Francoforte,
Schaumainkai 53.
Art Machines Machine Art, Schirn Kunsthalle, Francoforte, Römerberg.
Il Sole 24 Ore – 16 Dicembre 2007
Forse nulla è più duttile del suono. Da una canzone possono nascere mille
variazioni, modifiche e trasformazioni. In mani esperte un solido pezzo rock
degli U2 è capace di mutarsi in uno scatenato singolo dance senza snaturare
l’essenza della canzone originaria (salvo pensarla come i puristi, quelli
fermi a The Joshua Tree e ancora
in lutto per la scomparsa del vinile).
Pochi sanno tuttavia che la diffusa pratica del “remix”, ovvero la
decostruzione e manipolazione elettronica di una canzone di successo, ha
origine in un’isoletta dei Caraibi. Parliamo della Giamaica, l’incredibile
fucina di generi musicali come lo Ska, il Rocksteady e quel Reggae diventato
grazie a Bob Marley così apprezzato da indurre la rivista
Time a eleggere il suo Exodus
«migliore album del Ventesimo secolo».
In patria a diffondere la musica di Marley e colleghi ci pensavano i
proprietari dei Sound System,
ovvero possenti camion trasformati in discoteche semoventi grazie
all’installazione di enormi altoparlanti. La competizione tra
Sound Systems per accaparrarsi la
canzone più originale e ballata era durissima, da qui l’idea di prendere gli
hit del momento e prodursi delle versioni personalizzate frutto di un
inventivo riciclo. Tecnici del suono come King Tubby (1941-1989), Lee
“Scratch” Perry (1935) ed Errol Thompson (1941-2005) cominciarono a fare un
uso improprio del loro poverissimo equipaggiamento di registrazione, dando
origine allo stile musicale poi noto come dub.
Michael E. Veal, professore di etnomusicologia alla Yale University, ha dato
ora alle stampe il primo libro interamente dedicato alla storia di questo
affascinante genere musicale (Dub, Wesleyman University Press, Middletown, pagg. 338, € 23,23).
Nel dub si fondono i ritmi giamaicani in levare, l’improvvisazione del jazz,
l’oniricità del pop psichedelico, la possenza degli antichi tamburi africani
e l’innovazione delle tecniche elettroniche.
Rispetto all’originale canzone reggae un pezzo rielaborato in studio
enfatizza il basso e batteria (proprio come il
“drum & bass” degli anni Novanta), tralascia la melodia e condisce il
tutto con uno smisurato uso di echi, riverberi e campioni sonori presi da
ogni dove, tra cui pianti di bambini, campanelli di mucche, dialoghi alla tv
e squilli del telefono. Soprattutto nel dub il cantato viene omesso o, il
più delle volte, rimane frammentato, ridotto all’essenziale, distillato
nelle sue parole più significative.
La prevalenza dello strumentale permise ai DJ dei
Sound System di intervenire
cantando e parlando sul tappeto sonoro, dando così origine a una pratica poi
resa celebre in America dai rappers ma utilizzata anche da poeti come Linton
Kwesi Johnson. Negli anni Settanta il dub affascinò gruppi punk come i
Clash, qualche anno più tardi gli UB40 consacrarono a questo genere un
intero album mentre al giorno d’oggi innumerevoli sono gli artisti che si
rifanno direttamente o meno alle rielaborazioni di King Tubby e colleghi.
Tra questi ricordiamo Prodigy, Daft Punk, Massive Attack e, per l’Italia, il
tastierista, cantante e sperimentatore Madaski.
Il Sole 24 Ore – 25 Novembre 2007
L'articolo è apparso in versione accorciata.
Con il suo racconto
A voce alta, in cui narra
l’iniziazione all’amore di un adolescente da parte di una donna che nasconde
un tremendo segreto, Bernhard Schlink ha ottenuto nel 1995 un successo
mondiale consacrato dal primo posto nella classifica bestsellers stilata dal
New York Times, posizione mai raggiunta prima d’allora da un narratore
tedesco.
Quest’estate sono iniziate le riprese
per la riduzione cinematografica del racconto, che avrà come protagonista
l’attrice Nicole Kidman. Ma alle oscure colpe affioranti dai
tempi trascorsi Schlink ha dedicato anche la trilogia di romanzi gialli
ambientati nella Mannheim contemporanea del detective Selb, e la riflessione
sul passato rimane anche il tema della sua più recente opera narrativa,
La nostalgia del ritorno,
pubblicata quest’anno in Italia da Garzanti. Ora ai concetti di colpa e
perdono Schlink, docente di diritto pubblico e filosofia del diritto presso
l’università Humboldt di Berlino, ha dedicato un volume di saggi (Vergangenheitsschuld.
[La colpa del passato], Diogenes
Zurigo 2007, pagg. 190, € 19,90), da cui
Il Domenicale pubblica in
esclusiva per i lettori italiani un estratto.
Addio
cimitero. Cresce in Germania la voglia di farsi seppellire fuori dal solito
benedetto camposanto. Per tutti gli amanti della natura l’impresa FriedWald
pubblicizza ad esempio inumazioni nelle foreste. Il cliente che voglia
collocare le proprie ceneri in zona boschiva può scegliere tra una pianta
condivisa con altri defunti o un albero per tutta la famiglia, tra le cui
radici sarà possibile deporre fino a dieci cari estinti. «Un’alternativa
naturale e dignitosa ai consueti rituali di sepoltura», spiegano alla
FriedWald, convinti che ormai sia giunta l’ora di apportare un tocco di
novità all’“ars moriendi” (www.friedw.de).
Dopotutto, siccome al giorno d’oggi gli stili di vita cambiano sempre più
vorticosamente, è comprensibile che anche i funerali non siano più quelli di
una volta. Ecco allora una ditta di Francoforte offrire per il mercato
omosessuale casse da morto dipinte nei colori dell’arcobaleno. A Berlino
invece l’impresa di pompe funebri Berolina propone di spargere le ceneri in
cielo con un volo low-cost in mongolfiera. Tutto sommato una scelta di basso
profilo rispetto all’alternativa di andarsene a bordo di un razzo
programmato per far esplodere l’ urna con un roboante fuoco d’artificio a
trecento metri sopra il cielo. Quando si dice: andarsene con il botto (www.sarg-discount.de).
Ma il
progetto funerario più ambizioso è certamente quello portato avanti dal club
Amici
della Grande Piramide. Alla base di tutto l’idea di versare le
proprie ceneri, anziché in un’urna, dentro a un blocco di cemento di
90x60x60 cm, colorabile e illustrabile a piacere, che vada ad aggiungersi a
quelli di tutti gli altri fautori dell’iniziativa, arrivando a dar forma,
blocco dopo blocco e defunto dopo defunto, a una variopinta piramide dalle
dimensioni sesquipedali (www.thegreatpyramid.org).
Per Jens Thiel, tra i fondatori dell’associazione, è realistico pensare che
in venti o trent’anni si arrivi a 5.000.000 di sottoscrittori e quindi a
un’altezza di 150 metri, ovvero qualcosina in più della Piramide di Cheope.
Ma non è esclusa la possibilità di raggiungere quota cento milioni e
realizzare in questo modo un colosso funebre alto quasi seicento metri.
L’idea di ospitare milioni di morti nei prati vicino a casa sta facendo
venire la pelle d’oca a non pochi cittadini di Dessau, l’area inizialmente
prevista per l’edificazione di quello che diventerebbe il più grande
edificio del mondo. E pazienza se lì di architettura innovativa se ne
dovrebbero intendere, visto che proprio a Dessau Walter Gropius trasferì nel
1925 la sua scuola Bauhaus. Secondo Thiel e soci invece in una regione
strutturalmente debole come il Land della Sassonia-Anhalt un simile progetto
sarebbe un ottimo e durevole catalizzatore economico. Milioni di persone
verrebbero a visitare i loro defunti,
dando così origine a un vitalissimo e redditizio turismo funebre. Per i
familiari rimasti a casa è invece prevista la localizzazione del parente via
Internet grazie a un sistema di coordinate satellitari.
Gli
Amici della Grande Piramide
prevedono di finanziare la costruzione grazie ai sottoscrittori
dell’iniziativa, mentre la Fondazione Culturale della Repubblica Federale ha
già donato 89.000 euro motivandoli con la portata artistica di una simile
idea. Tra pochi giorni una giuria presieduta dal celebre architetto Rem
Koolhaas valuterà i progetti per il concorso relativo all’edificazione della
piramide e delle strutture per ospitare i visitatori. Secondo il portoricano
Ben Morales-Correa, uno dei circa duecento entusiasti che hanno già
prenotato un blocco, «questa sarà la più grande struttura piramidale
utilizzata per i suoi scopi originari [...] Grazie alla tecnologia l’antico
privilegio riservato ai faraoni potrà finalmente venir esteso a tutti».
Il tedesco
Marcel Jahnke invece apprezza la combinazione di «varietà e monumentalità,
così come di individualità e comunità rappresentate dalle pietre colorate»,
mentre l’olandese Jasper
Enklaar è affascinato dal fatto che «questo è il primo progetto
internazionale di architettura commemorativa».
E infatti per i suoi ideatori uno dei meriti
della
Grande Piramide è proprio quello di realizzare una gigantesca tomba aperta a
uomini di tutte le nazioni, culture e religioni.
Anche a satanisti e
membri del Ku Klux Klan? «Direi di no» risponde Thiel «perché
sono posizioni di minoranza volte più a dividere che unire. Ma d’altro
canto: la Grande Piramide è proprio per tutti. Tutti assieme dobbiamo
trovare la risposta. Noi promotori desideriamo solo pace».
Di fronte a
un simile ecumenico entusiasmo sarebbe cinico pensare che se l’auspicata
riconciliazione tra popoli avrà successo ciò avverrà probabilmente perché
gli inquilini della Grande Piramide saranno tutti morti.
La pena capitale è la più antica punizione che l’uomo
conosca. E ancora oggi trova entusiasti sostenitori in tutto il globo. Cina,
Iran e Stati Uniti dissentono su molti argomenti, ma quando si tratta
dell’ammissibilità della pena di morte il loro è un consenso unanime. E mentre
Pechino zelante si prepara ai Giochi Olimpici un primato già l’ha vinto da
tempo: quello per il maggior numero annuale di condannati al patibolo
(nell’ordine delle migliaia). La prima sentenza di morte scritta è datata 1850
a.c. e risale ai Sumeri. Nel corso dei secoli la fantasia umana si è
sbizzarrita intorno ai metodi per far tirare al reo le cuoia: impiccagione,
crocifissione, fucilazione, garrota. E la ruota, il cui profilo rotondo
simboleggiava il Sole e morirci attaccato significava perire di una punizione
divina. Ce lo racconta una storia della pena di morte pubblicata a Vienna da
Martin Haidinger (Von der Guillotine zur Giftspritze [Dalla
ghigliottina all’iniezione letale], Ecowin 2007, pagg. 224, € 19,15).
Che i condannati innocenti – da Cristo a Sacco e Vanzetti – siano stati
innumerevoli non sembra aver mai scosso più di tanto i loro carnefici. Nel
Medioevo quella del boia era una professione tramandata per discendenza
famigliare che univa in sé il ruolo di boia a quello di medico. Dopotutto, chi
meglio di loro conosceva l’anatomia? E se talvolta per via del mestiere non
godevano di buona reputazione, non pochi sono gli esempi dell’attrattiva che
un simile lavoro sapeva esercitare sulla popolazione. Nell’Inghilterra di fine
Ottocento a un concorso per il posto di boia le candidature furono migliaia.
La Francia conta invece il giustiziere più famoso: Charles-Henri Sanson
(1739-1806). Dopo trentotto anni di esercizio aveva mandato all’altro mondo
2918 esseri umani, tra cui degli amici e pure un’amante di gioventù. Molti dei
quali decapitati con la ghigliottina, lo strumento entrato in azione nel 1792
e presto divenuto simbolo della Rivoluzione Francese. Con quella Sanson tagliò
anche la testa di Luigi XVI, che poté così verificare di persona i
suggerimenti dati anni prima durante l’elaborazione della macchina. Sanson
morì invece tra le mura domestiche, esortando il figlio a continuare la
tradizione di famiglia.
Karl Kraus contro il suo concittadino Josef Lang nutriva una tale avversione
da immortalare quell’«allocco trionfante e tranquillo» nelle prime pagine del
suo Gli ultimi giorni dell’umanità. La foto ritrae il boia di Vienna
spuntare gongolante dietro alla salma di Cesare Battisti.
Più tardi alla storia passò anche il sergente John Woods quale esecutore
materiale delle condanne di Norimberga. Il giustiziere dei criminali nazisti
morì nel 1950 per un incidente di lavoro: stava provando una sedia elettrica.
Sessant’anni prima l’Imperatore Menelink II non corse invece questo rischio
entrando in possesso di tre ambitissime sedie mortali. Quando le ricevette si
accorse dispiaciuto che in Abissinia non esisteva ancora la corrente
elettrica.
Oggi varie Nazioni somministrano la pena capitale cercando di evitare troppa
pubblicità. È il caso degli Stati Uniti che hanno anche introdotto l’iniezione
letale considerandola un metodo di soppressione “umanitario” e indolore. Non è
stato così per Angel Nieves Diaz, morto dopo una doppia iniezione tra spasimi
orribili. Per la Cina invece lo stesso metodo serve a preservare gli organi
dei condannati, così da poterne fare uso dopo la morte del proprietario.
Pubblica, spettacolare e cliccatissima sul Web è stata invece l’esecuzione di
Saddam Hussein. Ma dopo averla vista non pochi si sono chiesti se
quell’impiccagione abbia veramente servito più la giustizia che la vendetta.
Il Sole 24 Ore – 21 Ottobre 2007
Un vero uomo non deve chiedere mai. Basta
avere sottomano utili tomi come quello appena sfornato in Germania da tre
giornalisti votati alla salvezza del mito virile (Augustin, von Keisenberg,
Zaschke, Ein Mann Ein Buch, [Un uomo un libro], Süddeutsche Zeitung, pagg.
416, € 19,90).
Superare una crisi di mezza età, disinnescare una bomba, guidare una Aston
Martin e sapersi comportare con eleganza nei bordelli, la cui frequentazione
in Germania è del tutto legale. E poi dare la giusta mancia (il 10% da noi, il
15-20% negli USA), deporre una corona nelle occasioni solenni e andare a cena
con la Regina d’Inghilterra (indossando il frac e – per carità! – togliendosi
l’orologio dal polso nel caso non si voglia apparire ridicoli). Ma anche
entrare nella legione straniera, impagliare una bestia e sopravvivere in
gattabuia. Insomma, tutto quello che un uomo di mondo deve sapere per
cavarsela in ogni spinosa occasione, uscendone con l’eleganza di un James Bond
e il sapere di un Einstein. E per stroncare sul nascere le critiche di
maschilismo gli autori non dimenticano capitoli quali comprendere il
linguaggio dei fiori e saper ascoltare veramente una donna, ovvero capire che
quando tua moglie ti parla non vuole soluzioni e tantomeno obiezioni, ma cerca
sostegno e comprensione. Utili anche i consigli per affrontare questioni
spinose e imbarazzanti quali chiedere al capo un aumento di paga (occhio alla
tempistica) o mimetizzare le puzze nel bagno degli ospiti (basta accendere un
fiammifero e il cervello si allerta per l’odore di fumo ignorando eventuali
odori sgradevoli). Quanto al desiderio di fare il pornoattore, gli autori non
lesinano dritte ma in fondo sconsigliano: è assai meno divertente di come
t’immagini e poi smettiamola di trattare la donna come un oggetto.
Di sicuro, poiché l’uomo moderno è sempre più viaggiatore, valgono oro
consigli su dove si trovino i posti migliori di un Boeing 747 (accaparratevi
la fila 32) o quali sono i bottoni da spingere nel caso il velivolo abbia
perso il pilota e urga affrontare un atterraggio d’emergenza. Metti però che
proprio allora lasci a casa il libro. Che fare? Niente paura, vedi alla voce
“redigere testamento”.
Il Sole 24 Ore – 7 Ottobre 2007
Due
in Francia, e in Germania son già dodici
Se ogni paese europeo, dalla Spagna alla Russia, ha una propria orchestra
nazionale radiofonica, la Francia ne ha due e il Regno Unito quattro. Ma con
le sue dodici orchestre sinfoniche finanziate dalla radiotelevisione, la
Germania risulta la beniamina di tutti i melomani.
«La qualità strumentale e artistica delle sue orchestre è generalmente molto
alta e il loro repertorio comprende spesso musiche di rarissima esecuzione o
nuovi brani commissionati dalle stesse radio». Ce lo racconta il giovane
pianista Roberto Prosseda, di casa sui palcoscenici tedeschi e ora impegnato
nella sua quarta tournée cinese. In Germania, secondo Prosseda, «investire in
cultura rappresenta un segno di prestigio e distinzione. Ciò contribuisce al
positivo stato di salute della vita musicale tedesca, alimentando l’interesse
e il livello culturale del pubblico».
Tra i migliori complessi del mondo si segnala l’Orchestra Sinfonica della
Radio Bavarese, l’ente da cui è finanziata al 100%. Composta da 115 musicisti
e diretta dal lettone Mariss Jansons, vanta un repertorio che si estende dalla
musica barocca a quella contemporanea. Dieci in media le registrazioni
pubblicate in un anno, tra queste molto apprezzati i CD della serie “Musica
Viva”: interpretazioni di musica moderna realizzate il più delle volte con gli
stessi compositori presenti sul podio, come è avvenuto per Stravinskij,
Stockhousen e Luciano Berio. La OSRB è stata anche l’unica orchestra tedesca a
lavorare con Leonard Bernstein, in una collaborazione che raggiunse il suo
apice con l’esecuzione di Tristano e Isolde del 1981. Numerose sia le
tournée mondiali sia le visite di dirigenti ospiti, tra cui Riccardo Muti, la
cui prossima direzione è prevista per il 19 ottobre. «Ogni volta che vengo a
Monaco», ha dichiarato Muti in un’intervista «conquisto subito il puro piacere
di fare musica. È come mettermi al volante di una Rolls Royce senza
preoccuparmi di fare il meccanico». In Italia invece l’Orchestra suonerà a
Roma il 27 ottobre prossimo in onore di Ratzinger. Anche questa esecuzione,
come tutte le sue altre, verrà trasmessa in diretta dalla Radio Bavarese (www.br-klassik.de).
Ma un concerto, seppure così solenne, non fa primavera. L’auspicio di Peter
Meisel, portavoce dell’Orchestra, è infatti quello di poter venire in Italia
molto più di frequente.
Insieme all’Orchestra Sinfonica la Radio Bavarese annovera anche un Coro di 48
elementi e una seconda Orchestra particolarmente dedita all’Opera e ai
direttori italiani. Tra questi Marcello Viotti, Lamberto Gardelli e Roberto
Abbado. E nostri connazionali sono anche molti dei 60 musicisti dell’Orchestra
della Svizzera Italiana, il complesso finanziato in parti uguali dalla Radio
Televisione Svizzera di Lingua italiana e dal Canton Ticino, con sede a Lugano
e principale raggio d’azione in tutta la Svizzera e nel Nord Italia (www.orchestradellasvizzeraitaliana.ch).
Ogni giorno la Radio svizzera riserva una parte del programma alle
registrazioni della sua orchestra, che attingono da un repertorio
specializzato in Haydn, Mozart e Beethoven ma anche, da alcuni anni e con la
presenza sul podio di Alain Lombard, a composizioni romantiche e del
Novecento. «Ottimi e frequenti i rapporti con l’Italia» – sottolinea il
direttore artistico Pietro Antonini – «tra cui scambi culturali e di programmi
con la RAI, nonché trasmissioni anche in diretta di nostri concerti e
viceversa».
Il Sole 24 Ore – 30 Settembre 2007
Tutti sui banchi all’ora di felicità
Che fortuna, andare a scuola! Quantomeno se puoi studiare all’istituto
Willy-Hellpach di Heidelberg (www.whs.hd.bw.schule.de).
Solitamente l’idea di calcare i banchi alletta i ragazzi quanto un randez-vous
col dentista. Ma in quel liceo situato nella romantica cittadina sul fiume
Neckar pare gli studenti ora facciano a gara per lasciare intonso il libretto
delle assenze. Perché in Germania quest’anno si studia anche la “felicità”.
No, non parliamo della tremenda canzone di Albano e Romina, ma proprio di come
riuscire a diventare felici come se ogni giorno di scuola fosse il primo delle
agognate vancanze. Allarmato dalle statistiche che impietosamente illustrano
il disamore con cui gli alunni normalmente varcano l’ingresso delle loro
scuole superiori, il preside Ernst Fritz-Schubert ha deciso che almeno nel suo
istituto è arrivato il momento di donare agli studenti la felicità. Come?
Insegnando loro a conquistarsela. Consultazioni con pedagoghi, artisti e
sportivi hanno permesso di realizzare dall’inizio del nuovo anno scolastico un
corso biennale di studi sulla gioia, scientificamente mirato a infondere negli
alunni più «soddisfazione, autostima, sicurezza di sé e responsabilità
sociale» tramite esercitazioni teoriche e pratiche. Lo scopo è di rendere ogni
adolescente più in armonia con sé stesso tanto dal punto di vista fisico che
da quello mentale, facendolo così diventare più «ricettivo ai momenti di
felicità e insegnargli a cercare da sé la propria fortuna di lunga durata».
Dobbiamo «ricondurre il concetto di formazione al suo significato originario»
dichiara il preside allo Spiegel «e questo significa essere capaci di saper
trovare la felicità». Si potrebbe obiettare che ognuno è felice a suo modo, ma
ad Heidelberg sono fiduciosi. Così come si insegna la matematica, perché non
deve esser possibile far apprendere agli alunni quella fondamentale
«competenza nella vita» che permette a ognuno di cavarsela negli affanni
quotidiani più da Gastone che da Paperino? Contro gli scettici il preside
mette le mani avanti: la serietà degli insegnanti e l’utilità pedagogica del
progetto non si discutono: mal gliene incolga a chi pensi che il nuovo corso
sia una semplice «offerta placebo», una di quelle materie-cuscinetto le cui
ore di insegnamento sono utili soprattutto per flirtare con la compagna di
banco. Qui è in gioco niente meno che la riscoperta dell’educazione
scolastica. Agli studenti è promessa felicità ma richiesto impegno. E siccome
imparare a diventare più gioiosi non è uno scherzo, si puntualizza al
Willy-Hellpach con un velo di minaccia, per quelli dell’ultimo anno sono
previste anche interrogazioni a tema durante l’esame di maturità. Nessun
problema per gli studenti, che hanno accolto con entusiasmo il nuovo corso di
studi.
Ma se poi qualcuno lo bocciano? Peggio per lui, voleva dire che era troppo
musone.
Il Sole 24 Ore – 23 Settembre 2007
Discreto, comodo, utile. Anzi, indispensabile. Perché senza
di lui, nemmeno il satellitare saprebbe come salvarci dal caos. È il numero
civico, quell’essenziale dettaglio sulla porta di casa che rende veramente
completo il nostro indirizzo. Al giorno d’oggi non averlo sarebbe un po’ come
cessare d’esistere. Lettere, documenti, pacchi, amici e scocciatori: privi di
numero, che grattacapo trovarci. A onorare un tale sottovalutato dettaglio
della nostra quotidianità ci pensa ora in Germania il giovane storico Anton
Tantner pubblicando un volumetto a lui dedicato (Die Hausnummer, [Il
numero civico], Jonas Verlag, Marburg 2007, pagg. 80, € 15.
Prima di questa pratica cifra il destinatario di una lettera era
rintracciabile conoscendo il nome della casa in cui abitava: un metodo
tuttavia non sempre agevole. Nella Vienna di fine Settecento ad esempio un
postino doveva esser dotato di buona memoria per riuscire a scovare il giusto
recapito di una missiva indirizzata all’«Aquila d’oro» perché di case
intitolate al pennuto dorato ve n’erano almeno una trentina.
Quale sia stata la prima città a dotare le proprie vie di una chiara
numerazione non si sa con certezza. Nel 1519 ad Augusta un edificio
dei Fugger era decorato con numeri dai caratteri gotici. È dubbio tuttavia se
questi servissero propriamente a identificare la casa. E le cifre presenti fin
dal Quattrocento sulle abitazioni nei pressi del ponte di Notre Dame a Parigi?
Stavano lì per via di un censimento patrimoniale, non per agevolarne
l’individuazione. Proprio come i numeri sugli edifici a Trieste nel 1754:
servivano per censire la popolazione.
Leggendo Le Mille e Una Notte si potrebbe anche pensare che il vero
inventore dei numeri civici sia quel ladrone desideroso di mettere le mani sul
tesoro di Ali Babà. In alcune versioni del racconto il capo dei furfanti per
ricordarsi dove abita Alì conta le case lungo la via così da assegnare un
numero riconoscibile alla dimora cercata. Ma in realtà questa versione della
storia sembra risalga ai primi dell’Ottocento, quando ormai la numerazione
cittadina era in corso. E tuttavia non è un caso se nella fiaba lo stratagemma
della conta viene fatto risalire a un ladrone. Più che tornare utile agli
abitanti, infatti, il numero civico viene introdotto nella prima metà del
Settecento per agevolare fisco, militari e polizia a rintracciare con
precisione il cittadino che ha o potrebbe avere dei conti in sospeso con
l’erario, l’esercito o la giustizia. È il caso del Regno di Prussia, dove lo
Stato se ne serve anche per facilitare l’acquartieramento delle truppe. Si
capisce allora perché inizialmente il numero civico non sia stato accolto con
grande entusiasmo, come poterono constatare di persona quei funzionari del re
Giuseppe II d’Asburgo (1741-1790) arrivati in Ungheria per fare ordine e
accolti dalla popolazione a suon di schioppettate. Contro di lui non
brontolava solo il popolo: anche molti nobili infatti storcevano il naso
trovando la propria magione marchiata come quella del volgo. Eppure la targa
con le cifre era ben lungi dall’essere così egualitaria come lamentavano gli
aristocratici, anzi, spesso veniva impiegata soprattutto per discriminare. È
il caso delle abitazioni possedute dagli ebrei in Boemia a fine Settecento,
che per legge dovevano portare cifre romane anziché arabe. Ancora un secolo
dopo – racconta lo scrittore Ivo Andrić nel romanzo Il ponte sulla Drina
– nelle province dell’impero austroungarico proprio non se ne voleva sapere di
far numerare le case e, quindi, facilitare l’arrivo della cartolina precetto.
Le targhe venivano capovolte, fissate in punti poco visibili oppure si
imbiancava la facciata dell’edificio e “per sbaglio” veniva data una mano di
calce anche al numero civico. Una trovata d’ingegno che forse sarebbe piaciuta
a Walter Benjamin, convinto che la targhetta sulla casa fosse parte di
«un’estesa rete di controllo» che «dai tempi della Rivoluzione Francese serra
nelle proprie maglie in maniera sempre più salda la vita borghese». In effetti
il famoso profumo 4711, ovvero l’Acqua di Colonia, deve il proprio nome
commerciale al numero civico assegnato dalle truppe francesi alla casa del suo
produttore. Francese è anche uno degli inventori del sistema di numerazione
più famoso, quello in pari e dispari. Si tratta del giornalista Marin
Kreenfelt che, tuttavia, non lo escogitò per il bene comune bensì per aiutare
se stesso. Nel 1779 mentre si arrovellava per gestire al meglio il proprio
indirizzario Martin ebbe l’idea di segnare furtivamente le case dei suoi
concittadini in quel modo al fine di velocizzare il recapito del suo
Almanach de Paris[i]. Una pratica notturna e mal tollerata che lo rende
simile ai graffitari moderni.Ormai al giorno d’oggi sono veramente poche le città sprovviste di numero
civico. A Tokyo e Seoul permangono tuttora alcuni quartieri privi di cifre. Ma
sono importanti eccezioni, peraltro in via di estinzione. Di sicuro anche i
loro abitanti non aspettano altro che trovarsi facendo click su Google Maps
(http://maps.google.it/).
Il Sole 24 Ore – 9 Settembre 2007
[i] Precisazione: Kreenfelt numerò per primo le case di Parigi, ma il sistema di numerazione in pari e dispari venne introdotto in città intorno al 1805.
Per suo volere la corrispondenza di Elias
Canetti (1905–1994) sarà liberamente consultabile solamente tra diciassette
anni. Tuttavia un corposo assaggio delle lettere private è clamorosamente
sfuggito alla censura perché rinvenuto dopo la morte dello scrittore. Si
tratta del carteggio a tre fra lo stesso Elias, la prima moglie Veza
Taubner-Calderon (1897-1963) e il fratello Georges Canetti (1911-1971). Il
volume, pubblicato in Germania per i tipi della Hanser Verlag (Veza & Elias
Canetti, Briefe an Georges, pagg. 420, € 25,90), si affianca
egregiamente a Party sotto le bombe. Gli anni inglesi, l’ultimo tomo
della biografia canettiana, invero assai scarno di notizie sulla vita privata
della coppia durante l’esilio inglese. A dominare il carteggio per numero e
intensità di missive è la donna che, nelle ironiche e appassionate lettere a
suo cognato, svela con dovizia di particolari il complesso intreccio di
rapporti affettivi e intellettuali tra lei e il marito. I due futuri coniugi
si conoscono a Vienna nel 1924 durante una pubblica lettura di Karl Kraus, il
caustico editore de La Fiaccola, definito da Elias addirittura «un
Hitler degli intellettuali» per via delle notevoli capacità retoriche. Veza è
una donna colta e una lettrice appassionata. Avrà invece meno fortuna come
scrittrice: in vita i suoi romanzi non troveranno la via della pubblicazione.
Georges, il minore tra i fratelli Canetti, è un apprezzato medico di Parigi,
città in cui risiedono anche la madre Mathilde e il fratello Nissim. Al tempo
dell’incontro con Veza il giovane Elias risiede invece a Vienna, deciso a
coltivare l’indipendenza dalla famiglia per inseguire la propria inclinazione
artistica. Lo sposalizio avviene dieci anni dopo e coincide con il vero avvio
del carteggio a tre. Appresa la notizia delle prossime nozze, Georges esprime
al fratello un netto parere contrario: «stai per compiere una delle più grandi
stupidate che hai mai fatto». Pur nel matrimonio Elias e Veza non intendono
infatti rinunciare a condurre quell’esistenza bohème che fino ad allora li ha
caratterizzati. In particolare Elias vuole continuare a dedicarsi alle sue
varie frequentazioni femminili, tuttavia sempre informando Veza che si riserva
il diritto di giudicare in merito alla passione di turno. È il caso di Anna
Mahler, la figlia del grande compositore, per cui suo marito prende una cotta
violenta. «Il Canetti è proprio un grande egoista lagnoso [...] Mi ama, ma ama
Anna più di me. [...] Ma lei ama me più di Canetti, e quando mi
vuole vedere deve pagare concedendomi un rendez-vous con Canetti, senza che
lui venga a saperlo». I coniugi non vivono sempre sotto lo stesso tetto e
anche quando emigreranno in Inghilterra per sfuggire ai nazisti, lo faranno
separatamente. Elias è così pigro da far battere a macchina tutti i suoi
scritti alla moglie. Veza se ne lamenta con Georges ma poi ubbidisce,
nonostante sia invalida perché priva della mano sinistra.
Nel 1935 dopo una complessa gestazione esce finalmente Autodafé, il
primo e più famoso romanzo di Canetti. Le copie scarseggiano e lo scrittore
non le invia ai fratelli «nella segreta speranza che ne acquistiate qualcuna».
Tra gli omaggiati vi è invece Thomas Mann, che apprezza, mentre Hermann Hesse
scrive una recensione «offensivamente stupida, la peggiore capitatami sotto
gli occhi». Per riscuotere l’agognato successo Canetti dovrà attendere sino al
1946, allorché verrà pubblicata la traduzione inglese del suo lavoro. Nel
frattempo, il mancato riconoscimento delle proprie fatiche lo getta nella
depressione più nera, tanto da fargli persino dimenticare come si chiama.
«Allora con calma gli dico: vai nella mia libreria, prendi il tuo libro e
leggi il tuo nome. Lo fa veramente e si scrive il nome. Poi ritorna normale»
racconta la moglie al cognato. D’altro canto nemmeno Veza è un carattere
troppo tranquillo: «mi muovo tra pazzia e suicidio». L’unica pace della donna
sembra essere la corrispondenza con Georges, che ricopre di elogi e parole
d’ammirazione. In una «lettera d’amore» scritta pochi giorni dopo l’annessione
dell’Austria al Terzo Reich confessa al cognato di sognarlo ogni notte. Il
marito può tuttavia dormire sonni tranquilli: suo fratello è omosessuale.
È piuttosto l’avanzata nazista a preoccupare i coniugi ebrei, che per mettersi
in salvo espatriano in Inghilterra, dove Elias giunge portandosi appresso
un’amante. Veza indispettita commenta: «è uno scandalo e un pericolo». La
rivale è Frieda Benedikt, una lettrice così devota a Elias da voler
condividere con lui l’esilio. Quando tuttavia alla donna capiterà di prendere
delle sbandate per altri uomini, suscitando la rabbia e gelosia di Elias, sarà
sempre Veza ad agire da confidente e paciere tra il marito e l’amante. Una
ragazza, la Benedikt, capace di parlare a Veza «in maniera tanto incantevole
da riuscire a commuovermi al punto che sarei andata all’anagrafe per sposarla
con Canetti, se non fosse che lui è già sposato». In realtà l’amore di
Veza per suo marito è così forte da renderla disposta a fare qualsiasi cosa
per lui: «l’assurdo e l’impossibile». Tranne, forse, accettare le qualità
letterarie dell’amica-rivale.
Sia come sia, è sempre Veza quella che rimane al fianco di Elias Canetti per
lenirlo da ogni inquietudine, proteggendolo con il suo amore. Come accade
nell’agosto del 1945, allorché il futuro premio Nobel viene profondamente
turbato dallo scoppio della bomba atomica: «era così avvilito da non voler più
mangiare né continuare a vivere. [...] è stata una brutta crisi, ma gli ho
salvato la vita». Per Elias Canetti Hiroshima e Nagasaki sono un violentissimo
e sconvolgente “memento mori”. Come alternativa alla propria umana finitudine
non vi è che l’affetto di Veza e il lavoro intellettuale. Sono gli anni in cui
lo scrittore si affatica elaborando Massa e Potere, il monumentale
saggio che lo impegnerà ancora per molto tempo. Solo nel 1959, quando
finalmente l’opera sarà conclusa, Canetti sentirà di aver trovato la pace. «So
di aver ottenuto con questo libro una specie di immortalità. Dovessi morire
domani, non sarò vissuto inutilmente».
Il Sole 24 Ore – 26 Agosto 2007
Conquistata Berlino i soldati russi saccheggiarono sistematicamente la città. Al capitano Lew Besymenski toccò ispezionare il bunker di Hitler. Vi trovò numerosi contenitori sigillati, pronti per la spedizione nello Obersalzberg, la residenza estiva del dittatore. Morto il Führer, le casse presero la via di Mosca. Dopo oltre sessant’anni e grazie alla figlia del capitano lo Spiegel ha potuto ispezionare il loro contenuto, rimasto finora un mistero perché Besymenski mai volle parlare in pubblico del suo eccezionale souvenir. Si tratta di una buona parte della collezione privata di dischi con cui Adolf Hitler amava trascorrere il tempo libero quando voleva distrarsi dai progetti di invasione mondiale. Scopriamo così che oltre agli scontati Wagner e Beethoven il Führer annoverava tra le registrazioni preferite opere di Borodin, Tchaikovsky, Rachmaninov, nonché del violinista Bronislaw Huberman e del pianista Artur Schnabel, entrambi di origine ebraica. Tutti artisti disprezzati dai nazisti. I quali peraltro nemmeno si scaldavano troppo per i film di Topolino, di cui invece Adolf Hilter andava matto.
Il Sole 24 Ore – 12 Agosto 2007
Quando ci si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato
le cose possono andare male. A Murat Kurnaz sono andate malissimo. Il
risultato: Guantanamo.
È lui stesso a raccontarci questa odissea del terrore in un libro pubblicato
in Germania – uscirà in Italia per Bompiani – definito dalla stampa tedesca un
impressionante «documento delle torture e barbarie sistematiche» inflitte al
ragazzo dal governo degli Stati Uniti (Fünf Jahre Meines Lebens, [Cinque
anni della mia vita], Rowohlt, Berlino 2007, pagg. 286, € 16,90).
Tedesco di origine turca, il giovane Murat trascorre i suoi anni a Brema
affrontando i tipici problemi d’integrazione delle famiglie di “Gastarbeiter”.
Tradizioni e comportamenti appresi dentro le mura domestiche fanno talvolta
barriera alla piena integrazione nella Patria adottiva. Il suo fisico
prestante gli permette già a sedici anni un discreto benessere ottenuto
lavorando come buttafuori nelle discoteche frequentate dagli immigrati turchi.
Raggiunta la maggiore età tuttavia Kurnaz incomincia a chiedersi se
quell’esistenza rischiosa e materialista sia proprio tutto ciò che desidera
nella vita. Trova la risposta entrando in moschea e scoprendo con orgoglio la
propria identità – fino ad allora negletta – di appartenente alla comunità
islamica. Nel frattempo su interesse dei genitori si fidanza per procura con
una ragazza in Turchia. Ma prima di contrarre il matrimonio, e senza averne
fatto cenno a nessuno, decide di intraprendere un viaggio in Pakistan con
alcuni amici per approfondire la conoscenza del Corano. È l’ottobre del 2001,
poche settimane dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Gli americani stanno per
lanciare l’invasione in Afghanistan contro il regime talebano. Kurnaz pagherà
carissima l’imprudenza di quella scelta.
Alcuni mesi più tardi, dopo aver studiato in varie scuole coraniche, mentre il
ragazzo è sulla via di casa la polizia pakistana lo blocca facendogli perdere
l’aereo per la Germania. È l’inizio di un assurdo e terribile viaggio che pare
uscito dalla fantasia di un Kafka contemporaneo. Dopo alcuni giorni in cella
il prigioniero viene trasferito a Kandahar «senza motivazioni giuridiche e
senza assistenza legale», come ha denunciato anche il Parlamento europeo in
una risoluzione sulle attività illegali dei servizi segreti statunitensi (www.europarl.europa.eu/comparl/tempcom/tdip/final_ep_resolution_it.pdf).
La speranza in un pronto rilascio cede il passo all’angosciosa consapevolezza
di essere ormai divenuto un prigioniero senza diritti. L’unica fortuna di
queste prime settimane confuse è quella di superare indenne un bombardamento
lanciato sull’area del carcere.
Murat scopre la destinazione finale del suo rapimento dopo un lungo volo
trascorso nella pancia di un cargo ammanettato, incappucciato e alla mercé dei
militi statunitensi. Nella famigerata base americana di Guantanamo lo
aspettano cinque interminabili anni di interrogatori continui, privazioni,
sofferenze e torture di ogni genere. Nella più totale illegalità Kurnaz viene
quotidianamente maltrattato da guardiani violenti il cui principale scopo è la
sistematica umiliazione dei prigionieri. Per il secondino sputare nel piatto
del carcerato prima di porgerglielo è un gesto ormai automatico. Scioperi
della fame e ribellioni non fanno altro che inasprire la pena. Alcune volte ad
interrogarlo si presentano anche degli agenti inviati dalla Repubblica
Federale Tedesca.
A Guantanamo l’unica legge in vigore pare essere quella del puro arbitrio.
Nell’assenza di una regola chiara di comportamento, ogni obbligo o divieto
possono trasformarsi di colpo nel loro contrario. Il risultato è la punizione
continua del prigioniero per aver infranto norme in buona parte a lui
sconosciute. Il sistema carcerario nella base americana è inumano verso i
prigionieri colpevoli, spaventoso con quelli innocenti e corruttore per i
carcerieri. Al di là delle notizie ufficiali – questa l’esperienza diretta di
Kurnaz – a Guantanamo ogni secondino è tenuto, per volere del suo governo, a
comportarsi con ottuso e violento sadismo. D’altronde lo stesso George Bush
con la recente presa di posizione contro i «trattamenti inumani dei
prigionieri di Guantanamo» non ha fatto altro che dimostrare quanto le
vessazioni nella famigerata prigione extraterritoriale di Cuba finora siano
state all’ordine del giorno. Ma le colpe della detenzione illegale gravano
anche sul cancelliere Schröder e il suo governo che, pur essendo stato
informato sin dal 2002 dell’assoluta innocenza del giovane, hanno preferito
lasciare un proprio cittadino in balia delle sevizie americane. Solamente
grazie all’intervento del nuovo governo presieduto da Angela Merkel lo
sventurato è riuscito a ritornare in Patria da uomo libero, dopo aver
trascorso ammanettato persino le sue ultime ore durante il volo verso
l’Europa.
Se venisse provato che si sono verificati dei rapimenti di stranieri innocenti
da parte degli Stati Uniti «più o meno coperti dai governi nazionali che hanno
però taciuto la cosa ai cittadini dei loro Paesi» scrisse alcuni anni fa sulle
pagine del Domenicale lo storico Joachim Fest «questo sarebbe
senz’alcun dubbio uno scandalo sia per gli americani che per le autorità
europee».
Il caso di Murat Kurnaz ha reso tristemente vera la preoccupazione di Fest.
Il Sole 24 Ore – 29 Luglio 2007
Precisazione: Al tempo dei fatti Murat Kurnaz non possedeva formalmente la cittadinanza tedesca, ma è nato e ha trascorso tutta la sua vita da uomo libero in Germania.
E Beppe ci spia pure
da Bagdad![]()
Gira il mondo spiandoci negli ascensori. Ci segue, ci ascolta, ci scruta. Su
carta, sul web, in video. Annota tutte le nostre manie. È la nemesi di ogni
connazionale all’estero. È Beppe Severgnini.
Sei a Vilnius e non sopporti le patate farcite? A Tokyo hai fatto il pieno di
Sushi? Cerchi provinciale rifugio in una pastasciutta nostrana? Guai a te se
Beppe ti scorge: su Io Donna verrai declassato da viaggiatore a
turista. Ravvediti consultando il suo forum online, il bigino del
Severgnini-pensiero in cui ogni testo è un pretesto per affermare quanto sia
“cool” essere
Italians. Per entrare nel club occorre amare le ardite
allitterazioni con cui l’allievo di Montanelli puntualmente addobba ogni suo
articolo. È bene poi acquistare la collezione completa degli Interismi.
Firmati dall’autore. Tutti e tre i volumetti. In triplice copia. Perché a
Beppe non scappi. L’“omino con l’impermeabile” (anche a luglio?) ti insegue
ovunque – meglio se al volante di una Lancia Appia – bramoso di sviscerarti
ogni dettaglio del proprio amore calcistico targato nerazzurro. Ormai salvarsi
da un articolo del giornalista più brizzolato del Web è impresa rara. Come se
non bastasse, puntuali come le tasse ogni estate giungono inesorabili gli
appelli in difesa della Sardegna da un Severgnini avvolto nel mirto. In
Gallura troppi turisti lamenta preoccupato il Nostro! Oh mostro: son tutti
lettori bramosi di beccare Beppe.
Basta. È giunta l’ora di mobilitarsi. Salviamo i sardi. Salviamoci noi.
Mandiamo Severgnini in Iraq. Conoscendo talmente bene La testa degli
italiani forse a lui riuscirà di spiegare come abbia fatto l’Italia a
salpare in missione di pace affiancando chi ha portato le bombe. E non sia mai
che le sue Lezioni Semiserie d’inglese servano laggiù finalmente a
qualcuno.
Che importa se Beppe non conosce Bassora? Iracheni si diventa! In fondo
nulla è impossibile a chi fa “test drive” con il Segway. La verità è che Beppe
può tutto. Solamente a lui è concesso castigare in Patria gli Italiani con
valigia perché nostalgici dei sapori di casa e all’estero organizzare per
loro colossali mangiate ben poco british. Perché quando viaggia, per BS ogni
tappa è una pizza. E ovunque Beppe fa il botto: a New York saprebbe rubare la
scena persino a un iPhone.
In Iraq non vi sono né l’uno né l’altro. E allora per un volta battiamo gli
americani in velocità! Basta con Beppe a Bologna, Belluno e Bolzano. Basta
pure con Beppe in Bocconi.
Buttiamo finalmente Beppe a Bagdad!
Il Sole 24 Ore – 22 Luglio 2007
Commento di Beppe Severgnini, incontrato per caso sul treno
«Da noi le occupazioni non durano più di ventiquattro ore», era solito dichiarare con orgoglio Franz Josef Strauß (1915 - 1988), più volte ministro delle finanze tedesco ma soprattutto governatore e “santo patrono” della Baviera. Come spesso accade, tuttavia, più la norma è stringente, più l’eccezione eclatante. Parliamo della Chiesa per la pace nell’Est e nell’Ovest a Monaco di Baviera. Si tratta di un edificio completamente abusivo celato all’interno del parco olimpionico. La costruì per ordine di Maria Vergine il russo Timofej Prochorow, improvvisatosi pope laico dopo aver peregrinato per mezza Europa ed essere scampato alla Seconda Guerra Mondiale. Sulla vita di Timofej prima della celestiale visione non si sa molto. Pare sia nato sulle rive del Don nel 1894 e abbia servito come sguattero per i cosacchi alleati ai nazisti. Sconfitto il Terzo Reich condusse per anni un’esistenza randagia tra villaggi in rovina e città distrutte. Sulla via del ritorno in patria la Santissima Vergine – così raccontò poi – gli apparve in una colonna di fuoco per annunciargli che «non c’è nessuna via verso casa. Vai a Occidente e costruisci una chiesa per la pace nell’Est e nell’Ovest». Timofej obbedì e si rimise in cammino. A casa lasciava una moglie e due figli. Ma ora era in viaggio per conto di Maria. Capitò in Austria e conobbe Natascha. La compatriota lo affiancò nella ricerca del luogo per erigere il santuario. Lo trovarono a Monaco. Era un prato dove gli abitanti scampati ai bombardamenti accumulavano le macerie delle case distrutte. In precedenza i nazisti se ne erano serviti come spazio per esercitazioni militari. Ancora prima era stato usato dalla BMW come area per testare i motori degli aerei da lei prodotti nel vicino stabilimento. Timofej trasformò quel campo in un luogo di pace. Lavorando giorno e notte (alla luce delle candele), tra il 1952 e il 1953 insieme a Natascha costruì a mano prima una cappella, poi una casetta e infine un’intera chiesa, prelevando tutto il materiale dal vicino cumulo di rovine. Negli anni successivi la arredò pazientemente con una selva di croci e immagini sacre ricevute in dono o recuperate tra i rifiuti. In mancanza di meglio decorò il soffitto del luogo di culto ricoprendolo di carta stagnola. E mentre Monaco tornava alla normalità riacquistando l’antico vigore, Natascha e Timofej vivevano da eremiti coltivando l’orto: senza elettricità, riscaldamento e acqua potabile. Le autorità si accorsero di loro solo verso la fine degli anni Sessanta, quando sui 2500 m2 occupati dalla strana coppia sarebbero dovute sorgere delle strutture per le Olimpiadi del 1972. Il comune voleva sbaraccare tutto ma la cittadinanza protestò in favore di Timofej. Al che Günther Behnisch, l’architetto incaricato di costruire il nuovo stadio olimpico, incuriosito fece visita alla basilica. Bevve un sorso di vodka con il pope e se ne andò convinto che la chiesetta doveva rimanere intatta. Lo Spiegel dichiarò “Babbino Timofej” primo vincitore delle olimpiadi. Questi, dopo alcuni decenni di concubinaggio, scoccati gli ottant’anni decise di prendere ufficialmente in sposa Natascha. Verso la metà degli anni Settanta la morte della donna interruppe un processo per bigamia contro l’eremita portato avanti per dovere d’ufficio. Il resto dei suoi giorni il babbino lo trascorse circondato dall’affetto e dalla carità dei visitatori. Parlava poco, ma a tutti donava un sorriso. Anche a Sergey Kokasin, un rappresentante di commercio viennese che una volta, trovandosi in città per affari, spinto dalla curiosità andò a visitare lo strambo solitario. Incontrandolo ebbe un’illuminazione. Capì di aver già visto quel volto barbuto: anni prima gli era apparso in sogno! E anche lui si convertì al messaggio mariano di Timofej. Negli ultimi anni questi divenne una celebrità. Il giorno del suo compleanno veniva festeggiato ufficialmente, con il sindaco in visita per portargli i saluti della cittadinanza. Il babbino ringraziava l’autorità strimpellando sul proprio organetto una canzoncina in onore di Maria. Sempre la stessa. Non ne sapeva suonare di altre. Quando si spense, mezza città partecipò al funerale per rendergli l’ultimo omaggio. Aveva 110 anni. Erano tanti, ma nulla in confronto alla sua vera età. Egli infatti sostenne fino all’ultimo di avere sulle spalle almeno duemila primavere. Ma questa non fu l’unica convinzione che Timofej portò con sé nella tomba. Egli chiuse gli occhi sereno perché sapeva di aver assolto al proprio compito. Quello di aver abbattuto la “Cortina di Ferro” grazie all’aiuto di Maria Vergine e della sua chiesetta abusiva.
La Chiesa per la pace nell’Est e nell’Ovest, Monaco di Baviera, Spiridon-Louis-Ring 100.
Il Sole 24 Ore – 8 Luglio 2007
D’estate si parte, meglio se con una scorta di libri. Ma chi, durante una visita all’estero, si metta a sfogliare Italiopoli di Oliviero Beha (della neonata Chiarelettere: auguri. Tempo lettura: tre giorni), una documentata e incalzante “damnatio patriae” da leggere magari in parallelo a L’economia della pigrizia di Roberto Petrini (Laterza, una mattina), rischia di non voler più fare ritorno nel Belpaese. Al contrario il protagonista de Il Ponte di Vitalino Trevisan (Einaudi, un pomeriggio), sebbene trapiantato in Germania per tutto il breve e teso romanzo medita sul prossimo ritorno in quell’odiato Veneto da cui anni prima si era volutamente esiliato. Anche tutti i personaggi dell’ultima uscita editoriale di W.G. Sebald sono persone che hanno scelto di andarsene. Ne Gli emigrati (Adelphi, un giorno) lo scrittore tedesco ci narra un toccante frammento di quattro malinconiche esistenze in un volume perfetto come ultima lettura estiva, quando ormai è tempo di riflettere sull’autunno che verrà. Perché una volta tornati al quotidiano, le piccole e grandi battaglie che ci aspettano sono molte. La lotta in difesa della laicità è una delle seconde, anche perché chi vorrebbe modellare la società in base ai propri ghiribizzi teocratici non dorme mai. Nel suo pamphlet Non abusare di Dio (Rizzoli, un giorno), Gian Enrico Rusconi delinea con usuale rigore i termini e l’importanza della questione: un ottimo saggio per chi ha voglia di chiarezza, e non solo d’estate. Parlando di letture marine, nessuna vacanza estiva che si rispetti si può trascorrere senza immergersi in un thriller. In soccorso ci viene Scritto nelle ossa (Bompiani, quattro giorni), il secondo caso dell’anatomopatologo David Hunter creato dalla fantasia noir di Simon Beckett. Il paradiso maoista (Fanucci, tre giorni) attende invece chi non si perde un volume di Philip K. Dick, il visionario autore statunitense di cui finalmente è stato pubblicato in Italia il primo romanzo scritto oltre cinquant’anni fa.
Il Sole 24 Ore – 8 Luglio 2007
Oggi libero cittadino europeo, Kertész venne deportato ad Auschwitz da bambino e visse poi lunghi decenni sotto il regime comunista ungherese. In Essere senza destino, il suo primo e folgorante romanzo autobiografico, Kertész dà voce a Gyurka per condurci nel terribile viaggio di andata e ritorno verso il lager nazista, vissuto dal giovane protagonista con soprendente fatalità. Uscito dopo dieci anni di gestazione e continuo lavorio al testo – il breve romanzo scorre veloce ma ogni singola parola è stata soppesata a lungo dall’autore – esso venne totalmente ignorato dalla stampa di regime, dando origine a una crisi poi rielaborata nel successivo romanzo Fiasco. Con Liquidazione e Kaddisch per il bambino non nato Kertész sviluppa ulteriormente la personale riflessione sulla Shoah e sui compromessi necessari per giustificare innanzi tutto a sé stessi la propria sopravvivenza al campo di sterminio. All’attività di romanziere egli affianca un’acuta produzione saggistica, di cui il lettore trova esempio nella recente raccolta Il secolo infelice. Per la sua opera, conosciuta e diffusa in tutta Europa dopo il crollo della cortina di ferro – soprattutto grazie al grande successo dei suoi libri sul mercato editoriale tedesco – lo scrittore ungherese ha ricevuto nel 2002 il Premio Nobel per la Letteratura. In esclusiva per i lettori italiani il Domenicale presenta un estratto dell’intervento di Imre Kertész al convegno Perspektiven Europa, tenuto nei primi di giugno presso l’Accademia delle Arti di Berlino (www.adk.de/europa), in cui l’autore riflette sulla pesante eredità storica dell’Europa, sugli attuali problemi dei nuovi membri orientali e sulle speranze per il nostro comune futuro europeo.
Il Sole 24 Ore – 17 Giugno 2007
Ammazzare capi di stato? Un lavoraccio.
In media solo un attentatore su cinque riesce nel suo intento. E se anche la
statistica ci informa che di questi tempi ogni due anni muore un leader per
mano violenta, ciò non va ricondotto alla maggior fortuna dei killer moderni,
bensì all’aumento delle nazioni indipendenti e quindi, statisticamente, alla
crescita dei possibili bersagli.
Questo e altro si legge in Colpito o mancato?, il curioso studio di
Benjamin F. Jones (Northwestern University) e Benjamin A. Olken (Harvard
University), due professori americani che hanno passato al setaccio quasi
trecento tentativi di assassinio politico per indagare gli effetti degli
attentati sulle istituzioni e sulla guerra (il loro “paper” in inglese è
liberamente scaricabile via Internet all’indirizzo
www.nber.org/~bolken/assassinations.pdf).
Dal 1875 al 2004, il periodo preso in esame dai due ricercatori, i tentativi
di omicidio alla più alta carica istituzionale di un paese – esclusi i colpi
di stato e i complotti sventati in anticipo – sono stati 298. Di questi soli
59 si sono risolti in un successo per l’attentatore. I “successi” sarebbero
stati sessanta se i professori, nel loro meticoloso elenco, non avessero
stranamente dimenticato il nostro Gaetano Bresci, che la sera del 29 luglio
1900 ammazzò a pistolettate re Umberto I di Savoia.
Fermo restando che a Jones e Olken nulla importa dell’annosa questione in
merito all’ammissibilità morale dell’assassinio politico, bensì preme solo
analizzare il tirannicidio in chiave statistica, dal loro studio si apprende
che il metodo più efficace per togliere di mezzo un sovrano è impiegare la
rivoltella. Chi progetta di eliminare il potente di turno con una pistola ha
una possibilità di riuscita quattro volte maggiore rispetto a chi si affida
alle bombe. Trafficando con simili ordigni spesso infatti il bersaglio rimane
incolume e a pagarne le conseguenze è il suo codazzo. Il 16 aprile 1925 ad
esempio un attentato dinamitardo nella cattedrale di Sofia lasciò illeso Zar
Boris III di Bulgaria mentre falciò centinaia di presenti. Fallimento totale
anche per il mancato assassino di Idi Amin, il satrapo africano recentemente
impersonato sul grande schermo da un bravissimo Forest Whitaker ne L’ultimo
re di Scozia. Il tirannicida scagliò una granata con violenza tale
che l’ordigno colpì il petto del massiccio dittatore e…rimbalzò indietro.
Morirono in tanti, tranne Idi Amin Dada, rimasto vivo, vegeto e più cattivo
che mai. Ben altrimenti andò a Lee Harvey Oswald: grazie al suo fucile
Mannlicher-Carcano riuscì a centrare John F. Kennedy da una considerevole
distanza mentre il presidente si trovava su un’auto in corsa. Abilità, fortuna
o complotto? Ancora oggi sono in molti a dubitare che Oswald abbia agito da
solo; le teorie alternative si contano a decine e ogni tanto rispuntano dalle
soffitte nuovi video amatoriali di quel tragico giorno (l’ultimo ritrovamento,
nel febbraio scorso, è visibile online presso
www.youtube.com/watch?v=JY384ITlbTw).
Tra le variabili che incidono sulle probabilità di successo di un attentato vi
sono l’età del leader, la sua durata in carica, il livello di democrazia, il
reddito pro capite e il numero degli abitanti di un paese. Statisticamente è
più facile che muoia ammazzato per mano di un suo concittadino George Bush
anziché il leader afghano Hamid Karzai (300 milioni di potenziali killer per
il primo, solo 26 milioni di possibili attentatori per il secondo).
Consigliamo tuttavia a Karzai di non fare troppo affidamento sulle
statistiche.
«L’assassinio non ha mai cambiato la storia del mondo», affermò Benjamin
Disraeli commentando l’omicidio di Abraham Lincoln. E tuttavia, non sarebbe
stata un po’ diversa la storia del Ventesimo secolo se nel 1939 il cattivo
tempo non avesse spinto Adolf Hitler ad affrettare la partenza da una birreria
di Monaco? Lì infatti il coraggioso falegname Johann Georg Elser aveva
confezionato una bomba apposta per lui.
Secondo i due ricercatori l’eliminazione fisica degli autocrati porta a
notevoli cambiamenti nella storia di un paese, particolarmente significativi
se il dittatore si è insediato da poco e ancora non ha saldamente in mano lo
scettro del potere. Le possibilità di una transazione democratica aumentano
infatti del 13%. In caso di fallimento tuttavia c’è il rischio che il despota
diventi ancora più sanguinario e utilizzi il fallito attentato per accentrare
ancor più il potere nelle sue mani. Quando a venire colpito è invece il
rappresentante di una nazione libera in cui le istituzioni democratiche hanno
un ruolo maggiore rispetto all’arbitrio del singolo, la continuità governativa
di norma è garantita.
Meno chiari sono gli sviluppi nel caso ci si sbarazzi del leader di una
nazione in guerra. Se è in corso una «intense war», ovvero una guerra con
migliaia di morti, vi sono buone probabilità che un omicidio istituzionale
porti alla pace. Se tuttavia il conflitto è a “bassa intensità”, come nel caso
delle ostilità israeliano-palestinesi, difficilmente l’eliminazione dei
governanti favorisce l’armistizio.
Di sicuro, secondo i due ricercatori, l’uccisione di un leader nazionale non
conduce quasi mai allo scoppio di un nuovo conflitto armato. Che dire allora
dell’arciduca Ferdinando, il cui assassinio diede inizio nientemeno che alla
Prima Guerra Mondiale? Statisticamente irrilevante, rispondono Jones e Olken.
E poi Ferdinando non era un vero leader, ma solamente il principe ereditario
dell’Impero Austro-Ungarico.
Il Sol 24 Ore – 3 Giugno 2007
La vita era fatta a scale. Poi venne l’ascensore. Accadde
centocinquanta anni fa a New York nel grande magazzino della Haughwout & Co,
commercianti di vetro e porcellana. A inventarlo tre anni prima ci aveva
pensato Elisha Graves Otis. Il giorno in cui presentò al pubblico il suo
meccanismo per sollevare persone venne considerato «uno dei momenti
autenticamente grandi nella storia dell’architettura». In realtà Otis non
aveva fatto altro che perfezionare un marchingegno conosciuto da secoli,
equipaggiandolo tuttavia di un componente fondamentale: il dispositivo di
arresto. Lo apprendiamo leggendo il curioso saggio di Andreas Bernard edito a
Francoforte dalla Fischer Verlag.
L’invenzione di Elisha Graves Otis impediva alla cabina di precipitare nel
vuoto qualora si fosse malauguratamente spezzata la corda. «All safe,
gentlemen, all safe» pare abbia detto sornione agli spettatori impauriti,
dando loro una dimostrazione pratica della sua rivoluzionaria trovata. Ma
prima di vincere la diffidenza verso l’ascensore dovette passare del tempo.
Per decenni il mezzo venne usato per salire ma poco per scendere. Nei loro
Studi sull’isteria Breuer e Freud narrano di una paziente che si
colpevolizza anche per aver fatto scendere dal quarto piano dei bambini con
quel pericoloso attrezzo.
Con l’invenzione del bottone elettrico sparisce ogni remora e paura nello
spostarsi in verticale. Grazie alla comodità del bottone il passeggero non ha
più alcun contatto con i meccanismi di funzionamento che presiedono ai propri
spostamenti: per incutere paura nello spettatore film horror come
L’ascensore faranno leva proprio sul mistero celato dietro ai misteriosi
automatismi dell’apparecchio.
Ascensori e strutture in acciaio permettono alle città di svilupparsi sempre
più in altezza. Lo skyline di New York sarebbe impensabile senza l’invenzione
di Otis che razionalizza la geometria e la funzionalità dell’abitare moderno.
Se avesse potuto usufruire dell’ascensore il protagonista de Il Processo
di Kafka si sarebbe certo raccapezzato meglio nel suo disperato girovagare tra
labirintici edifici.
Un tempo i piani alti erano luoghi faticosi da raggiungere e per questo
deputati alla servitù e agli inquilini meno abbienti. È il caso di Gabriel
Dan, protagonista del romanzo Hotel Savoy di Joseph Roth, che a corto
di soldi viene collocato dalla direzione al sesto piano dell’albergo.
Scendendo le scale egli noterà come al decrescere dei piani aumentino il lusso
e il comfort per gli ospiti più facoltosi. Proprio il contrario dei nostri
tempi, in cui ogni vip che si rispetti pretende solo attici e terrazze.
Per il suo essere contemporaneamente spazio pubblico e privato è tuttora
palpabile il sottile imbarazzo provato da chi si trova a condividere con un
perfetto sconosciuto la cabina dell’ascensore. A meno che, come accade nelle
pubblicità dei deodoranti e in film come Lost in Translation, l’angusto
spazio si trasformi in fascinoso luogo di incontro e seduzione. Nulla di tutto
ciò per George Simenon, scrittore e donnaiolo impenitente che, in un hotel di
Berlino nel 1933, anziché poter flirtare con un’avvenente sconosciuta si
ritrovò improvvisamente a quattrocchi con Adolf Hitler.
Andreas Bernard, Die Geschichte des Fahrstuhls, [La storia
dell’ascensore], Fischer Verlag, pagg. 335, € 16,95.
Il Sole 24 Ore – 27 Maggio 2007
Anita, nuda regina delle notti
Otto Dix ne immortalò la sensualità in un
quadro rosso fuoco. È Anita Berber, la regina danzante dei “Golden Twenties”,
i dorati anni Venti della Berlino novecentesca. Dix la raffigura
maliziosamente fasciata in un abito così attillato da esaltarne ancor più le
avvenenti forme. Perché tutto il talento di Anita risiedeva nel suo
irresistibile erotismo, con cui incantava ogni sera il pubblico entusiasta dei
suoi discinti spettacoli.
Alla spericolata vita di Anita Berber è dedicata un’interessante biografia di
Lothar Fischer, ricchissima di illustrazioni [Anita Berber, Göttin der
Nacht [Regina della notte], Edition Ebersbach, Berlino, pagg. 206, € 25].
Anita nasce figlia d’arte a Lipsia nel 1899. Il padre è violinista e la madre
canta al cabaret. Dopo il divorzio dei genitori la madre la porta a Berlino,
dove Anita frequenta la famosa scuola di ballo di Rita Sacchetto. Presto
l’allieva supera la maestra e la ragazza si inimica Rita. Da poco compiuti i
diciotto’anni la Berber si esibisce per la prima volta da sola. Il caloroso
applauso del pubblico la carica di gioia e sicurezza e le apre la strada alla
consacrazione ufficiale, avvenuta nel 1921 ad Amburgo. Nel celebre quartiere
di St. Pauli – allora ritrovo di artisti e cantanti, ora conosciuto per il
distretto a luci rosse più famoso della Germania –si offre per la prima volta
nella performance che più la renderà celebre. Danza completamente nuda, ornata
solo di qualche gioiello. È uno scandalo, una sensazione, un successo
travolgente. «Il suo corpo era così perfetto che la sua nudità non appariva
oscena», ricorderà in seguito Leni Riefenstahl, ballerina e futura regista dei
trionfali film nazisti.
Solo un’altra ballerina aveva sconvolto i propri spettatori in tale maniera:
quando a inizio secolo Isadora Duncan osò danzare per prima in pubblico a
piedi nudi. Anita sprigionava un erotismo in grado di affascinare uomini e
donne. Nel corso della sua breve vita la donna farà strage sia degli uni che
delle altre. «Allora Anita Berber era un esempio di amoralità. Ma era
favolosa!» ricorderà l’attrice Hertha von Walther, confessando anch’ella di
aver ceduto alla malia conquistatrice della Berber.
Nel 1919 questa si sposa con Eberhard von Nathusius, la “pecora nera” di una
dignitosa famiglia aristocratica. Il matrimonio dura poco perché Anita è più
interessata a Sebastian Droste che al marito. Non per passione amorosa
(Sebastian è omosessuale) quanto per comunanza di interessi. Droste è
ballerino, coreografo, poeta e pittore. Per anni i due formano una coppia
affiatata e scandalosa. Nel loro girovagare per la Mitteleuropa fanno
volentieri tappa a Vienna, dove Karl Kraus registra compiaciuto lo scandalo e
l’interesse che le loro «danze del terrore, del vizio e dell’estasi» offrono
ai viennesi, collezionando successi e denunce per oltraggio al pudore. Come se
non bastasse, Droste ha pure il vizio della truffa e della falsificazione di
documenti. Per sfuggire alla giustizia sarà costretto a scappare in America.
Tra i successi del duo Berber-Droste si contano i balletti Morphium e
Kokain. È la trasfigurazione artistica di una loro comune passione per
le droghe, da cui la Berber diventa sempre più dipendente, fino a iniettarsi
pubblicamente dosi di cocaina mentre si trova al caffè.
Anita non dà scandalo solo con il ballo ma porta il suo erotismo anche sul
grande schermo. Il regista Richard Oswald la vuole protagonista per i propri
film scabrosi. Nel film Die Prostitution interpreta Lona, una meretrice
che si ritrova al cospetto del giudizio universale. Ma la temuta corte si
dimostra di orizzonti liberali. Lona e il suo mestiere verranno assolti. La
grazia di Anita non sfugge nemmeno a Fritz Lang, per cui danza in smoking nel
film Il dottor Mabuse.
Durante una tournée al Cairo contrae la tubercolosi. Il suo giovane fisico
strapazzato da anni di eccessi non la sostiene più. Anita si spegne nemmeno
trentenne a Berlino. Con lei termina un decennio sensuale e sregolato di cui
presto il nazismo vorrà estirpare anche la memoria.
Il Sole 24 ore – 20 Maggio 2007
Il piano per rovesciare il Führer
La scoperta di Peter Hoffmann in merito
ai piani scritti del generale Henning von Tresckow per un attentato contro
Hitler nel 1943 – scoperta di cui Hoffmann la scorsa settimana ha dato notizia
esclusiva ai lettori italiani sulle pagine del Domenicale – ha
suscitato vasta eco tra gli studiosi internazionali.
«Il documento è un nuovo tassello della consapevolezza che il consenso
all’hitlerismo nei vertici militari non era affatto scontato» dichiara al
Sole 24 Ore Luciano Canfora. «La vecchia Germania prussiana militare o
militarista di antica tradizione conservatrice non si era mai totalmente
identificata con il nazismo. Questi documenti rendono il quadro molto più
articolato di quanto la visione sommaria ci abitui a considerare. La scoperta
di Hoffmann è una novità rilevante. Purtroppo dobbiamo coniugare
l’apprezzamento di questi piani con la delusione per il loro esito». Secondo
Gian Enrico Rusconi dopo il rinvenimento di Hoffmann è ormai chiaro che
Tresckow sia da considerare «il personaggio chiave» della resistenza attiva
contro Hitler. Ma sebbene l’opposizione dei militari al Führer sia stata «uno
degli elementi più alti e più belli della storia degli anni di guerra della
Germania», anche Rusconi tiene a ricordare come l’aver preparato in dettaglio
l’attentato e il suo seguito non abbia impedito il fallimento del tutto. Anche
secondo Ian Kershaw, autore di una monumentale biografia del Führer,
l’immagine generale della resistenza militare tedesca rimane quella di «una
minoranza di ufficiali coraggiosi della Wehrmacht, mossi da forti principi
etici e pronti a rischiare la vita per porre fine al governo di Hitler,
portatore di distruzione e disumanità».
«Ho un grandissimo rispetto per i documenti, però diffido del feticismo»
sottolinea Rusconi. «Quella di Hoffmann è una scoperta rivoluzionaria sul
piano della ricerca d’archivio ma non nella sostanza delle cose. In realtà i
crimini della Wehrmacht dimostrano che i militari accettarono la guerra in
Oriente come guerra di sterminio. Gli oppositori a Hitler furono pochi.
Qualsiasi ritrovamento in merito non sposta un simile dato di fatto.
D’altronde quando nel ‘45-‘47 si rimise in moto lo Stato tedesco, vi fu molta
diffidenza verso gli oppositori del Führer. Se fosse veramente esistita una
grande resistenza, quantomeno virtuale, come afferma Hoffmann, questa si
sarebbe manifestata, almeno retrospettivamente. Invece la figura eroica di
Stauffenberg è stata inizialmente accettata a denti stretti. Soltanto adesso
egli viene visto in patria come un eroe nazionale».
Di questo imbarazzo a lodare chi ruppe il giuramento di fedeltà al Führer ne
ebbe testimonianza diretta anche Indro Montanelli, quando nei primi anni dopo
la capitolazione tedesca si recò in Germania per lavorare a Morire in Piedi,
il suo libro-inchiesta sui congiurati del 20 luglio. Oggi invece l’eroismo di
Tresckow e Stauffenberg viene pubblicamente riconosciuto, segno che il lavoro
di riflessione collettiva sul passato compiuto dalla Repubblica Federale
Tedesca in questi decenni ha avuto esito positivo. D’altronde film drammatici
come La Caduta di Oliver Hirschbiegel o ironici come il recente Mein
Führer di Dani Levy sarebbero stati impensabili in Germania fino a qualche
tempo fa, e tuttora la loro uscita non manca di provocare accese polemiche e
dibattiti.
Secondo Lutz Klinkhammer, studioso presso l’Istituto Germanico di Roma, la
convinzione di Hoffmann riguardo all’ampio consenso sui progetti di Tresckow
da parte del comando generale dell’esercito è frutto di «un’interpretazione
troppo generosa. Anche se l’adesione è veramente esistita, di certo ha trovato
pochi esecutori. Perché il consenso mentale al progetto è una cosa ma la
resistenza attiva un’altra. Pochi alla fine si sono mossi». Inoltre, se questi
pochi avessero raggiunto lo scopo di eliminare Hitler, non è detto che
avrebbero messo fine all’orrore nazista. Il tirannicidio secondo Canfora «alla
fine è forse inutile, perché l’essenziale è sconfiggere politicamente il
potere dispotico: o si assiste all’eliminazione completa di un intero gruppo
dirigente da parte di un gruppo clandestino organizzato e in grado di
sostituirlo immediatamente, oppure può succedere che il tirannicidio determini
un compattarsi del potere ferito in una feroce difesa degli assetti
costituiti. Nondimeno allo stato attuale delle nostre conoscenze quello di
Tresckow è il tentativo più complesso, meglio pensato e più lungimirante di
fermare Hitler».
A differenza del piano di Tresckow, che prevedeva anche l’arresto di Göring,
Himmler e Ribbentrop grazie alle truppe fedeli alla cospirazione, il tentativo
del 20 luglio 1944, ricorda Kershaw, «fu affrettato e mal eseguito».
Ma ancor più che l’esistenza di un articolato progetto volto a paralizzare
l’intera dirigenza nazista, secondo lo storico inglese la vera novità della
scoperta «risiede nel fatto che i piani di Tresckow siano giunti a noi
preservati in forma scritta». Finora infatti questi documenti erano rimasti
celati negli archivi del KGB a Mosca. Anche per Klinkhammer «la vera scoperta
scientifica non risiede nel contenuto dei documenti ma nella possibilità
d’accesso agli stessi. Questo ritrovamento fa capire quanto vi sia ancora di
nascosto a Mosca. E non dimentichiamo» – conclude lo studioso – «che vi sono
anche altri archivi ex sovietici contenenti un amplissimo materiale
antecedente il 1945, sia tedesco che italiano, sequestrato dall’Armata Rossa.
Tutto questo è un tesoro che ancora oggi rimane totalmente celato».
Il Sole 24 Ore – 6 Maggio 2007
Quel manoscritto donato da Eltsin
Durante l’incontro del G8 a Denver nel
1997 Helmut Kohl chiese a Boris Eltsin se vi fossero a Mosca dei documenti
sulla resistenza tedesca. Lo stesso anno Eltsin fece pervenire al cancelliere
un incartamento rinvenuto negli archivi centrali dell’ex KGB, contenente un
manoscritto del maggiore Joachim Kuhn (1913-1994). Kohl inviò il materiale per
una perizia al professor Peter Hoffmann, storico di fama internazionale,
docente presso l’università McGill di Montreal e autore di un volume sui
Tedeschi contro il Nazismo. La Resistenza in Germania edito anche
in Italia per i tipi de Il Mulino. Lo scritto del maggiore Kuhn conteneva
vaghe indicazioni relative a un complotto ideato dal generale Henning von
Tresckow (1901-1944) per uccidere Hitler. Dopo una pluriennale ricerca
Hoffmann ha ora scoperto a Mosca i piani scritti dell’attentato, nascosti da
Kuhn nel 1944 nei pressi del quartier generale del Führer e poi da lui stesso
disseppelliti e consegnati ai servizi segreti russi un anno dopo.
Il professor Hoffmann ha dato notizia della sensazionale scoperta in un saggio
sul numero di aprile della rivista storica Vierteljahrshefte für
Zeitgeschichte, edita dall’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco di
Baviera (www.vierteljahrshefte.de).
In esclusiva per i lettori del Domenicale Peter Hoffmann ha riassunto i
suoi risultati nell’articolo che presentiamo, in cui traspare il ruolo di
primo piano avuto del generale Tresckow nel colpo di stato contro la dirigenza
nazista progettato per l’autunno del 1943. Qualche mese più tardi, il giorno
dopo il fallito attentato contro Hitler del 20 luglio 1944, il generale
Henning von Tresckow si tolse la vita sul fronte russo facendosi saltare in
aria con una granata da fucile, convinto che «il valore morale di un uomo
inizia là dove è pronto a sacrificare la vita per le proprie convinzioni».
Il Sole 24 Ore – 29 aprile 2007
Forse a dormire non si pigliano pesci. Ma
si può trovare moglie. È successo all’inglese David Brown, a cui è apparso un
numero in sogno. Anziché giocarlo al lotto, David ha digitato le cifre al
cellulare, inviando un messaggio SMS. Gli ha risposto una certa Michelle e tra
i due sconosciuti è nata una relazione ora conclusa col matrimonio. Chissà se
nella colonna sonora del loro amore i due sposini annoverano anche
Yesterday. Vista la genesi della canzone, sarebbe una scelta appropriata.
Perché uno dei più celebri motivi dei Beatles ronzò in testa a Paul
McCartney per la prima volta proprio durante una pennichella. Da svegli invece
Salvador Dalì e Luis Buñuel usarono nel 1929 le loro visioni oniriche come
spunti scenografici per Un chien andalou, una delle opere più
significative della cinematografia surrealista. La scena dell’occhio tagliato
da un rasoio nacque come rielaborazione di un sogno di Buñuel in cui una lunga
nube fendeva la luna. Tutti esempi che dimostrano come il nostro cervello
durante il sonno, lungi dal cadere in uno stato di buia passività, è invece
attivo e intento a rielaborare gli stimoli ricevuti nella veglia. E durante la
fase REM – quella più intensa – è addirittura in grado di produrre
autonomamente informazioni non derivate da stimoli esterni. Insomma, viene
quasi da infastidirsi con David Hume per aver svegliato Immanuel Kant dal
«sonno dogmatico» in cui il filosofo si riteneva immerso prima di entrare in
contatto con le teorie dell’illuminista scozzese.
All’analisi del sonno e al rapporto tra sogno e arte il Deutsches
Hygiene-Museum di Dresda dedica una mostra originale a cavallo tra scienza
e cultura (Schlaf & Traum [Sonno & Sogno],
www.dhmd.de).
Sebbene trascorriamo quasi un terzo della vita a letto, il sonno è uno degli
aspetti più misteriosi della nostra esistenza. Perché dormiamo? Perché
sogniamo? Sono domande a cui non è stata ancora trovata una risposta
definitiva. Certo è che la mancanza di sonno non giova all’organismo. Non a
caso la sistematica privazione del riposo è un classico strumento di tortura.
Dormire poco però non costituisce un pericolo solamente per chi si ostina a
rimanere forzatamente sveglio. Tutti conoscono il famigerato appisolamento
responsabile di numerosi incidenti stradali. Ma anche tragedie come
l’esplosione di Chernobyl e quella del Challenger, così come il disastro della
petroliera Exxon Valdez sono in parte riconducibili a errori umani commessi
per aver dormito poco e nel momento sbagliato. Peter Tripp nel 1959 rimase
desto otto giorni, riuscendo anche a condurre regolarmente la propria
trasmissione radiofonica da New York stando sotto una campana di vetro a Times
Square, senza incespicare quasi mai. A conclusione della sfida con se stesso
si fece una dormita di tredici ore e si svegliò completamente riposato. In
seguito ebbe quattro divorzi e numerose disavventure lavorative ritenute
conseguenze di quella sua malsana impresa. Alcuni anni dopo Randy Gardner
batté il record: 11 giorni senza chiudere occhio, ma con le allucinazioni. I
due tuttavia se l’erano cercata. Invece i malati affetti da una rarissima – e
mortale – insonnia ereditaria sono costretti a vivere per mesi interi in uno
stato di estrema stanchezza e tuttavia senza riuscire a schiacciare nemmeno un
pisolino. Nella mostra è visibile l’impietoso filmato di un uomo ridotto allo
stremo da ben centotrenta notti bianche consecutive. Se il sonno è stato
spesso metafora della morte questa malattia dimostra come sia piuttosto la
veglia costante e prolungata a condurre velocemente al decesso. Un caso
impressionante, che tuttavia non sarebbe stato di alcun interesse per Sigmund
Freud. Non potendo dormire, quell’uomo distrutto nemmeno poteva sognare. Ed è
invece proprio all’interpretazione dei sogni che si dedicò il professore
viennese, indagando sistematicamente il fenomeno come porta di accesso
all’inconscio. Sfortunatamente invece Franz Kafka ne La Metamorfosi non
ci svela quali siano stati i «sogni tormentosi» da cui si risvegliò una
mattina Gregor Samsa, scoprendosi trasformato in un gigantesco scarafaggio.
Meglio sarebbe stato per lui se avesse continuato a poltrire.
Il Sole 24 Ore – 15 Aprile 2007
«Come altri uomini tornano al focolare dalla moglie e dal
bimbo, così io torno alla luce e alla Hall, dalla cameriera e dal portiere».
Parola di Joseph Roth. Perché dopo il crollo dell’Impero Absburgico lo
scrittore elesse a nuova Patria gli alberghi. Anche il suo collega Vladimir
Nabokov scelse di trascorrere in Hotel i suoi ultimi sedici anni di vita. E
ovunque Klaus Mann soggiornasse – ricorda suo padre Thomas – trasformava
immediatamente l’anonima stanza in zona lavoro personalizzata: «appendeva dei
quadri, allineava alcuni libri, distribuiva delle foto. E poi subito a sedersi
di fronte alla macchina da scrivere». Magari per comporre un racconto
ambientato in un albergo. Così accade all’innocente Signorina Else di
Arthur Schnitzler, irrimediabilmente sconvolta dall’indecente proposta di un
licenzioso benestante durante un soggiorno
presso l’Hotel Fratazza a San Martino. Schnitzler invece era molto meno
impressionabile della sua giovane creatura e difficilmente gli capitava di
scomporsi durante i propri soggiorni. Ma si irritava per una brutta stanza. E
in tal caso non tardava a esprimere rimostranze per farsela cambiare. Come a
Roma nella primavera del 1901, quando con orrore si trovò di fronte una camera
tutta «impolverata, traballante e sudicia».
All’affascinante e proficuo rapporto tra grandi scrittori e grandi Hotel ora
la Literaturhaus di Monaco di Baviera dedica una mostra in collaborazione con
gli alberghi cittadini, aperti a incontri letterari, cinematografici e
musicali (www.literaturhaus-muenchen.de,
dal 30 Giugno al Touriseum di Merano).
Fiancheggiando un lungo e sinuoso drappeggio rosso a metafora dello spettacolo
teatrale quotidianamente messo in scena dal microcosmo di un albergo, il
visitatore è condotto negli spazi di un immaginario Grand Hotel ricco di
memorie e oggetti – tra cui lettere e cartoline autografe di vari scrittori
che soggiornarono in alberghi di lusso.
Ecco allora la porta girevole ruotare incessantemente per il frenetico
andirivieni e parimenti svolgere con discrezione il compito di filtro sociale:
i turisti spiantati rimangono fuori e il personale di servizio è pregato di
entrare dalla porta secondaria.
Spaziosa ed elegante la Hall rappresenta il vero centro e palcoscenico di
tutti gli innumerevoli destini che s’incrociano in un albergo. È nel salone
dell’Hotel Des Bains che Thomas Mann viene colpito dalla vista di un giovane
efebo, poi trasformato in quel Tadzio la cui bellezza turba nella Morte a
Venezia l’onusto professor Aschenbach.
Ogni Grand Hotel è inoltre provvisto di una sala pranzo di alto livello dove
l’ospite non si limita a mangiare, bensì assaggia, gusta e assapora le
raffinate creazioni dello Chef. È nel ristorante che al calar della sera
convergono i clienti curiosi di osservarsi a vicenda tra una portata e
l’altra. Una scena che a Marcel Proust ricorda un acquario dove i meno
abbienti scrutano le tavole dei facoltosi come fossero pesci esotici.
Ma anche se gli ospiti sono intenti a pasteggiare comodamente non v’è mai
pausa per il Liftboy, il ragazzino dell’ascensore, l’umile professione svolta
anche dal protagonista dell’America di Kafka. In quello spazio
ristretto si può incontrare veramente di tutto. Persino Adolf Hitler come
capitò a George Simenon nell’ascensore dell’Hotel Kaiserhof di Berlino, poco
prima che il Führer prendesse il potere. È proprio vedendo Agatha uscire
dall’ascensore dell’Harrogate Hydropathic Hotel che Archibald Christie ritrova
sua moglie, improvvisamente scappata da Londra senza lasciare traccia.
Infine, sebbene la stanza da letto sia il luogo più intimo di tutto l’albergo,
spesso è quello più trascurato. Quando si ha un intero Hotel a disposizione,
perché ricevere in camera? Lo sapeva bene Joseph Roth che, per fare economia,
incontrava gli ospiti nei lussuosi saloni, scriveva al caffè ma per dormire si
accontentava di una stanzetta con vista sul retro cortile.
Il Sole 24 Ore – 8 Aprile 2007
Fest. L’orgoglio di un
borghese
Come un grande borghese. Così certamente piacerebbe a Joachim Fest (1926-2006)
essere ricordato. Se molti scrittori suoi colleghi tuttora sfuggono a un
simile appellativo, avvertendolo forse come un laccio troppo stretto intorno
alla loro creatività, Fest non ha mai nascosto la sua appartenenza al
Bildungsbürgertum, la grande borghesia tedesca operosa ma consapevole
dell’importanza del nutrimento culturale per la formazione spirituale
dell’individuo. In questo suo dichiararsi borghese, quasi ostentando il
proprio ceto di appartenenza, Fest manifestava quell’aristocratico piglio con
cui colpiva e affascinava i propri ascoltatori.
In Germania furono molte le famiglie borghesi cadute vittima del fanatismo
hitleriano. Ma non quella di Fest, il cui padre rifiutò sempre di prendere la
tessera del partito nazista, distinguendosì così agli occhi del figlio quale
valoroso esempio di dirittura morale.
Con La Borghesia come forma di Vita – un titolo che rimanda al saggio
manniano Lubecca come forma di vita spirituale – esce nei prossimi
giorni in Germania una raccolta postuma di vari scritti del saggista scomparso
lo scorso settembre. Tra i temi trattati dal biografo di Hitler e Albert
Speer: il Terzo Reich e la resistenza tedesca, il ruolo degli intellettuali al
tempo dell’ideologia, il mestiere dello storico, ma anche letteratura e
riflessioni sulla sociologia dell’arte. Varie le pagine del volume dedicate ai
fratelli Thomas e Heinrich Mann, all’amico e regista Jürgen Roland e al
cancelliere Willy Brand. Tutti rappresentanti di quella borghesia i cui meriti
e i cui pericoli hanno sempre appassionato Joachim Fest, un pensatore sempre
scettico e mai radicale.
La Borghesia come forma di Vita, [Bürgerlichkeit als Lebensform], Rowohlt Verlag, Reinbek 2007, pagg. 368, € 19,90.
Il Sole 24 Ore – 18 Marzo 2007
Ricordate Fantozzi? Non appena usciva dall’ufficio una dispettosa nuvoletta gli appariva in testa e lo seguiva fedele come un cagnolino, affinché non potesse mai prendere il sole. Il guaio è che ciò non capita solamente a Paolo Villaggio. Tutti sanno infatti che il brutto tempo si diverte soprattutto a comparire nel weekend. Torme di travèt sudano per cinque giorni filati sotto il sole splendente, coltivando la speranza di potersi svagare la domenica. E invece puntualmente il venerdì sera minacciose nubi annunciano un altro fine-settimana di pioggia. Semplice sfortuna? Macchè! Da oggi è ufficiale: la “nuvoletta dell’impiegato” esiste davvero. Gli scienziati dell’Istituto Meterologico di Karlsruhe in Germania hanno infatti scoperto che le emissioni inquinanti di fabbriche e gas di scarico, emesse a ciclo continuo nei giorni feriali, durante la pausa del fine-settimana trovano il tempo di trasformarsi in pioggia. Insomma, lavorando si produce il maltempo. Un’altra buona ragione per fare più ferie.
Il Sole 24 Ore – 11 Marzo 2007
Quel che resta del Regno di ferro
Sessant’anni fa la Prussia cessò di
esistere. Cancellandola ufficialmente dalle cartine geografiche, i vincitori
della Seconda Guerra Mondiale ritennero così di aver estirpato le radici
storiche del nazionalsocialismo. Perché secondo gli Alleati la Prussia da
sempre era stato «veicolo del militarismo e della reazione in Germania», come
scrissero nel decreto di scioglimento del 25 febbraio 1947. In fondo non
fecero che trarre le conseguenze del discorso tenuto da Churchill al
parlamento inglese quattro anni prima, quando lo statista britannico la accusò
senza mezzi termini di essere «la fonte della ricorrente pestilenza».
Ora, proprio grazie a un inglese, la Prussia ritorna simbolicamente a vivere.
Appassionatosi alle vicende della Marca del Brandeburgo durante un soggiorno
nella Berlino ancora tagliata dal muro, lo storico Christopher Clark ha
recentemente pubblicato un’opera dedicata al “Regno di Ferro” tanto
monumentale quanto avvincente (Iron Kingdom: The Rise and Downfall of
Prussia, 1600-1947, Allen Lane, pagg. 816, £ 30).
A differenza di alcuni storici inglesi come Alan Taylor, la cui Storia
della Germania scritta nel ’45 sposava sostanzialmente la tesi di
Churchill, il lavoro di Clark presenta un’immagine complessa e variegata del
regno sorto nel Diciassettesimo secolo con il passaggio del ducato di Prussia
dalla Polonia alla dinastia tedesca degli Hohenzollern. Clark evita di
emettere un inappellabile verdetto di colpevolezza, bensì legge nella storia
della Prussia una vicenda composta di luci e ombre, muovendosi nel solco
tracciato da Prussia, tentativo di un bilancio, la grande mostra
berlinese del 1981 che attirò quasi mezzo milione di persone. Tra i visitatori
anche Claudio Magris. La tradizione prussiana, scrive lo scrittore triestino
ne L’infinito Viaggiare, anziché significare cieca e violenta devozione
a un ordine repressivo, rappresenta «una cornice per inquadrare il dissidio
tra una legge morale, sentita come assoluta, e la molteplicità dell’esistenza,
in una tensione a trascendere l’individuo in un valore più alto, cui egli
debba sottomettersi». Oltre alla Prussia del culto hegeliano per lo Stato
assolutista, sostenuto dall’aristocrazia terriera degli Junker, vi è infatti
quella tollerante e illuminista di Immanuel Kant e del suo concittadino Otto
Braun. Questi durante la Repubblica di Weimar governò lo Stato cercando di
renderlo – invero senza grande successo – un «baluardo della democrazia».
Non si può dire lo stesso di Federico Guglielmo I (re dal 1713-1740). La
ferrea disciplina e l’indiscusso autoritarismo instaurati dal “re soldato”
formarono poi l’idea di una Prussia simile a una grande caserma, in cui non è
ben chiaro se i militari servano lo Stato o viceversa. In realtà anche il
roccioso e temuto assolutismo statale portato a compimento da Federico I era
meno granitico di quel che si crede: «ancora durante buona parte del
Diciannovesimo secolo vi erano dei territori prussiani in cui la presenza
statale non veniva pressochè avvertita».
In Prussia autorità e culto delle armi si accompagnavano a un sistema
burocratico di esemplare efficienza, gestito da funzionari di specchiata
onestà. Nel “Regno di Ferro” vigevano tolleranza verso le minoranze religiose,
un tasso di alfabetizzazione ineguagliato in Europa e un codice civile –
quello del 1794 – ammirato da tutti gli altri stati tedeschi.
Di certo il sovrano che più incorporò la doppia anima della Prussia fu
Federico II (re dal 1740-1786). Forgiato tirannicamente alla disciplina
militare da un padre che ne disprezzava la vivacità intellettuale, in
trent’anni di combattimenti la sua gloria militare superò persino quella del
“re soldato”. Tuttavia Federico II seppe coltivare anche rapporti con i grandi
spiriti del tempo, tenendo corrispondenza con Voltaire. Egli sapeva usare
tanto la spada quanto l’ingegno. Si racconta che volendo convincere senza
usare la forza i contadini del suo regno a incrementare la coltivazione di
patate, ordinò ad alcuni soldati di piantonare un campo di tuberi. Se i militi
vi montano guardia, queste patate devono essere davvero preziose, pensarono i
contadini, convincendosi rapidamente a coltivarle, secondo il desiderio del
Re.
Sotto la guida di Bismarck la Prussia raggiunse l’apice della propria potenza.
Dopo aver creato tutte le condizioni affinché la Francia attaccasse, nel 1870
il cancelliere potè godersi a Sedan la schiacciante vittoria del suo esercito.
Un anno dopo portò a compimento l’unificazione tedesca.
La Prussia aveva creato la nuova Germania. Ma il nuovo Stato erose l’identità
del “Regno di Ferro”, avviandone il lento declino.
Il Sole 24 Ore – 11 Marzo 2007
Donne dell’Est a caccia di cuori
Da Mosca le truppe bistrate del professor
Rakowski si preparano a conquistare i cuori dell’Ovest. I prigionieri saranno
molti. E tutti danarosi. Un tempo, quando era impiegato come psicologo al
Ministero della Protezione Civile, Wladimir Rakowski aiutava le donne
abbondonate o tradite a riprendersi senza cadere in depressione. Ora che si è
messo in proprio nutre obbiettivi più ambiziosi, ma sempre a beneficio del
gentil sesso. Perché ormai chi vuole far carriera deve aggiornarsi
professionalmente. Quale che sia il suo campo d’azione. Anche quello della
seduzione. Rakowski tiene i suoi corsi nel palazzo in cui cinque anni fa
terroristi ceceni sequestrarono un intero teatro con il suo pubblico.
D’altronde anche lui insegna a prendere gli uomini in ostaggio. Ma per fare
l’amore, non la guerra. Le uniche stragi annunciate sono quelle di cuore.
Numerose le aspiranti seduttrici desiderose di perfezionarsi. Non che Rakowski
inciti le sue zelanti studentesse all’aggressione. Il trucco, dopo aver
accalappiato un buon partito, è quello di rendersi indispensabili. Come?
Facendo credere alla vanagloriosiosa preda che, tra i due, comanda lui. E più
il pollo si crede un gallo, più aprirà il portafoglio.
Non che l’assalto russo al maschio europeo sia un’impresa titanica. Se poi la
preda di turno è un italiano – va da sé – il tutto probabilmente sarà ancora
più facile. Ma gli imprevisti sono molti. E la concorrenza agguerrita.
Parliamo delle altre russe a caccia di marito, non di eventuali mogli e
findanzate nostrane. Di loro l’armata del professor Rakowski non pare
curarsene.
Che poi tutto questo focoso amore sia posticcio, né per il professore né per
le sue allieve è un problema. Anche perché, avverte Rakowski, ogni vera
seduttrice è capace di immedesimarsi talmente nel proprio ruolo da non volerlo
più abbandonare. Una speranza per tutti gli idealisti romantici e i futuri
turlupinati? Perché a furia di recitare la parte della docile bomba sexy, c’è
il rischio che qualche Svetlana finisca davvero a innamorarsi pazzamente del
proprio bottino.
Il Sole 24 Ore – 4 Marzo 2007
«Pasolini sa che il romanzo è morto. Ma
non lo dice per non spaventare la mamma». Più che prendere per i fondelli lo
scrittore corsaro, con la sua battuta Ennio Flaiano sembra volesse canzonare
quei vedovi del romanzo che ormai da decenni ciclicamente ne lamentano il
decesso. Gli stessi di cui non si curava Carlo Emilio Gadda, convinto che
l’impulso umano a narrare fosse una solida garanzia contro ogni ansia da
dipartita. Anche Imre Kertész ha riflettuto molto sull’impossibilità di
scrivere un romanzo. Ma, anziché scoraggiarsì, lo scrittore ungherese ha fatto
confluire tutte le sue riflessioni in Fiasco. Un romanzo, appunto.
Perché la morte del romanzo, sebbene più volte annunciata – proprio come la
fine della Storia, il decesso del capitalismo e lo stop dei graffiti a Milano
– a tutt’oggi non pare comprovata dai fatti. Anzi, talvolta il romanzo gode di
così ottima salute che a farci le spese è il suo autore. Robert Musil passò
una vita intera cesellando L’Uomo senza qualità, eppure morì senza
averlo concluso. Lo stesso accadde per molti scritti di Franz Kafka, e
tuttavia i suoi romanzi “non finiti”, lungi dall’apparirci monchi, forse
affascinano così tanto proprio per quella loro struttura lasciata aperta.
Per alcuni autori la storia narrata è così importante da scegliere addirittura
di defilarsi a beneficio della stessa, facendo un passo indietro e
pubblicandola anonimamente. In Italia è il caso di Wu Ming: un collettivo
tanto anonimo quanto prolifico. Classico, anonimo o non finito, finora il
romanzo – pur nell’evoluzione delle sue forme – è sempre stato caratterizzato
da una netta asimmetria. Da una parte lo (o gli) scrittori, dall’altra i
lettori.
Ora c’è chi si propone di abbattere questo muro, per altro già messo in
discussione da chi, come Jorge Luis Borges, coglie nell’atto della lettura una
componente creativa non meno nobile di quella necessaria per la scrittura.
Alla base di tutto la tecnologia Wiki, un software collaborativo per la
costruzione di pagine Web che permette a ciascuno dei suoi utenti di
aggiungere e modificare i contenuti delle pagine stesse. Con A Million
Penguins (www.amillionpenguins.com)
la casa editrice inglese Penguin, insieme con l’università De Montfort di
Leicester, si propone di creare un Wiki-romanzo, ovvero un’opera aperta al
contributo di tutti i navigatori del Web. Ogni collaboratore del racconto
online – di cui sono già stati scritti i primi capitoli – può aggiungere e
modificare non solo i propri testi, ma anche quelli di tutti gli altri
scrittori in uno stimolante work-in-progress di collettiva fervenza artistica.
Un team di moderatori ha il compito di controllare eventuali eccessi verbali,
garantendo la corretta applicazione delle regole di condotta, affinché
l’estrema libertà del progetto non degeneri in totale anarchia.
L’idea di un romanzo “open-source” non è totalmente nuova (in Italia ad
esempio è attivo il sito
www.romanzototale.it), ma grazie all’impiego della tecnologia Wiki la
fluidità della trama e la libertà del lettore-scrittore sono rese pressoché
illimitate. Proprio per questo è impossibile prevedere il risultato di un
simile esperimento, della durata di sei settimane. Di certo non sarà facile
per gli autori – previsti a milioni e tutti rigorosamente anonimi –
raccapezzarsi nella stesura di un libro la cui trama può cambiare a ogni
batter di ciglia, prendendo di giorno in giorno svolte improvvise e
sostanziali modifiche. Alla fine potrebbe uscirne un capolavoro, ma visti i
troppi cuochi ai fornelli gli scettici temono la nascita di un confusionario e
insensato pasticciaccio. Con il risultato che, dopo aver dato libero sfogo a
milioni di scrittori, ci si ritrovi in mano (o sul video) una storia che
nessuno vuol leggere. Perché a che serve un romanzo che scoppia di salute,
quando è il lettore che manca?
Il Sole 24 ore – 18 Febbraio 2007
«A Teheran si vedono croci uncinate su tutti i muri»,
notava un diplomatico iraniano. Era il 1942 e davvero il regime nazista godeva
al tempo di grande popolarità tra le popolazioni arabe. Il viaggiatore in
cammino per il Medio Oriente accompagnato dalla svastica era sicuro di non
incappare in rapine o imboscate. Tutt’al più lo avrebbe accolto un fragoroso
applauso. Per contro, delegazioni arabe erano graditi ospiti a Norimberga
durante le feste del partito nazista.
Al cordiale rapporto tra arabi e nazisti è dedicato un nuovo studio degli
storici Klaus-Michael Mallmann e Martin Cüppers. Il volume uscito in Germania
è tanto ben documentato che l’assenza di riferimenti a Il Fascio, la
Svastica e la Mezzaluna, il pionieristico lavoro di Stefano Fabei
pubblicato da Mursia nel 2002, lascia stupiti.
Tra i musulmani Adolf Hitler era una star, le folle lo osannavano e i poeti
gli dedicavano solenni composizioni. Il Führer ricambiava la simpatia e lasciò
tradurre il Mein Kampf. Vari linguisti si occuparono di ripulire la
versione araba dai passi contenenti espressioni di scherno verso gli adoratori
di Allah. E vista la comune provenienza semita di arabi ed ebrei, si specificò
che l’odio nazista era tutto antigiudaico. D’altronde l’immensa popolarità del
nazismo tra le popolazioni arabe – questa la principale tesi del libro –
nasceva innanzi tutto dalla comune avversione antiebraica, e non solamente
antisionistica. «La Germania è l’unico Paese che finalmente si è deciso a
portare a termine la questione ebraica. [...] Ora combattiamo assieme. E
assieme raggiungeremo i nostri obbiettivi» dichiarava nel 1943 Amin
al-Husseini, il potente Mufti di Gerusalemme, sfuggito alla cattura britannica
e riparato a Berlino. Il Mufti incontrò sia Hitler che Mussolini, perorando
sempre la causa nazionalista palestinese, aiutando a creare unità di SS
musulmane e diffondendo incessantemente odio antiebraico. Dopotutto egli
pensava che «gli ebrei si possono paragonare a insetti portatori di malattie».
I nazionalisti arabo-palestinesi vedevano nel nazismo l’alleato in grado di
liberarli sia dal giogo coloniale britannico che dalla presenza ebraica. Nel
1937 arabi e tedeschi si espressero unanimemente contro la Commissione Peel
che caldeggiava la costituzione su territorio palestinese di uno stato ebraico
e di uno arabo. Un anno dopo i nazisti cominciarono a rifornire gli
arabi-palestinesi di armi e munizioni per lottare contro gli ebrei, molti dei
quali erano fuggiti dalla Germania. Analogamente alle trasmissioni di
propaganda fascista di “Radio Bari”, dal 1939 anche il Terzo Reich cominciò a
diffondere trasmissioni in arabo. Come palinsesto musica, letture coraniche e
incitamenti alla lotta contro ebrei e inglesi. Negli anni seguenti, cessato
ogni riguardo tedesco verso le mire coloniali fasciste nei paesi arabi, la
propaganda via radio sobillò in maniera sempre più ossessiva alla rivolta
nazionalista e alla violenza antiebraica. Molti ascoltatori approvarono il
messaggio nazista. «Agimmo in completa armonia con loro» dichiarerà
candidamente il nazionalista egiziano Anwar el-Sadat a guerra conclusa.
Nel 1942 la Germania di Hitler costituì addirittura uno squadrone della morte
sotto la guida di Walther Rauff con il compito di realizzare la Shoah in
Palestina. La SS Rauff si era fatta apprezzare dai superiori come costruttore
di unità mobili per lo sterminio tramite il gas. Le sconfitte di El-Alamein
impedirono a Rauff di portare avanti il compito omicida. Dopo la Seconda
Guerra Mondiale e grazie all’aiuto della Chiesa cattolica il criminale riparò
in Cile.
Dopo essere divenuto primo ministro egiziano, Sadat prima mosse guerra a
Israele e poi ne riconobbe il diritto di esistere. Anche Al-Husseini
sopravvisse ai suoi protettori. E a sua volta divenne sostenitore del giovane
Yasser Arafat, che ne ricambiò la stima e coltivò sempre il ricordo.
Klaus-Michael
Mallmann, Martin Cüppers, Halbmond und Hakenkreuz (Mezzaluna e Croce uncinata),
WBG, Darmstadt 2006, pagg. 287, € 49,90.
Il Sole 24 Ore – 4 Febbraio 2007
Imre Kertész. Un secolo tra due tragedie
Tutto ci aspetteremmo dal racconto di un
sopravvissuto all’Olocausto, tranne «la felicità dei campi di concentramento».
Proprio con questa dichiarazione si conclude invece Essere senza destino
di Imre Kertész. Quasi una bomba scagliata contro il lettore.
Sorprendentemente, in Ungheria al momento della pubblicazione l’ordigno non
scoppiò. Il toccante romanzo d’esordio di Kertész, la storia di un ragazzino
ebreo internato ad Auschwitz e Buchenwald, poi miracolosamente scampato allo
sterminio, prima venne ignorato e in seguito condannato. Dopo essere sfuggito
egli stesso alla violenza antisemita, Kertész visse infatti per decenni sotto
il giogo della dittatura comunista magiara, che forse mal tollerava scomodi
ricordi di un compromettente passato nazista. Un’esistenza, quella di Kertész,
stretta tra due totalitarismi proprio come la piccola stradina schiacciata in
mezzo a due grandi arterie in cui abita il vecchio protagonista di Fiasco,
secondo romanzo dello scrittore.
Mentre Kertész esplorava i ricordi della prima giovinezza trascorsa sotto la
croce uncinata per dar vita a Gyurka, il proprio alter-ego in Essere senza
destino, un altro oppressore era all’opera per sottrargli nuovamente la
libertà. Ecco perché, in una delle sue tipiche dichiarazioni capaci di
lasciarti spiazzato, qualche anno fa lo scrittore ha spiegato che il suo primo
romanzo non parla solamente di Auschwitz, ma anche del comunismo ungherese.
Forse accortosi delle incomprensioni che possono scaturire da una simile
frase, recentemente è tornato sull’argomento. «Non ho affermato che
l’Olocausto sia stato come il regime di Kádár» – precisa in Dossier K.,
l’intervista autobiografica che uscirà l’anno prossimo in Italia presso
Feltrinelli – «solamente ho detto che durante l’era di Kádár ho compreso
chiaramente la mia esperienza di Auschwitz, cosa che non mi sarebbe accaduta
se fossi cresciuto in una democrazia». Anziché ottunderne la sensibilità,
infatti, gli anni trascorsi dietro alla “cortina di ferro” hanno permesso a
Kertész di afferrare ancor più lucidamente i meccanismi dittatoriali della
mostruosità nazista. Per lo scrittore il “comunismo al gulash” – espressione
da lui peraltro criticata come eufemistica – ha in realtà il sapore del
celebre dolcetto proustiano: «La mia madeleine è stata l’era di Kádár, e mi ha
fatto rammentare il gusto di Auschwitz». Se tuttavia egli avesse assaggiato un
altro biscotto, ovvero, fuor di metafora, se avesse dovuto vivere in un’altra
dittatura dell’Est, il sapore evocato sarebbe stato sempre lo stesso: quello
di Auschwitz. Perché fermo restando le differenze tra i numerosi regimi che
hanno violentato il Novecento, per Kertész dopo l’abisso del lager nazista
«qualsiasi dittatura contiene in sé la virtualità di Auschwitz».
E come ogni moderno regime porta con sé questa eredità, non vi è per Kertész
letteratura autentica che non si confronti con lo sconvolgente evento della
Shoah. Non stupisce perciò che la sua intera prosa poggi e ruoti intorno al
luogo simbolo dell’Olocausto – termine anch’esso sospetto poiché sembra celare
più che mostrare la terribile verità, quella dello sterminio degli ebrei in
Europa.
Come ogni intellettuale che si confronti con la Shoah, anche Imre Kertész è
memore del celebre detto di Theodor Adorno secondo cui dopo Auschwitz non si
possono più scrivere poesie. Ce ne parla ne Il secolo infelice, la
raccolta di saggi in uscita a febbraio presso Bompiani. Kertész non contesta
la frase adorniana, bensì la modifica «intendendola in senso più ampio: dopo
Auschwitz si possono scrivere poesie solo su Auschwitz». In fondo è proprio
quello che fece Paul Celan componendo Latte nero, la propria risposta
poetica ad Adorno. Non stupisce quindi che il nome del poeta di Czernowitz
ricorra spesso nei saggi di Kertész, insieme con Jean Amery, Theodor Borowski,
Sandor Marai e il nostro Primo Levi: «scrittori che dall’esperienza
dell’Olocausto hanno saputo creare letteratura rilevante su scala mondiale».
Pur avendo dedicato la propria opera poetica alla riflessione sull’Olocausto,
Imre Kertész non fa interamente suo il monito del compatriota Arthur Koestler,
secondo il quale nella letteratura della Shoa contano «i particolari, soltanto
i particolari». Uno dei più bei saggi contenuti ne Il secolo infelice è
dedicato a La vita è bella di Roberto Benigni. «Il cancello del lager
nel film assomiglia tanto a quello reale di Birkenau, così come la nave da
guerra del film E la nave va di Fellini è simile a un’ammiraglia
austroungarica», è l’ironico commento di Kertész. Parrebbe una stroncatura. Ma
poi, con uno dei sorprendenti cambi di prospettiva che affascinano i suoi
lettori, il ragazzo salvato dal campo di sterminio e divenuto premio Nobel ci
svela di aver trovato nel film del regista italiano una verità ben più
profonda della mera correttezza formale: «lo spirito, l’animo di questo film
sono autentici, questo film ci tocca con la forza della magia più antica,
quella della favola».
Il Sole 24 Ore – 21 Gennaio 2007
Mangiapreti in paradiso
Saddam è morto, ma anche Castro non si sente troppo bene. E avvertendo
giungere il momento della propria dipartita terrena, sembra che Fidel si sia
convertito al cristianesimo. La figlia Alina Fernandez Revuelta afferma
infatti che suo padre «ha riscoperto Gesù alle soglie della morte, è
preoccupato per la sua anima». Lo crediamo, con tutti quei cristiani che il
dittatore ha martirizzato quando era in forze. Eppure secondo la morale
cattolica il peccatore sinceramente pentito che si affida a Dio sul letto di
morte è ancora in tempo per mettere in salvo la propria anima. Perché se
credere può essere una scommessa, come afferma Pascal, la conversione in
extremis è l’asso nella manica del miscredente. Pensiamo a Disma, il buon
ladrone. Dopo aver razziato e scannato come una furia si convertì sulla croce.
Gesù ravvisò nel cuore e nelle parole del brigante la contrizione per
tutte le malefatte commesse e lo dichiarò santo subito. E così Disma riuscì a
«rubare il paradiso», come disse Sant’Ambrogio, entrando nell’Eden celeste
come il primo cristiano di tutti i tempi.
A Oscar Wilde andò meno bene. Per essere accolto nelle braccia di Santa Madre
Chiesa ha dovuto attendere più di cent’anni. Solo in questi giorni il Vaticano
ha deciso di riabilitare lo scrittore, sebbene anche lui si sia convertito
all’ultimo minuto e – al contrario di Disma – non abbia mai torto un capello
al prossimo. Tutt’al più gli ha voluto un po’ troppo bene, provando uno di
quegli “amori diversi” che fanno inveire Papa Ratzinger. E pensare che il
povero Oscar era così tanto affascinato dal capo supremo della Chiesa
cattolica da considerarsi «un appassionato papista». Forse sulla sua tarda
riabilitazione pesa anche il fatto che usò l’ultimo fiato per una battuta più
da esteta che da ravveduto. Contemplando lo scadente arredamento della stanza
in cui stava spirando pare abbia osservato: «o se ne va quella tappezzeria, o
me ne vado io». Pochi mesi dopo – e sempre sul letto di morte – si convertì al
cattolicesimo anche il marchese di Queensberry, il nobiluomo che mai approvò
la relazione del figlio Lord Alfred Douglas con lo scrittore, verso cui
intentò il famigerato processo per sodomia.
La notizia delle conversioni in punto di morte si accompagna sovente al dubbio
sulla loro veridicità. La famiglia di Charles Darwin non volle mai confermare
la leggenda del ravvedimento ultimo dello scienziato più detestato dai
creazionisti. Il filosofo Ortega y Gasset morì veramente baciando un santino o
fu uno scherzo del frate che aveva diffuso la notizia? E ancora oggi, a
vent’anni dalla scomparsa di Renato Guttuso, la sua amante Marza Marzotto nega
la presunta conversione del pittore: «era graniticamente ateo, e lo è stato
per tutta la vita». D’altronde i mangiapreti convertiti non mancano. Oriana
Fallaci morì più devota che atea, con la gioia di aver potuto incontrare
Benedetto XVI. Ad André Frossard andò anche meglio.
Il figlio del primo segretario del partito comunista francese entrò da ateo
militante in una cappella e uscì credente fervente «in compagnia di
un’amicizia che non era di questa terra». Ce lo racconta lui stesso in Dio
esiste. Io l’ho incontrato.
Nel momento della dipartita Guttuso venne assistito dal cardinale
Fiorenzo Angelini, lo stesso che poi frequentò il capezzale di un altro
comunista, il politico Antonello Trombadori. A Maurizio Ferrara, ex direttore
dell’Unità e padre dell’ateo devoto Giuliano, non sfuggì la coincidenza:
«prima Guttuso, ora Trombadori: spero soltanto che don Fiorenzo non si
presenti anche davanti al mio catafalco». Perché i senzadio morenti – salvo si
chiamino Welby – paiono attirare la pietà cristiana dei religiosi. Accade ad
esempio ne I Miserabili di Victor Hugo
in cui un condannato si avvia sul patibolo
rasserenato dal conforto di un vescovo. Carducci invece ottenne l’estrema
unzione da un prete che si trasvestì da barbiere per beffare gli amici in
guardia, molto scettici sulla conversione dell’ autore di un Inno a Satana.
Tante sono le religioni, tante le possibilità di conversione. Lo scorso
dicembre il funerale di Litvinenko è stato
improvvisamente interrotto da un imam che insisteva a pregare sulla bara. Il
padre ha poi spiegato che la spia russa avvelenata da un tè al polonio si era
convertita sul letto di morte all’Islam.
Peritandosi di informare la
moglie, tutt’ora incredula.
Invece lo scrittore Aldus Huxley in tarda età si accostò sempre più al
Libro Tibetano dei Morti. E nel momento fatale volle andarsene seguendo
le tecniche descritte nel libro.
Facendosi aiutare dalla moglie più con la mescalina che con le preghiere.
Il Sole 24 Ore – 14 Gennaio 2007 – Pubblicato qui con una correzione stilistica rispetto all’originale
«Dappertutto morti straziati, dappertutto automobili schiacciate». Nonostante l’apocalittico scenario di battaglia tra l’uomo e la macchina descritto nel Lupo della Steppa, nella vita quotidiana il rapporto di Hermann Hesse con le vetture era molto più placido. Nei suoi viaggi intorno al mondo egli non disdegnava certo gli agi delle quattro ruote. In tarda età, poi, si tolse la voglia di valicare in Mercedes quegli stessi passi alpini che da giovane aveva percorso scarpinando. Per i viaggi in automobile il suo collega Thomas Mann nutriva addirittura un’autentica passione. Non appena salito in macchina si affidava completamente all’autista – lo scrittore era privo di patente – provando verso il suo chauffeur «un’infantile fiducia», come ricorda la figlia Erika. Con i proventi de La Montagna Incantata Thomas si regalò una Fiat 509 cabrio nera fiammante, per la quale fece costruire un apposito garage. Qualche anno più tardi, nel 1929, il già noto scrittore divenne ancor più celebre grazie al conferimento del Premio Nobel. E con l’aumentare del successo, crebbe anche il parco macchine. Fino a quando – nel 1933 – i nazisti gli confiscarono tutto. O quasi. Perché Erika riuscì a portarsi all’estero l’amata Ford, quella con cui due anni prima aveva partecipato a un’estenuante corsa d’auto in giro per mezza Europa: «cambiavamo più nazioni che abiti» ricorderà poi. Era una delle pochissime donne tra i corridori e riuscì persino a conquistare il podio. Donna al volante? Per fortuna! Altrimenti come avrebbe fatto Vladimir Nabokov – che pur essendo iscritto al club degli automobilisti americani non sapeva guidare – a percorrere gli Stati Uniti per dedicarsi alla sua passione più bruciante, quella della caccia alle farfalle? Era la moglie Véra a doverlo scarrozzare in lungo e in largo, senza nemmeno divertisti granché. «400 chilometri attraverso un paesaggio opprimente alla ricerca di ferniensis; 200 chilometri per tre nielithea» annota sconsolata la donna ritornando da una gita nel Kansas. Al contrario di Samuel Beckett, appassionato corridore nonché collezionista di infrazioni, per Nabokov l’auto era solamente un mezzo. Soprattutto per stare fermo. Quando non si dedicava al proprio hobby, Vladimir la usava infatti come stanza da lavoro: «ho composto quasi tutta Lolita sotto i platani sul ciglio di una strada». Anche Marcel Proust amava l’auto. Ma ancor di più gli autisti. Ne ebbe vari, ma quello per cui provava un vero trasporto era il giovane Alfred Agostinelli, probabile modello per l’Albertine della Recherche. Quando Alfred morì compiendo una manovra sbagliata al timone di un aereo – Marcel aveva finanziato il corso di volo – Proust covò pensieri suicidi, augurandosi di finire investito da un autobus.
Ulf Geyersbach, …und so habe ich mir denn ein Auto angeschafft, [E così mi sono comprato un’auto], Nicolai, Berlino 2006, pagg. 126, € 44,80.
Il Sole 24 Ore – Domenica 7 gennaio 2007
Giovane, sveglia e dice sempre di no. No alla monotonia di provincia, no alla vita senza prospettive, no alla tristezza di un passato che ancora si cela dietro agli enormi sforzi di cambiamento compiuti dalla Germania in quasi vent’anni. Parliamo delle ragazze tedesche provenienti dai nuovi Länder, le cinque regioni che prima della caduta del Muro costituivano la DDR e ora – salvo virtuose eccezioni – rappresentano le zone più arretrate della Repubblica Federale. Le più vispe, le più intraprendenti, appena possono scappano verso Berlino, Francoforte o Amburgo. E così nell’Est rimangono solo i maschi, sempre più frustrati, violenti e attratti dagli agitatori politici neonazisti. Per combattere la penuria di donne Klaus Mättig, il sindaco di Freital in Sassonia, ha promesso 2000 EUR a ogni ragazza che si trasferisca nel suo comune. Ma l’idea non ha avuto successo. La bellezza e la vivacità delle ragazze sassoni in Germania sono proverbiali. Nonostante i tentativi un po’ ingenui di Klaus, ormai Anja, Katrin, Minna e tante altre ragazze dell’Est hanno scelto di trovare fortuna lontano da casa.
L’espresso – Numero 45 Anno 2007Sono piccole perle sparse per Internet. Parlano della più bella sigaretta mai fumata (The Best Cigarette, www.youtube.com/watch?v=kbRifIzMth0), raccontano di città oniriche (Budapest, www.youtube.com/watch?v=Vgnec1r9YuU) o descrivono la marcia trionfale dell’amnesia (Forgetfulness, al momento una delle più gettonate sul portale video YouTube (www.youtube.com/watch?v=wrEPJh14mcU). Sono produzioni frutto dell’incontro tra arte e tecnologia. Poesie accompagnate da animazioni di qualità spesso professionale – come nel caso dell’americano Billy Collins, pioniere del genere – e immagini sempre attentamente costruite intorno al testo declamato dall’autore. I più entusiasti sperano che l’”animated poetry”, come viene nominata questa forma di letteratura visiva, rivoluzionerà la poesia un po’ come i videoclip hanno rivoluzionato la musica pop. Ma se anche ciò non avvenisse, di sicuro con le strofe animate l’arte si scopre ancora più sexy.
L’espresso – Numero 45 Anno 2007
Su Ebay si trova quasi di tutto. Al resto ci pensa GeseXt, il «mercato di lifestyle per adulti disinibiti» (www.geseXt.de). Fondato in Germania tre anni fa, dopo un inizio in sordina negli ultimi tempi sta registrando un’impennata di visitatori: ogni mese i curiosi sono quasi un milione e mezzo mentre gli iscritti aumentano a migliaia. Al contrario del portale di aste più famoso del mondo, GeseXt non richiede tariffe d’inserzione. Ma la vera differenza con Ebay è il tipo di merce offerta: oggetti e prestazioni rigorosamente sessuali. A mettersi in mostra sulla piazza virtuale soprattutto singoli e coppie in cerca di brividi, sebbene non manchino le esperte del ramo, come la pornodiva Kyra Shade. Il tutto spesso corredato di foto generose, che per gli iscritti diventano ancora più esplicite. A incontro concluso, ogni partecipante è invitato a lasciare un commento sui propri nuovi amici. Dopotutto, anche da quelle parti ci tengono alla reputazione.
L’espresso – Numero 44 Anno 2007
Nasce in Germania Rich, la rivista che i lettori non li cerca: li seleziona. Gioielli, auto, moda e tutto quanto fa lusso: soprattutto di questo intende occuparsi l’esclusivo periodico (www.rich-germany.de). Ma per conoscere di prima mano i contenuti della rivista occorrono entrate mensili ad altezza 7000 euro e oltre. Cercarla in edicola è impresa vana. Solo chi supera quella soglia minima avrà infatti la possibilità di vedersene recapitare per posta una copia. Dopotutto «Rich bisogna esserselo guadagnato», commenta sicuro di sé il trentasettennte Christian Geltenpoth, a capo dell’iniziativa dopo aver fatto fortuna da giovanissimo con le riviste d’informatica. I primi due numeri della sua nuova creazione verranno democraticamente spedite a tutti i ricchi tedeschi. Gratis. Proprio vero che piove sul bagnato.
L’espresso – Numero 44 Anno 2007
Comodo andar per bordelli a Berlino. Perché in Germania la
prostituzione è accettata e permessa. Le case chiuse sono legalmente aperte e
a farci puntuale visita è innanzi tutto il fisco che in cambio riconosce alle
prostitute il diritto alla mutua e alla pensione. Chi voglia proporsi
all’ufficio di collocamento non ha che da farsi avanti, mentre alle
disoccupate troppo schizzinose viene tolto il sussidio, come è successo a una
cittadina di origine turca scandalizzata anche solo all’idea di dover prestare
servizio come (normale) barista in un simile luogo.
Ben altrimenti ha invece risposto il giornalista Thomas Brussig alla “proposta
indecente” di un quotidiano berlinese che gli ha chiesto di andare a frugare
nel sottobosco della capitale tedesca per raccontare ai suoi lettori le
tentazioni di una città in cui tutti i muri, anche quelli eretti dal comune
senso del pudore, hanno cessato da tempo di fare paura.
Forte della propria inesperienza e setacciando i siti internet con cui le case
di tolleranza tedesche si fanno concorrenza sul Web Brussig si è trasformato
in un flaneur del sesso. I reportage delle sue visite a luci rosse sono ora
raccolti in un volume tanto criticato di maschilismo quanto letto con
interesse (Berliner Orgie, [Orgia Berlinese], Piper, Monaco 2007, pagg.
208, € 16,90).
«La clientela dei bordelli è estremamente varia. In metropolitana riconoscerei
prima un disoccupato che un frequentatore di case chiuse» constata Brussig
dopo aver passato in rassegna i suoi numerosi compagni di viaggio. In verità
anche i locali stessi offrono una varietà considerevole. Semplici topless bar,
oscuri night club, equivoci club per nudisti, case chiuse di periferia.
Brussig li ha provati tutti, scoprendo che non sempre la prostituzione è così
triste come la si dipinge. Il clima più gioviale è quello degli stabili con
camere in affitto, come la “casa di piacere coniglio” (www.freudenhaus-hase.de)
o il Café Pssst! (www.cafe-pssst.de),
quest’ultimo teutonicamente dotato di ordinamento condominiale separato per
uomini e donne (per tutti è vietata l’assunzione di droghe, le seconde sono
pregate di lasciare le stanze pulite come le si è trovate). Tra i casini più
leziosi Villa Venus, un edificio signorile nella zona Est della città,
amorevolmente arredato dalla tenutaria con sfoggio di fiocchi, corrimani e
leziosità d’antan: tutte per invogliare il cliente ad abbandonarsi alle grazie
della casa. Tranne questi non sia un esattore del fisco, come a Brussig salta
in mente di spacciarsi per non svelare lo scopo giornalistico della sua
missione. In tal caso la malia tentatrice delle inquiline cede il passo a un
guardingo sospetto. Perché tolleranti queste case chiuse con il fisco non lo
sono per nulla. Spesso farsi emettere uno scontrino è un’impresa (e Brussig ne
ha bisogno per ottenere il rimborso spese dal giornale). Nei locali il cliente
è sempre un pollo da spennare. Con le ragazze tutto quanto non viene
chiaramente esplicitato ha sempre un costo extra. Anche fare l’amore svestiti,
se non lo si è concordato prima. Insomma, andare al bordello a Berlino,
avverte Brussig, è come percorrere l’autostrada del Brennero: «chi si mette in
viaggio paga continuamente pedaggio».
Due le eccezioni: Artemis e Tempel Oase. Il primo è la più grande casa di
piacere d’Europa e L’Espresso se ne è occupato recentemente (www.fkk-artemis.de).
Enorme, confortevole e del tutto privo di barriere architettoniche, Artemis
appare senza dubbio come «il futuro della prostituzione». La seconda
eccezione è Tempel Oase, uno dei più frequentati club di scambisti della
Germania: conta visitatori da ogni dove e il sito è in tedesco, inglese,
russo, francese e spagnolo (www.tempeloase.de).
In simili luoghi è possibile assistere a orge da mille e una notte tra
sconosciuti consenzienti: «qualcosa di possente, come lava che lentamente
avanza strisciando fino ad arrestarsi e raffreddarsi». Difficile sottrarsi a
una simile tentazione, se ti ci ritrovi in mezzo. Ma Brussig ogni volta riesce
a fermarsi prima dell’irreparabile. La moglie a casa apprezza. Meno i lettori,
che si sentono traditi: «è come far scrivere di Würstel a un vegetariano».
L’espresso – Numero 43 Anno 2007
Sono figli di papà. E tu gli fai schifo.
A meno di non avere un portafoglio gonfio come il loro. Per farteli amici non
basta abitare a Monaco di Baviera, la città incoronata dalla rivista inglese
Monocle migliore metropoli al mondo per qualità della vita.
Se vuoi essere trattato alla pari devi possedere una villa a Grünwald, il
sobborgo più ricco dell’assai benestante città tedesca. Parliamo degli
Stehkrägen, il gruppo rap più opulento della Germania. Il nome della band
– in italiano: “Colletti Alzati” – è un richiamo allo stile arrogante con cui
amano indossare le costose camicie acquistate nei più esclusivi negozi del
centro. Quelli dove si possono trovare anche gli occhiali firmati Gucci,
accessorio indispensabile per consultare al meglio il luccicante sito Internet
della band, come loro stessi consigliano sulla prima pagina di
www.aggro-gruenwald.de.
Aggro sta per Azioni, Grana, Grandi immobili, Rendite e Opulenza: i “valori”
in cui credono Yachtmeister, Goldmann X e gli altri membri della dorata
formazione hip-hop. A tempo perso studiano giurisprudenza, economia e
commercio o, come racconta di sé DJ Bling Bling, trafficano nello studio di
registrazione ricevuto in regalo dalla madre a quindici anni. D’altronde, avrà
pensato la donna, qualcosa bisognava pur fare per placare l’irritazione del
figlio costretto ad aspettare ancora tre anni prima di mettersi al volante di
una grintosa Porsche. E chi non ha avuto la fortuna di nascere nella bambagia
com’è accaduto a loro? Mal gliene incolga.
«Ehi ometto, la tua povertà mi fa schifo/ma non hai una madre e un padre che
sanno fare qualcosa?» cantano infatti gli Stehkrägen nel loro single di
esordio, sfottendo almeno il 95% dei possibili ascoltatori e ricordando ai
comuni mortali che «per te la Polo è solo un’auto. Per me è uno sport». Anche
il videoclip non scherza quanto a presunzione e insolenza, pieno com’è di
bolidi, champagne, carte di credito giganti e tirate di coca da far sembrare
Kate Moss una proibizionista. C’è da stare sicuri che i primi a strabuzzare
gli occhi e le orecchie saranno i loro “colleghi” rapper di Berlino, quegli
artisti come Sido, Bushido o Tony D che in Germania hanno conquistato
notorietà cantando storie di ben altro impegno sociale. Ma della “street
credibility”, la credibilità guadagnata sul campo da ogni gruppo rap che si
rispetti, agli Stehkrägen non importa nulla. «Può darsi che i musicisti
berlinesi abbiano un pubblico più vasto. Ma il nostro ha più soldi» commentano
loro con una buona dose di cinismo. Forse troppo. Tanto che sono in molti a
credere si tratti solamente di una burla, sebbene orchestrata in maniera
impeccabile da un gruppo finora capace di sfruttare al meglio il proprio
successo per via mediatica. Altri pensano invece che sia tutta una raffinata
satira agli esibizionismi dei ricchi moderni. Come interpretare infatti certi
indizi quali il titolo della patinata e inesistente rivista (Caro & di
cattivo gusto) tenuto in mano da un membro del gruppo nel videoclip in
circolazione anche su Youtube (http://it.youtube.com/watch?v=XhqnJwn0jro)?
Ma soprattutto come mai la snobissima cantante La Crosse si è fatta riprendere
con indosso un abitino a buon mercato di H&M? Incongruenze che tuttavia
impallidiscono di fronte alla scoperta della Süddeutsche Zeitung
secondo cui a tirare le fila della misteriosa band vi sono addirittura Ludwig
von Bayern e Severin Meister, rampolli di due tra le più prestigiose casate
della Mitteleuropa, i Wittelsbach e gli Asburgo.
E mentre nessuno ancora ha pienamente risolto l’enigma di questa band
paradossale e sfacciata, l’album di debutto è annunciato per ottobre. Con
titoli come “Barbour Baby!”, “Caviale per la Somalia” e “Il denaro non si
compra” il gruppo sente già di avere in tasca il successo.
Ma gli Articolo 31, Fabri Fibra e gli altri rapper nostrani possono dormire
sonni tranquilli. Fino a quando gli Stehkrägen canteranno in tedesco,
qui da noi tutti i loro soldi sono carta straccia.
L’espresso – Numero 36 Anno 2007
Carsten
Nicolai. Perfezionista dell’errore
Suoni, luci, spazi, strutture
matematiche. Sono i materiali impiegati dall’artista e musicista tedesco
Carsten Nicolai per dare origine a raffinate opere improntate all’essenzialità
e alla purezza formale. Opere frutto di un’intensa ricerca sulla percezione
umana e sulle simmetrie ricorrenti in natura, in grado di catturarci,
spiazzandoci, con il loro gioco rigoroso.
Carsten vive tra Berlino e Chemnitz, dove è nato nel 1965, quando la città si
chiamava ancora Karl-Marx-Stadt e la Ddr godeva di ottima salute. Dopo aver
lavorato come giardiniere, studia a Dresda architettura del paesaggio. Nel
1989 si laurea e il Muro crolla. Ottimo segno per un artista dedito a
oltrepassare i confini.
Lo incontriamo nel suo studio berlinese, mentre è in partenza per Roma, dove
soggiornerà alcuni mesi ospite dell’accademia tedesca di Villa Massimo. «La
città eterna – commenta – come potrei non trovarvi ispirazione?». In attesa di
conoscere gli effetti della sua permanenza in Italia, proviamo a districarci
tra i contrasti netti – bianco e nero, pieno e vuoto, luce e ombra – delle sue
opere. Nelle quali, seppure concepite “more geometrico”, si coglie sempre un
particolare, un dettaglio che non pare quadrare, ma sembra far precipitare nel
caos l’apparente impeccabilità compositoria. Cosa cerca Nicolai, l’ordine nel
caos o il caos nell’ordine? «Cerco la polarità, l’intimo rapporto tra i due.
Ciò che mi interessa è riconoscere l’errore in una forma geometrica perfetta.
Nel momento in cui possiamo parlare di una piccola ma riconoscibile
inesattezza, abbiamo a che fare con l’entrata in gioco di un processo
creativo».
Con una sensibilità tipicamente tedesca, Carsten trova nella natura una delle
maggiori fonti di ispirazione. Studia le proprietà del suono e della luce, si
misura con i campi elettromagentici, prova a replicare concettualmente i
processi che governano gli elementi naturali: «Considero la natura un grande
mistero – osserva – che noi uomini non riusciamo ancora del tutto a
comprendere». Di Certo Carsten non lesina mezzi nelle sue esplorazioni,
attingendo a piene mani al panorama tecnologico del nostro tempo. Accanto a
materiali come vetro e acqua, polistirolo, perspex e alluminio, compaiono così
lampadine, nastri magnetici, amplificatori, cavi elettrici, fax, telefoni,
modem. Direttamente o come sorgente di eventi acustici. Calmo, riflessivo e
pacato, Nicolai nel suo poliedrico percorso che spazia tra pittura, video,
suono, installazioni interattive, si è infatti cimentato anche con la musica.
Una delle sue fonti d’ispirazione sono stati i Kraftwerk, il quartetto di
Düsseldorf che dagli anni Settanta riflette sul rapporto tra uomo e macchina.
«All’inizio le loro composizioni vennero accolte da molti come fredda musica
per computer. Ora ci appaiono diverse, più melodiose».
Anche le sue opere possono oggi apparire “fredde”, ma Carsten spera che «tra
vent’anni si riuscirà a cogliere la melodia che soggiace in esse».
convincente. Ma intanto chi ascolta per la prima volta alva noto (lo
pseudonimo con cui firma le proprie composizioni musicali) o le altre opere
della raffinata casa discorgrafica raster-noton, da lui fondata con
Olaf Bender, facilmente rimane spaesato, a meno di non essere già passato
attraverso l’esperienza di Metal Machine Music, lo sconvolgente album
di un irriconoscibile Lou Reed. Non a caso MMM è una delle opere-simbolo per
Carsten, insieme a Music for a new Society di John Cale. Nelle arti
visive è forse più tradizionalista: tra i più amati cita Andy Warhol, Joseph
Beuys ed Egon Schiele. Magro e affilato com’è, non ci risulta difficile
immaginarcelo in un ritratto del tormentato pittore austriaco. E tuttavia, gli
chiediamo sorpresi, quale segreta relazione intercorra tra un dipinto di
Schiele e snow noise, un’installazione di Carsten dedicata alla
struttura simmetrica dei cristalli di neve: «Non è che Schiele mi dia
un’ispirazione concreta. Ma le sue opere mi colpiscono molto. Contemplandolo
mi sento chiamato in causa, la sua arte mi parla. Ne avverto l’intensità». Se
un quadro di Schiele colpisce direttamente l’osservatore per la sua forza
espressiva, per capire il minimalismo cerebrale dei lavori di Nicolai - lo
incalziamo - bisogna fare i compiti a casa? «No di certo – assicura senza
scomporsi –. Nella mia arte ci sono vari livelli. Non esigo alcunché
dall’osservatore. Non cerco di trasmettergli messaggi particolari. Basta che
le mie opere gli appaiano interessanti, e già il ghiaccio è rotto. Dipende da
lui quanto vuole impegnarsi con esse. La più potente risorsa dell’arte è
quella di non dover necessariamente spiegare le cose. Molti dei miei lavori
possono essere osservati senza dover essere capiti».
Non è comunque possibile, trovandosi di fronte alle sue opere, mantenere quel
distacco da visitatore compassato, abituato a frequentare le mostre d’arte
senza essere disposto a mettersi in gioco. Nelle sue installazioni, esposte
nei musei d’Europa, Stati Uniti e Giappone, Carsten cerca infatti la
partecipazione dello spettatore più di quanto voglia dare a intendere. In
visuelles feld, ad esempio, una telecamera ci attende al varco, rileva la
nostra presenza e la impiega per modificare i segnali audiovisivi emessi
dall’installazione, trasformandoci – volenti o nolenti – in attori che
plasmano l’opera. Per fruire di empty garten bisogna addirittura
caricarsi sulle spalle degli altoparlanti. «Coinvolgendo lo spettatore in
maniera così accentuata, gli dimostro che in quel momento tutto è concentrato
su di lui. E il fatto di parlare a un singolo anziché a un gruppo di
osservatori è forse una nuova dimensione del lavoro artistico. In un momento
in cui tutto è fatto per le masse – pensiamo alla pubblicità – quello che
voglio mettere in atto con le mie opere è un processo diametralmente opposto».
Ma allora, viene da chiedergli, visto che ci prendi di mira uno a uno,
dobbiamo forse considerarci delle tue cavie? «Perché no? Quello che cerco è di
raffinare la nostra percezione sensoriale, di cui siamo consapevoli solamente
in minima parte. Sì, quello che mi interessa veramente è ampliare il nostro
stato di coscienza».
Ventiquattro – Aprile 2007
Alba d’acciaio

Auto e Alcol: un binomio da evitare. Ma chi si potrebbe immaginare una Monaco
priva della birra e della BMW? Visitare la capitale bavarese senza incappare
in un refolo di vento impregnato di luppolo è tanto improbabile quanto mancare
la sede della casa automobilistica. Il grattacielo dall’inconfondibile forma a
quattro cilindri domina la zona Nord della città, vegliando un’area di 500.000
m2 in cui lavorano 10.000 dipendenti. Tra questi, gli italiani sono
varie centinaia. E agli storici “Gastarbeiter”, emigrati in Germania nei
passati decenni, si affiancano sempre più i giovani “cervelli in fuga” dal
Belpaese, attratti da un’azienda che della cura per il personale ha fatto uno
dei pilastri del proprio credo. D’altronde, senza la ferma opposizione dei
suoi dipendenti, nel 1959 la BMW sarebbe caduta in mano alla Mercedes. Altri
tempi, ma stessa rivalità. Se quest’anno la casa di Stoccarda ha occupato la
scena con l’inaugurazione di un sinuoso museo elicoidale, il 2007 promette di
nascere sotto il segno del logo biancoceleste.
«Un’opera d’arte totale» è quanto assicura il gruppo presieduto da Helmut
Panke annunciando, con toni vagamente wagneriani, la nascita di Mondo BMW
(www.bmw-welt.de). Al
centro di tutto l’apertura – durante la prossima estate – di un avveniristico
edificio adibito alla consegna dei mezzi per quei clienti desiderosi di
ritirare direttamente il proprio gioiello, anziché attenderlo dal
concessionario. Con una spesa intorno ai 500 EUR si potrà compiere una full
immersion aziendale, comprendente tra l’altro un invito a pranzo in uno dei 4
ristoranti ospitati nel complesso e la possibilità di sperimentare tutte le
tecnologie BMW con l’aiuto di un consulente istruito sulle caratteristiche
specifiche del modello acquistato. Ci si potrà anche lanciare in una “guida a
secco” grazie a un simulatore elettronico professionale. Un’occasione per
prendere confidenza con la propria auto ancor prima di guidarla e, sotto
sotto, divertirsi alla grande con un videogioco di classe. Incluso nel prezzo
del ritiro vi sono anche una visita alla fabbrica e quella al museo aziendale
che riaprirà completamente rinnovato entro la fine del 2007. In uno spazio
espositivo quintuplicato si potranno ammirare storici modelli e visitare aree
tematiche per addentrarsi nel mondo del design e della pubblicità targati BMW.
Il tutto accompagnato da pareti multimediali in grado di fornire aiuti e
consigli al visitatore. Per l’appassionato di motori una tappa golosa, da
accoppiare con la visita del Museo del Traffico, aperto proprio a
Monaco di recente (www.deutsches-museum.de/verkehrszentrum).
Una serie di ponti sospesi permetterà di spostarsi tra l’edificio centrale, il
museo e la fabbrica. Passerelle accessibili anche ai disabili condurranno allo
stabilimento automobilistico, in cui saranno visitabili tutte le tappe del
processo di creazione della “Serie 3”, prodotta interamente in loco. Grazie
all’impiego massiccio della robotica la produzione è in serie ma
personalizzata: tra le 200.000 automobili sfornate ogni anno quelle
perfettamente uguali sono rarissime. Il fordismo, insomma, è morto, sepolto e
dimenticato. I visitatori della fabbrica assisteranno persino al processo di
verniciatura della carrozzeria: una rarità mondiale. Alla fine del percorso
nel Mondo BMW ci si potrà finalmente impossessare del proprio
automezzo, prodotto nella fabbrica prospiciente o in uno degli altri
stabilimenti tedeschi o americani, incontrandolo su una piattaforma ruotante
posta in un padiglione rialzato al centro del complesso principale. Tramite
una rampa il cliente si immetterà poi nel traffico, per testare magari la
potenza del proprio bolide sulla vicina autostrada gratuita e senza limiti di
velocità. Così usa in Germania.
Per i guidatori giunti dall’estero BMW propone una serie di pacchetti vacanze
e suggerimenti di viaggio con mete europee a partire da Monaco. Visti la
bellezza e i musei della città, con le quali Mondo BMW si trova a
concorrere, è probabile che in molti sceglieranno di prolungare il loro
soggiorno monacense, visitando le pinacoteche o frequentando uno dei numerosi
teatri. Dopo la futuristica Allianz Arena, il nuovo stadio dai colori
cangianti che ha indotto molti visitatori degli ultimi campionati mondiali di
calcio a chiedersi se non fossero piuttosto capitati in un’astronave,
l’edificio centrale di Mondo BMW ha comunque tutte le caratteristiche
per divenire un nuovo simbolo cittadino. Anziché il ristrettissimo numero di
soliti noti, l’azienda bavarese – con un atto di vera “democrazia
architettonica” – ha invitato al bando di concorso internazionale per la
progettazione del complesso 275 studi di architettura, incaricando una società
esterna di controllare il totale anonimato delle proposte. Alla fine l’ha
spuntata “Coop Himmelb(l)au”, una cooperativa di professionisti viennesi dal
nome ammiccante (himmel = cielo, blau = blu, bau = costruzione) con un
progetto improntato alla luce, alla leggerezza e al dinamismo. Vetro e acciaio
i materiali dell’edificio centrale di Mondo BMW, caratterizzato da un
doppio cono simboleggiante un ciclone di nuvole che si distribuiscono formando
una copertura ondulata e leggermente concava, quasi che il sottostante spazio
espositivo – quello con la piattaforma per la consegna delle auto – la attiri
a sé come un magnete. Sfidando le leggi della statica e richiamandosi alla
meraviglia del tempio di Segesta, “Coop Himmelb(l)au” ha preso la superficie
del tetto del tempio e l’ha decuplicata, progettando una copertura di 14.000 m2
(ci starebbe tutta Piazza San Marco) ripiena di cellule fotovoltaiche e tenuta
in piedi da soli 11 appoggi: 25 in meno delle colonne che reggevano il tetto
del sacro edificio dorico. All’interno della costruzione, climatizzata nella
facciata e nel pavimento, alloggiano ristoranti, il padiglione per le auto in
consegna e la completa esposizione di tutte le varianti di carrozzeria
dell’attuale gamma BMW. In uno spazio apposito i bambini possono imparare i
rudimenti della meccanica seguiti da un assistente o guidati dal proprio
maestro elementare, che potrà adoperare l’area come un laboratorio di fisica.
E così mamma BMW avrà modo di farsi conoscere dai suoi potenziali clienti fin
da piccoli. Un’area adibita a centro congressi, cinema, teatro, sala
ricevimenti o concerti si prefigge di incrementare la già effervescente vita
culturale cittadina. Nella struttura a doppio cono, fornita anch’essa di
illuminazione variabile sul modello del nuovo stadio si terranno eventi
mondani o mostre a tema. Tutto lo spazio espositivo di Mondo BMW, salvo
la visita della fabbrica e del museo, sarà gratuito. Ci si aspetta un minimo
di 850.000 visitatori annui, molti dei quali transitanti dalle strutture
ricreative del vicinissimo parco olimpionico. Quello con il vecchio stadio dal
celebre sistema di tetti ondulati progettato nei primi anni Settanta da
Günther Behnisch. Allora troneggiava sul panorama cittadino come unica e
moderna meraviglia architettonica, ora anche per lui son tempi duri.
Ventiquattro – Gennaio 2007
Giorgio Squinzi, il ciclista chimico

Senza la chimica il mondo ci
crollerebbe letteralmente sotto i piedi. Porte, finestre, abiti e pavimenti:
a non averla tutto si dissolverebbe. Ogni giorno e da settant’anni
Cavaliere
Squinzi, nel prepararmi a quest’intervista ho chiesto in giro di lei. Sa che
impressione ne ho ricavato?
No, mi dica.
Che forse avrei
dovuto intervistare sua moglie. Pare sia un vulcano. È veramente così
energica come dicono?
Sicuramente mia moglie è molto presente in azienda, da almeno una ventina d’anni, e il suo lavoro è molto importante, soprattutto per come veniamo percepiti all’esterno. Adriana nasce come allieva di Romano Prodi, con cui si è laureata con una tesi sul mercato degli adesivi edilizi in Italia. A quel tempo eravamo già sposati. Mia moglie è romagnola, molto “lively”, molto vivace. Gestisce il marketing operativo del gruppo, una struttura per noi assai importante: parliamo, solo qui a Milano, di trenta-quaranta persone, più ognuna delle nostre filiali, in cui c’è sempre una struttura di marketing operativo. Noi distinguiamo molto tra quest’ultimo, ovvero tutto quanto è relazioni esterne, pubbliche relazioni, pubblicità, promozioni e il marketing strategico, che è una cosa più tecnica, più di prodotto.
Nel 1962. a Milano Marittima, dove la mia famiglia andava a fare le vacanze e la sua famiglia era proprietaria di un albergo.
Chi ha fatto il
primo passo?
Beh, tocca sempre agli uomini.
Cosa sarebbe
Sicuramente mia moglie come direttore del marketing operativo ha dato un grosso contributo al nostro marchio, alla sua percezione nell’immaginario collettivo. Ma il nostro è un lavoro di gruppo. Mapei è basata su tre cose. Primo la specializzazione, ovvero l’essersi focalizzati su una nicchia di mercato, quello dei prodotti della chimica per l’edilizia. Secondo, l’internazionalizzazione: oggi siamo in ventiquattro Paesi del mondo, abbiamo filiali in circa trentacinque – dico circa perché tutti i giorni se ne apre una e alle volte perdo il conto. Terzo, l’impegno nella ricerca e sviluppo, dove investiamo il 5% del nostro fatturato. Poi questo lavoro di base, che è il vero motore di tutto, chiaramente viene esaltato e percepito dal mercato quando c’è il contributo di persone come mia moglie, che sanno far conoscere l’azienda nel modo giusto a tutti i nostri stakeholders, che possono essere i clienti, la stampa, i fornitori, tutti quelli che sono a contatto con il nostro mondo e i nostri prodotti. In quest’area il contributo di mia moglie è molto importante, ma comunque l’azienda cresce con una filosofia ben precisa, che è quella dei tre pilastri di cui sopra.
Di certo senza
Rodolfo Squinzi
Sì, mio papà l’ha creata nel 1937 e l’ha portata avanti fino alla morte. Io di questa azienda ricordo tutto quello che è successo, anche se ho incominciato a dare i miei contributi negli anni Sessanta. Mio padre era una grande persona, con un grande carisma, con delle grandi visioni. Aveva fatto la terza elementare ma ricordo che quando cominciammo ad avere dei programmi d’internazionalizzazione, nel 1977-78, lui fu la persona che mi sostenne con più entusiasmo e voglia di fare.
La prima foto
aziendale risale al 1949 e lo ritrae con il suo furgone Fiat 1100E. Cosa
portava in giro Rodolfo Squinzi?
I suoi prodotti. E, talvolta, anche dei partigiani. Mio padre non fu mai allineato al fascismo, anche perché non ebbe necessità di allinearsi. So per certo che durante la guerra, quando c’era necessità, portava in giro anche i capi della resistenza e qualche volta gli capitò di dare ospitalità a Sandro Pertini e Ivan Matteo Lombardi, uno dei fondatori della socialdemocrazia italiana.
Come mai sui
padre diventa imprenditore?
Negli anni Venti correva in bicicletta. Una volta il patron della sua squadra gli disse «dai vieni a lavorare con me, così ti lascio un po’ più di tempo per allenarti». Lui accettò e andò a lavorare in una piccola azienda che produceva un po’ quello che facciamo noi: intonaci, coloranti, pitture, forse anche materiali per l’edilizia. Mio padre sta lì per qualche anno, impara il mestiere e poi, siccome quell’azienda non andava tanto bene, decide nel 1937 di mettersi in proprio. Quindi, anche alla base della fondazione di Mapei c’è il ciclismo, lo sport che ha caratterizzato gli anni Novanta della nostra storia. Siamo stati per otto anni la squadra più forte del mondo e quella che ha vinto di più in assoluto nella storia del ciclismo.
Durante
Era partito dal basso e con pochi dipendenti e durante
Poi arrivarono
gli anni del boom. Cosa successe all’azienda Squinzi?
Già negli anni Cinquanta mio padre capì che ci sarebbe stato il boom della ceramica e sviluppò la prima colla per piastrelle. Con gli anni Sessanta il boom della ceramica di Sassuolo ci colse preparati e noi lo seguimmo. Nel giro di pochi anni diventa leader mondiale ed è conosciuta in tutto il mondo. Noi, come fabbricanti italiani di prodotti per la posa delle ceramiche all’estero ci troviamo la strada spianata. La ceramica italiana, e in particolare quella di Sassuolo, ha significato moltissimo per la nostra azienda e ha facilitato enormemente il nostro processo di internazionalizzazione.
Cosa avviene
verso la fine degli anni Settanta?
Noi esportavamo già molto ma in quegli anni un’altra
azienda italiana,
In
questo importante momento di espansione dell’azienda, con ancora il
patriarca al comando, com’è il rapporto tra padre e figlio?
Mio padre era una persona carismatica, però con lui
avevo un rapporto molto buono. Abbiamo sempre lavorato assieme e quando c’è
crescita non c’è tempo di impuntarsi sui contrasti di personalità, che
comunque esistevano, come esistono in ogni famiglia. Anche io con i miei
figli non sono in assoluta sintonia tutti i giorni. A quel tempo mio papà
seguiva l’attività generale in Italia mentre io mi occupavo della ricerca:
mi sono laureato nel
Quale l’elemento
di continuità, quale quello di rottura della sua gestione?
Continuità perché quello che facevamo l’abbiamo continuato a fare esattamente come quando era in vita mio padre. Anche con lui in vita avevo già un’ampia autonomia, soprattutto nell’area tecnica e di internazionalizzazione. Non si può parlare di una discontinuità: mio padre non mi ostacolò mai, quindi io proseguii sulla stessa linea di continuità che avevo impostato quando c’era lui.
Negli anni
Novanta acquisizioni e fusioni, che proseguono nel Ventunesimo secolo.
Prima stabilimenti in Canada, poi negli Stati Uniti, poi in Europa, secondo una crescita ininterrotta con investimenti continui. Come famiglia non abbiamo praticamente mai incassato i profitti che il gruppo era capace di generare ma li abbiamo sempre reinvestiti con una filosofia ben precisa, ovvero quella di investire localmente gli utili generati localmente. Questa strategia è stata il turbo nella nostra crescita. L’acquisizione più importante degli anni Novanta è stata quella del Gruppo Vinavil, presa da Enichem. Vinavil era nostro fornitore strategico di materie prime e all’interno di esso abbiamo sviluppato ulteriori sinergie. Quell’acquisizione è stata un passo molto importante per il Gruppo Mapei.
Secondo molti
economisti una debolezza del sistema Italia sono quegli imprenditori
padri-padroni di un’azienda che per non perdere le redini del comando
evitano di ingrandirla oltre misura, condannando di fatto il nostro
capitalismo a essere popolato da nani. La sua azienda non è certo piccola,
eppure il comando è saldamente in mano alla famiglia Squinzi e, in
particolare, al suo «Amministratore Unico». Questo conferma la tesi degli
economisti o la contraddice?
Diciamo che noi Squinzi sicuramente non abbiamo poste limitazioni alla nostra crescita, anzi, nel 2003 fatturavamo 700 milioni di euro mentre nel 2010 abbiamo in progetto di arrivare a 2 miliardi di euro di fatturato consolidato. Quanto al management famigliare, è vero. Tenga presente che spesso mi chiamano ai convegni contro Vittorio Merloni (Indesit), che è un esempio di capitalismo famigliare a conduzione manageriale, mentre io rappresento il capitalismo famigliare a conduzione diretta, oppure mi chiamano contro Massimo Capuano (Borsa Italiana), secondo cui tutti devono andare in borsa, e noi invece in borsa non ci andiamo. In effetti io sono amministratore unico della Mapei s.p.a., più che altro per una semplificazione societaria, ma tenga presente che tra i 150 manager di prima fila del Gruppo Mapei, che conta 5200 dipendenti con una crescita media di 100 al mese, della famiglia siamo in cinque. Ovvero io, mia moglie, mio figlio Marco che si occupa di ricerca ed è il coordinatore di tutte le attività a livello mondiale, mia figlia Veronica che cura la pianificazione strategica, quindi tutta la parte Merger et Acquisition e sviluppo nuove società, e poi suo marito, che segue l’attività di estrazioni minerarie, ovvero un’integrazione a monte su materie prime che stanno diventando sempre più strategiche. Ma siamo in cinque su centocinquanta. Io sono amministratore unico ma non prendo mai una decisione senza aver prima consultato i cinque manager della sede di Milano o in giro per il mondo. Dietro la facciata c’è un processo decisionale in cui il management gioca un ruolo importantissimo. Un’altra caratteristica del Gruppo Mapei è che siamo italiani in Italia ma americani in America e tedeschi in Germania, ovvero in giro per il mondo non abbiamo un italiano espatriato su base permanente. Tutto il management è locale, sebbene vi sia una struttura di quaranta-cinquanta persone che viaggia in tutto il mondo per passare la nostra filosofia e controllare che venga applicata correttamente, in maniera da apportare gli opportuni correttivi se è necessario.
Il 12% dei
vostri addetti è destinato alla ricerca. Di che cosa?
Di nuovi prodotti, di nuove tecnologie. Circa 2/3 delle nostre attività di ricerca sono per sviluppare prodotti e tecnologie che siano più compatibili con l’uomo e con l’ambiente. Ad esempio continuiamo a eliminare i solventi volatili – un processo che va avanti da quindici anni – riducendo tutte le sostanze pericolose per l’uomo e per l’ambiente. Da poco ad esempio abbiamo presentato una nuova tecnologia per i prodotti a base di cemento grazie alla quale durante l’impasto non ci sarà più svolazzo di polvere nell’ambiente. L’ultimo terzo va allo sviluppo di nuove tecnologie e l’adattamento di quelle esistenti agli usi e costumi locali.
Un esempio di
adattamento?
Forse la chiave del nostro successo nel Nord America dipende dal fatto che abbiamo risolto un problema che loro non erano stati in grado di risolvere. Da quelle parti la base dei pavimenti delle case monofamiliari è il compensato. E sul compensato lei le piastrelle non le incolla. Noi abbiamo introdotto in America una tecnologia che rende elastici i prodotti a base di cemento e grazie a essa siamo riusciti a guadagnare notevoli quote di mercato.
Stando alla
vostra pubblicità, «i prodotti Mapei contribuiscono alla qualità della
vita». Vuol dire che se uso un vostro adesivo cementizio la mia esistenza
migliora?
Questa domanda dovrebbe porla a mia moglie: in termini di comunicazione ci allarghiamo un po’. Ma prendiamo l’isolamento termico delle case. Stiamo lavorando per arrivare a raggiungere l’obiettivo di un litro di gasolio annuale per ogni metro cubo, quando con isolamenti termici assenti si può consumare anche dieci volte tanto. Quindi il nostro è un miglioramento della qualità della vita dal punto di vista ambientale ed economico. Non dimentichiamo che l’Italia deve importare quasi tutta l’energia.
Sassuolo Calcio,
Squadra Corse Mapei, Centro Wellness e sito internet (www.mapeisport.it). Ma
L’uno e l’altra. La cosa più importante è sicuramente il Centro Mapei Sport di Castellanza, il laboratorio di ricerca sullo sport da noi creato nel 1995-1996, quando eravamo ai vertici del ciclismo mondiale, per lottare contro il fenomeno del doping. Quando abbiamo lasciato il ciclismo professionistico, alla fine del 2002, abbiamo mantenuto questa struttura, allargandola e aprendola verso altri sport. Ad oggi è sicuramente la struttura di ricerca più prolifica in termini di pubblicazioni e di innovazioni che esista in Italia. Soprattutto nell’ambito del ciclismo amatoriale, ci sono migliaia di appassionati che vengono al centro di allenamento per eseguire test di valutazione, per aver la migliore posizione in bici, etc. Poi seguiamo anche squadre professionistiche di altri sport, di calcio, di maratoneti. Una nostra atleta l’anno scorso ha vinto la maratona di Boston.
Come mai questo
grande amore per le attività sportive?
Ci abbiamo sempre creduto molto, a iniziare da mio padre. Nello sport c’è il gioco di squadra in cui noi crediamo molto. E lo sport è un modo giusto per stimolare la gente a impegnarsi, a raggiungere dei risultati. Poi l’anno scorso abbiamo avuto un’intuizione validissima, merito di mia moglie, e abbiamo sponsorizzato la squadra nazionale di calcio vincitrice ai Mondiali. L’impegno con il Sassuolo, che tra l’altro sta andando benissimo e quest’anno potrebbe anche finire in B, è un debito di riconoscenza che sentiamo di avere verso il comprensorio della ceramica, perché ci ha fatto diventare veramente grandi, veramente globali. In termini di volumi quel comprensorio non è più il numero uno al mondo – i cinesi ci hanno superato alla grande – ma rimane numero uno in termini di tecnologia.
Mi spiega meglio
il parallelo tra il gioco di squadra nello sport e quello alla Mapei?
La nostra Squadra Corse era una divisione dell’azienda, gestita da noi, secondo le nostre filosofie. Negli ultimi tempi addirittura tutto quello che facevano i nostri corridori, i programmi di allenamento e i farmaci che prendevano erano tutti registrati e certificati sul modello ISO-9001. Il ciclismo è un classico sport di squadra, anche se poi è il leader che vince. Noi avevamo costruito una bellissima squadra. 654 vittorie in nove anni. Avevamo diversi leader, un team molto internazionale, proprio in linea con la filosofia del gruppo. D’altronde in azienda è uguale. Noi possiamo fare la migliore formula al mondo ma se gli stabilimenti non te la producono bene, se non reperiamo le materie giuste nel Paese dove andiamo a produrre, se dietro non c’è un’amministrazione e una finanza che ti sostengono e se non la comunichiamo bene al mercato, e qui arriva l’aiuto di mia moglie, chiaramente non possiamo avere successo.
Come mai anni fa
ha ritirato
Alla fine del 2002 ci siamo resi conto di una situazione estremamente difficile per i problemi del doping. Avevamo segnalato tutta una serie di situazioni, come quella del dottor Fuentes in Spagna, che poi è esplosa l’anno scorso, ma le autorità sportive non ci avevano preso sul serio. Così abbiamo capito che il nostro impegno nella lotta contro il doping era mal visto nell’ambiente e addirittura la positività del nostro leader Stefano Garzelli al Giro d’Italia secondo me ci è stata organizzata da qualcuno per darci un segnale – forse dalle stesse autorità sportive – e quindi abbiamo detto togliamo il disturbo e ce ne andiamo.
La televisione
tedesca ARD mesi fa ha accusato la sua squadra di uso di sostanze
stupefacenti nell’anno 2000-2001, facendo riferimento a verbali dei
carabinieri dei Nas di Firenze.
Questo è un falso storico perché è esattamente vero il contrario. Hanno citato nostri corridori e direttori sportivi, ma che se ne erano andati dalla squadra già da due o tre anni.
Oltre
allo sport la
Cerchiamo di intervenire un po’ a tutto campo perché c’è gente
appassionata di sport e gente appassionata di cultura. Abbiamo sempre avuto
un occhio di riguardo per la musica, siamo sempre stati vicini alla Scala.
Ricordo di aver visto di persona due volte Maria Callas nel 1956 e nel 1957.
Ciclismo e Opera sono state le due passioni di mio padre, come lo sono per
me. Anche per questo siamo molto vicini all’Orchestra Symphonica Toscanini.
Poi mio padre aveva un’ammirazione sconfinata per Toscanini perché fu un
simbolo per chi non era allineato con il regime fascista. Un simbolo per
Milano, per l’Italia. Mio padre diceva di avermi portato in braccio al
famoso concerto per la riapertura della Scala nel 1946. Purtroppo non lo
ricordo, mentre ricordo benissimo i funerali di Toscanini nel 1957 in Duomo.
L’Orchestra viaggia per tutto il mondo e recentemente in America ha fatto
una serie di concerti sulle orme della tournée americana del grande
direttore italiano quando lavorava con
Il restauro della Scala è
stato interamente eseguito con prodotti Mapei. Segno di un particolare
legame dell’azienda con la città che ne ospita la sede?
Sicuramente, e segno anche della passione per
Le sponsorizzazioni di musica
classica, non vi hanno impedito di darvi al pop. Come siete riusciti,
qualche anno fa, a portare Paul Anka in Italia dopo 25 anni di assenza?
È una storia curiosa. Nel 1994 avevamo un corridore svizzero che,
andando ad allenarsi in altura in Colorado, ha conosciuto la maggiore delle
cinque figlie di Paul Anka. Si sono sposati e ora vivono a Milano. Lui, alla
fine della sua carriera ciclistica,
è stato assunto in
Mapei come area manager per i paesi di lingua tedesca e abbiamo
avuto occasione di conoscere Paul Anka. L’abbiamo utilizzato come
testimonial per dei concerti, tra cui uno straordinario evento a Bologna, da
cui abbiamo tratto un CD.
L’ho ascoltato.
Secondo lei, Frank Sinatra è contento o si sta rivoltando nella tomba per la
versione “My Way is…Mapei” che si è ascoltata a Bologna?
Il testo è di Paula Anka, quindi lui può fare quello che vuole. Tra l’altro per sua ammissione le maggiori royalties non gli vengono da “Diana” ma proprio da “My Way”, universalmente conosciuto come un pezzo di Sinatra, sebbene il testo l’abbia scritto Paul Anka.
Cavalier
Squinzi, tra le sue attività vi è anche quella di presidente di
Federchimica. Mi spieghi come mai secondo lei
la chimica è, per usare le sue parole, il «turbo del Made in Italy»?
Perché, sebbene la gente non se ne renda conto, dietro ai tessuti di Armani, dietro alle borse di Prada e Gucci, dietro alle poltrone della Frau e ai mobili di Cappellini, dietro a tutto ciò che fa trend a livello mondiale c’è un forte contenuto di chimica. Quello che fa la differenza è la capacità della chimica fine italiana di adeguarsi alle esigenze dei nostri clienti e aiutarli a sviluppare nuovi prodotti e soluzioni vincenti. Dietro ai prodotti di Prada c’è ad esempio la Limonta che produce tessuti con forte innovazione chimica. E dietro ai tessuti, alle pelli, dietro a tutto c’è una forte componente di chimica italiana, uno dei settori che è stato capace di crescere di più nelle esportazioni del nostro Paese.
Se la chimica è
il turbo, cos’è allora il pedale del freno dell’Italia e chi lo preme?
Per chimica intendo la chimica fine, perché la presenza italiana nella chimica di base e nella petrolchimica è fortemente diminuita a seguito dei disastri del periodo Enimont ma anche e soprattutto per la complicazione normativo-burocratica che rappresenta il freno maggiore per la crescita, il motivo per cui non riusciamo più a fare investimenti. Poi c’è il costo dell’energia, del 30% più alto rispetto agli altri Paesi europei, per cui oggi vediamo delocalizzazione non in Cina ma in Francia e Spagna. E poi è lo stato delle infrastrutture nel nostro Paese, che possiamo definire fatiscente.
Com’è una sua
giornata tipo?
Mediamente mi alzo alle 7. Alle otto e mezzo sono in
ufficio, dopo aver letto tutti i giornali, primo
Un altro viaggio
è quello d’estate sullo Stelvio come corridore al Mapei Day. Quando trova il
tempo per allenarsi in bicicletta?
La domenica mattina, anche se è poco. Ma per l’anno prossimo mi sono ripromesso di migliorare. In questi ultimi tempi mi sono messo a dieta stretta e ho perso tre-quattro chili. Mi sono accorto che fanno la differenza. Per l’anno prossimo mi vedrete forte sullo Stelvio!
Chi vorrebbe
essere, se non fosse Giorgio Squinzi?
Non ho ambizioni e desideri né sono il tipo da averli. Mi va bene essere Giorgio Squinzi. Sono in pace con me stesso. Quando da bambino mi chiedevano cosa volevo fare da grande, rispondevo di voler fare il chimico. Ho fatto il chimico, ho fatto l’imprenditore, i risultati mi hanno dato abbastanza ragione, sono contento di quello che ho fatto e mi va bene di continuare su questa linea.
Lei è molto legato a suo padre. Quale suo insegnamento porta sempre con
sé?
Che, nella vita come nel lavoro, non bisogna cercare scorciatoie e servono principi morali assolutamente saldi. Questa lezione l’ho interiorizzata e metabolizzata. In Mapei si può sbagliare ma non abbiamo mai fatto errori per cercare scorciatoie. E poi bisogna credere molto nei rapporti umani e investire sui giovani. A loro appartiene il futuro.
Notiziario della Banca Popolare di Sondrio N. 105 – Dicembre 2007
Pupi Avati è sornione come un gatto. E come un gatto, ha da raccontare non per una ma per sette vite. Anzi, per più di trenta. Tutte quelle che ha immaginato nel suo cinema, svelando ogni volta un poco di sé stesso e tenendo il resto per il prossimo film. Quello ancora da scrivere, quello ancora da girare. Quello di cui Pupi è più innamorato, perché ancora deve nascere dalla sua fantasia. Prima di fare il regista, Pupi Avati era un musicista. Poi conobbe Lucio Dalla e capì che gli mancava il talento necessario per eccellere nel jazz. Provò una tale rabbia e delusione da meditare l’assassinio. Ma si fermò in tempo, e si diede al cinema. Tutti noi, appassionati spettatori dei suoi film, gliene siamo profondamente grati. E, con noi, di certo anche Lucio Dalla.
Ma lei è un regista di successo o un musicista fallito?
Sicuramente un musicista fallito. Il tempo che ho davanti per modificare questa definizione si è ormai esaurito. Sono al di là di ogni possibilità di ribaltamento, non posso più convincermi che affrontando la musica attraverso un atteggiamento completamente diverso, i risultati potrebbero essere addirittura positivi e rassicuranti, contrariamente a quanto furono quando mi resi conto di quanto poco talento avessi. Penso anche di essere un regista fallito, con un potenziale di diventare un regista di successo che si va riducendo di ora in ora, di minuto in minuto. Per esserlo bisogna aver realizzato quel film in cui ci si riconosce totalmente. Questa è la meta che ogni regista dovrebbe avere di fronte a sé, il compimento di quanto si è realizzato nel momento in cui è stato visitato e perfuso per la prima volta dall’idea del progetto, vedendola nella sua interezza, nel suo fulgore, nella rappresentatività che quel progetto ha di se stesso. Per me la distanza da quel progetto di cui il regista è padre, madre e figlio è ancora tale da non illudermi che negli anni a venire – che non sono poi tantissimi – riuscirò a realizzarlo. Non ho ancora espresso quella parte segreta, intima e irraggiungibile di me, quella parte con cui ho una frequentazione fuggevole e da cui non so se fuggo o mi dirigo. Questo atteggiamento produce inevitabilmente un’ambiguità tra il cercarsi e l’evitarsi. Il fatto che abbia sempre temuto e aborrito qualunque forma di analisi e di incontro con un altro che cerchi, intenda o pretenda di spiegarmi chi sono e perché sono fatto così è forse un indice della necessità equivoca di mistero che c’è in me stesso e che mi è necessaria per vivere un’illusione. Per credere autenticamente e veramente di essere Pupi Avati.
È vero che per l’invidia un giorno meditò di eliminare Lucio Dalla?
Sì è vero. È una storia che ho raccontato sempre, di grande successo, anche perché ogni volta che la racconto ne invento una porzione in più e così diventa sempre più divertente. Nei confronti di Lucio fui mosso da quell’invidia che è sinonimo di ingiustizia, l’invidia che avverti comprendendo di esser privo di quel talento che invece vedi fiorire in modo generoso e spontaneo in chi ti è vicino e che, in pochi mesi, riesce a fare ciò che tu non hai mai fatto in anni. E allora ritieni che egli sia l’ostacolo tra te e la realizzazione di te stesso. La sofferenza è tale che arrivi a pensare che l’eliminazione fisica di questo individuo potrà produrre le condizioni precedenti alla sua comparsa e tu potrai ritornare a essere quello che non eri. Un giorno in Spagna insieme con Lucio sui pinnacoli di una cattedrale neogotica di Gaudì avvertii forte il desiderio di buttarlo giù. Suonava troppo bene.
Un altro giorno invece salvò dall’abbandono la casa del musicista Leon “Bix” Beiderbecke
Credo che chiunque l’avrebbe fatto. Era tale la rincorsa da me vissuta nei riguardi di questo personaggio – lo conobbi a 14 anni leggendo un libro di storia del Jazz e per 35 anni continuai a immaginarmelo – che quando finalmente riuscii a visitare l’abitazione statunitense di questo mio eroe colsi l’eccezionale opportunità di diventare suo padrone di casa. Si trattava di chiudere un cerchio, un percorso molto importante iniziato da giovane. Come diventare padrone di casa di Topolino o Robin Hood. Mio fratello Antonio ed io non esitammo un attimo ad acquistare l’edificio, anche perché versava in condizioni tali da essere alla nostra portata economica. Era una casa totalmente in abbandono, offesa, ferita, straziata da chi l’aveva abitata senza rendersi conto di dove fosse. Nessuna casa dovrebbe essere trattata così. Men che meno quella del grande Beiderbecke. Abbiamo devoluto parte dell’investimento destinato al nostro film su di lui (Bix – Un’ipotesi leggendaria) nella ristrutturazione della casa, che ora è straordinariamente bella e risponde esattamente alle foto d’epoca. Ne abbiamo fatto un piccolo museo, visitato dagli appassionati di jazz, molti dei quali provenienti dall’Europa del Nord.
Quanto è importante l’elemento autobiografico nei suoi film?
Lo diventa sempre di più. Io ricorro alla
mia vita per tenerla in vita. Per far sì che ci sia stata. L’ultimo film che
ho scritto e girerò a settembre si chiama Il papà di Giovanna, con
Silvio Orlando, Francesca Neri ed Ezio Greggio. È un film che racconta la
storia di un padre che ha una figlia brutta. Io non ho una figlia brutta, ma
ho immaginato cosa potesse essere l’ingiustizia nei riguardi di una ragazzina
adolescente che assomiglia al padre, anzi ne è identica: una controfigura. E
il padre è Silvio Orlando, che vive con grandissimo rammarico questa
situazione, tanto da presentare a Giovanna una visione del mondo che è
l’esatto contrario di quello che la ragione dovrebbe indurre a fare. Mentre la
moglie, Francesca Neri, è una donna molto bella e pragmatica che vorrebbe
tenere la figlia con i piedi per terra, per non esporla alle grandi e cocenti
delusioni della vita. All’inizio del film accade qualcosa di grave per cui
Giovanna uccide una sua compagna di banco. Apparentemente questa storia non ha
nulla di autobiografico, ma nel suo intreccio ci sono delle situazioni
famigliari e personali che replicano in modo puntualissimo la mia esperienza
di padre, di essere umano, il mio atteggiamento nei riguardi delle attese
della vita, delle illusioni. Ecco, se c’è una cosa che ho imparato a fare è di
tradurre, prima sulla carta, poi sul set, attraverso le immagini, quello che
io so della vita. Può, anzi deve essere una visione opinabile, nel senso che è
la mia, ma più diventa esclusiva, più ne vado orgoglioso, perché è evidente
che sono detentore di un’identità. Mia moglie nel leggere i copioni miei
riconosce centomila cose che lei ha detto. Ma tutto è finalizzato in maniera
completamente diversa rispetto a quando quella cosa fu detta.
Non si sfugge alla vita, anzi attingi dalla vita tutto. Frequento molto le
persone normali. Ne ho un arricchimento continuo che mi deriva dalla
frequentazione del mondo ai livelli più quotidiani. La quotidianità mi
incuriosisce, mi sollecita, mi commuove. La trovo sempre originale e diversa.
In ambiti culturali più esclusivi trovo invece sempre delle persone con degli
atteggiamenti stereotipati.
Quanto c’è di autobiografico nella figura di Giovanna?
È penalizzata nell’aspetto. E questo è stato uno dei grandi problemi della mia esistenza. Qui c’è una parte autobiografica molto forte. Nella mia vicenda umana ho sempre dato un peso specifico fondamentale alla bellezza. Da ragazzino capii che essere belli è un vantaggio non indifferente. Il bello si poteva permettere di essere buono e generoso: non correva grandi rischi. Ma si poteva anche permettere di essere stupido, di non essere necessariamente simpatico. Nell’incontro del bello e della bella non c’è bisogno di un’interlocuzione tanto profonda. Quell’incontro è il più limpido, il più leale, il più onesto, il più diretto dei rapporti.
E il più superficiale?
Questa è la visione che io – non bello – ho sempre cercato di spacciare. E sulla quale abbiamo ottenuto grandi risultati, convincendo le belle che il rapporto con i belli sarebbe stato deludente. Questa è stata la nostra grande forza, ma anche la nostra grande menzogna, perché non è assolutamente così. Alla base dei forti complessi di inferiorità nelle persone della mia generazione la bruttezza ha giocato un ruolo predominante. Fortunatamente – o sfortunatamente, non so – nei ragazzi di oggi l’aspetto estetico non è così importante. Ai miei tempi i belli, specialmente tra i maschi, erano rarissimi. Il maschio italiano era in grande prevalenza bruttarello. Questa bruttezza e il complesso di inferiorità nella mia vita hanno giocato un ruolo non secondario.
Per questo uno dei suoi attori preferiti è stato Delle Piane?
Carlo Delle Piane è stato per un tratto della mia vita il testimone e il portatore di questo limite estetico, di questa difficoltà che ha un essere umano ad affrontare il mondo attraverso un aspetto come il suo. Delle Piane ha iniziato a fare cinema all’età di 12 anni scoperto dagli aiuto-registi di Duilio Coletti, sguinzagliati presso tutte le scuole pubbliche e private della Roma di fine anni Quaranta per trovare il bambino più brutto di tutti. Questo fatto all’inizio gli ha dato infinite opportunità di lavoro ma poi, in un momento successivo e dopo essere uscito trasformato da un coma di 40 giorni, ha prodotto in lui una reazione nei riguardi del mondo di grande diffidenza e sommo disamore. Per questo motivo ora ha dei problemi – come il fatto di non voler toccare nessuno – che a mio avviso sono il riflesso di una situazione adolescenziale che lo ha sicuramente segnato. È evidente che lui, in certe storie in cui raccontavo uno sbilanciamento enorme tra il brutto e la bella, era diventato un “leitmotiv”. Carlo mi ha avvantaggiato nel poter esprimere al meglio questo tipo di problemi anche da me vissuti, sebbene non fino a quel punto, ma che potevo comunque capire e condividere.
Cosa deve avere un’attrice per suscitare il suo interesse di regista?
Mi deve incuriosire. Ma non penso solo alle attrici. Penso a tutti gli essere umani: devono incuriosirmi.
Si, ma a parte gli esseri umani, mi parli delle attrici. Come devono essere?
Dipende dal tipo di storia. Nel film che ho girato adesso, Il nascondiglio, Laura Morante non doveva essere necessariamente bella, tanto è vero che – con lei consenziente – l’abbiamo privata di una buona dose della sua seduttività, rendendola mediante il trucco, la pettinatura e l’abbigliamento, più simile a una monaca, a un’assistente dell’ASL che a una diva del cinema italiano. Un’attrice deve suscitare in me l’idea di saper interpretare perfettamente l’intenzione che sorregge il personaggio femminile dei miei film. E poi, siccome in molti casi le attrici da me scelte corrispondevano a personaggi reali della mia vita, che erano stati oggetto delle mie attenzioni, in effetti erano spesso anche molto carine. Ma questo era dovuto al fatto che il modello a cui si ispiravano era un mio ideale. Non è sicuramente un caso se le attrici nei miei film non ricorrono, mentre questo accade per gli attori.
Perché?
Perché c’è un rischio enorme, soprattutto nei film di carattere autobiografico. È quello di individuare un’attrice che assomiglia a una ragazza che piace. La vesti come piace a te, la pettini come piace a te, la fai muovere come piace a te, le fai dire le cose che ti piacciono, eccedi nel farla diventare una specie di archetipo. E questo è un grande rischio, al quale esponi te stesso, perché rischi di trasformarla nel tuo ideale. Questo avviene sul set perché, una volta spogliate del trucco e magari ascoltandole parlare normalmente, naturalmente poi rivelano un’autenticità ben diversa dal tuo ideale.
Ne La cena per farli incontrare ha diretto addirittura quattro primedonne famose e avvenenti. Come ne è uscito vivo?
È stata la cosa più facile del mondo perché ho detto loro che tutti si aspettavano scene di gelosia, schieramenti di tre contro una o altre combinazioni. E sarebbe stata la cosa più banale e deludente. E loro difatti hanno completamente disatteso questa facile aspettativa, trovando immediatamente un’intesa, solidarizzando una con l’altra, mosse da una sorta di timore. Apprezzo molto gli attori che, di fronte alla proposta di una parte in un mio film, si domandano se sono all’altezza. Sono rarissimi. I più discutono il ruolo attraverso altri aspetti, che non hanno mai nessuna attinenza con quello che dovrebbe essere il più preoccupante dei problemi, ovvero il dubbio di essere adatti al ruolo proposto e di saperlo restituire nella sua pienezza. Nei riguardi delle pellicole che mi appresto a girare io mi sento sempre di fronte a un’opera prima. Mi chiedo sempre se sarò in grado di girare questa storia, di controllare una macchina così complessa, anche se il tempo in qualche modo mi dovrebbe ormai aver vaccinato. Tuttavia provare un senso di inadeguatezza mi pare assolutamente salutare.
Cosa c’è di autobiografico ne La Casa dalle Finestre che Ridono?
Mah…parlare di quel film? Il tempo ha fatto sì che abbia standardizzato certe risposte, come lo sono certe domande.
Allora lasciamo perdere, non mi risponda. Piuttosto, come mai, dopo aver girato quel bellissimo film horror, innovativo per quei tempi perché ambientato nella casalinga e placida pianura padana, non ha continuato con quel filone?
Dopo ho fatto anche Zeder. Ma comunque è un genere di cinema che trovo molto noioso. Ovviamente so che esistono delle fasce di pubblico devote, fedelissime, dei cinefili pazzi che amano solo quel tipo di cinema. Debbo dire che il farlo dopo un po’ non mi diverte più, anche perché ci sono una serie di passaggi obbligati che, una volta che hai scoperto come funzionano, non ti incuriosiscono più di tanto.
Spesso i suoi film sono ambientati nella Bassa, non di rado nella prima metà del secolo scorso. Predilige il retrò?
È evidente che la stagione in cui hai incontrato per la prima volta le cose, le hai viste per la prima volta, hai collegato a delle persone e a degli oggetti dei nomi, quegli anni sono diventati per te degli archetipi, i modelli di riferimento di tutta la tua esistenza. Io racconto sempre la storia del Frappé. Il frappè è un archetipo. Come il treno. Ognuno di noi quando pensa a un treno pensa a un treno particolare, non al concetto di treno in senso assoluto. Per me ad esempio la parola frappè è una parola magica, evocativa. È il 9 giugno del 1946, siamo in via San Vitale 51 a Bologna, io e mia sorellina stiamo scendendo le scale con mio nonno che ci porta via perché mia madre sta partorendo Antonio, mio fratello. Dal piano di sopra provengono le urla di mia madre. Mio nonno, per non assistere a questo strazio, ci porta ai giardinetti. E mentre scendiamo le scale c’è la zia Flora di Sasso Marconi che sale con un bicchiere bianco, appannato, altissimo dal quale emerge una cannuccetta. Io le chiedo: che cos’è, che cos’è? E lei: il frappè! E io: che cos’è il frappè? E lei mi avvicina questa cannuccetta, dalla quale io succhio due gocce, una sorsatina di liquido straordinario che diventerà per tutta la mia vita IL frappè. Penso che ognuno di noi ha un mondo archetipale, un suo pantheon come modello di riferimento. E anche se faccio un film ambientato nell’oggi, in realtà i miei film sono del trentennio. E poi chi ha vissuto la propria adolescenza in modo molto insoddisfacente, come è accaduto a me, la tiene molto in vita, perché ci deve continuamente fare i conti: non ne è uscito appagato. Per lui rimane un conto aperto.
Più d’un film è dedicato al Medioevo. Cosa la appassiona di quel periodo storico?
La sacralità. Le uniche persone con cui riesco veramente ad avere un incontro che mi accomuna sono persone che hanno dilatato gli angusti limiti del mondo razionale e che fanno sfociare i loro interessi nel mondo della trascendenza e della sacralità. Io sono cresciuto nella cultura contadina ed ho molta più affinità con il Medioevo che con la cultura dell’oggi. Molte cose dell’oggi non le capisco, fingo di condividerle, vivo nell’oggi perché non mi è stata data alternativa ma in realtà io vengo da un mondo altomedievale in cui il tipo di religiosità era molto legato alla scaramanzia, alla superstizione, alla ritualità. Per me una delle scrittrici italiane più straordinarie si chiamava Cristina Campo, era la moglie di Elémire Zolla. Ha scritto molto sulle liturgie, mi sarebbe piaciuto moltissimo conoscerla. Il senso della sacralità del tutto, tipicamente medioevale, assomiglia molto al tipo di religiosità che vivo io. Mi sono molto incuriosito sul medioevo, anche se ho realizzato solo due film. Uno con una valenza didattica molto forte, in cui ci sono cose che difficilmente la scuola italiana ha insegnato – Magnificat – mentre i Cavalieri che fecero l’impresa era già più pretenzioso, c’era meno umiltà e più supponenza. Voleva creare un ciclo latino che si contrapponesse a quello anglosassone con la ricerca della Sindone anziché del Graal.
Un ruolo importante nei suoi film lo occupa anche la seduzione e il “gioco tra i sessi”, come lo chiamava Hermann Hesse
Penso che nella vita di ognuno di noi ciò sia importante. Penso che una parte della nostra energia ci deriva dall’essere seduttivo e dall’essere sedotti. È uno dei momenti in cui siamo più presenti a noi stessi, in cui viviamo pienamente una brezza autentica, tutta nostra, da non condividere con nessun’altro.
Neanche con la persona amata?
È relativo. Molto spesso le storie d’amore singole, unilaterali, sono forse quelle più profonde.
Come ne Il cuore altrove?
Lì l’amore incide talmente nella vita del protagonista che alla fine questi chiude il film cantando e restando in quell’altrove nel quale è nato e nel quale con grande dignità e forza la sua ingenuità fa si che egli sopravviva. I miei eroi sono il risultato di una formula chimica molto semplice: sono portatori di grande difficoltà a socializzare perché sono timidi, introversi, complessati, sono portatori di somma ingenuità, sono stupefatti molto più di frequente di quanto non sia una persona normale, credono molto negli altri, sono esseri inadeguati, se non altro considerati tali. Ma alla fine, attraverso questi elementi che dovrebbero essere tre macigni tali da portarti in fondo al baratro, si dimostrano invece gli eroi della nostra storia. Albanese ne La seconda notte di nozze è la quintessenza di tutto questo. È talmente inadeguato a vivere in un contesto sociale che lo mandano a esplodere le bombe, tanto se muore fa lo stesso. Questi antieroi ricorrono perennemente nel mio cinema. Ecco perché lo considero “religioso”: esso racconta la storia delle persone che vogliono bene alle persone. Senza nessun aggettivo, senza nessuna forma demagogica. Il mio è un cinema provocatorio, fuori moda.
E Pupi vuole bene alle persone?
Sì, io voglio bene a queste persone che ti ho descritto. Voglio meno bene alle persone supponenti, verso le quali nutro diffidenza. Non ascolto le cose che dicono, non leggo le cose che scrivono, non vedo le cose che girano.
Domanda scontata ma necessaria. Da dove nasce la passione per il cinema? Quando e come è venuta ad Avati l'idea di fare film, di essere regista?
Negli anni della mia giovinezza per chi
viveva in provincia il cinema era il sogno più condiviso che ci fosse. Con
un’idea di cinema molto confusa e vaga, ma era sufficiente che una
parrucchiera e una commessa avessero delle belle tette che veniva loro
chiesto: perché non fai il cinema? Il cinema era qualcosa di irraggiungibile,
in cui tutti senza osare dirlo sognavano di cascare dentro.
Successivamente la consapevolezza di cosa potesse essere veramente il cinema
me l’hanno data due eventi. Il primo, l’essere entrato in una sala
cinematografica dove proiettavano 8 e mezzo. È stato il film che in
senso assoluto mi ha cambiato l’idea che avevo del cinema. Il film sul cinema
più esaustivo che abbia mai visto in vita mia. Quello che dice meglio e di più
sulla creatività del regista e sul mezzo del quale dispone. Il secondo evento,
coincidente, è stato la realizzazione da parte di Marco Bellocchio de I
pugni in tasca. Un film straordinario, che ebbe un risultato di attenzione
clamoroso, una pellicola assolutamente alternativa al sistema che dimostrò
come fosse possibile dalla provincia piacentina realizzare un film. A quel
tempo si aprì un grande varco che permise a molti di noi della provincia di
accedere a questo mezzo. Io con risultati molto modesti, dilapidando risorse
non indifferenti.
Quali sono stati i suoi maestri, da chi ha imparato cose che ritiene essenziali per la sua arte?
Sono stato plagiato dal cinema di Federico Fellini. Nel corso del primo tratto della mia carriera venivo definito «il giovane regista bolognese felliniano». Non v’era critico che non esordisse così, sia per dire bene che per dire male. Poi fortunatamente me ne sono liberato ma è stato molto molto difficile. In realtà ho fatto di tutto per non avere maestri, con un atteggiamento tipicamente sessantottino, ovvero di chi si illude di poter cominciare nell’anno zero. Di chi ha davanti a sé solo fogli bianchi, perché tutto quello che era stato scritto prima viene buttato.
In quasi 40 anni di cinema, l’evoluzione tecnologica ha avuto influenza sul suo modo di fare cinema
Nessuna. Ho fatto un cinema che cerca di nascondere il più possibile la macchina da presa. Cerca di occultarla.
E al cinema lei ci va?
No.
Ci andava?
Tanto.
Da quando non ci va più?
Da quando faccio tanto cinema. Da quando mi sono reso conto che il cinema poteva in qualche modo solo nuocermi. In due maniere. Andavo al cinema e rimanevo profondamente deluso da quello che avevo visto, e mi chiedevo perché ci ero andato. La seconda ipotesi. Ci andavo e vedevo un film che mi piaceva, che mi metteva in una condizione di inferiorità nei riguardi di quanto mi era stato appena proposto. La mia capacità autoillusoria, che è alla base di ogni mio elemento creativo, si riduceva. Tornando alla musica, la ferita ancora sanguinante: sono stato un musicista non malvagio fino a quando non ho voluto studiare il clarinetto. Nel momento in cui mi sono messo a studiare musica, ho ridotto la mia sconsideratezza, facendo i conti con quello che stavo facendo. Sono entrato in una crisi talmente profonda da non poterne più uscire. Invece la creatività è frutto del talento, non dell’erudizione. Come per la poesia. Da cosa nasce? Da un’infinità di spunti. Ma se sei un poeta lo sei comunque, non perché hai letto Sandro Penna o Montale.
Lei è un autore prolifico. Dove trova tutte quelle idee? Come nasce un film di Pupi Avati?
Innanzi tutto l’origine delle cose non si conosce mai. Non sai quando, come, dove ti è venuta l’idea in cui ci sono un padre e una figlia brutta…però improvvisamente diventi portatore di questo germe che c’è in te, che è una sequenza, un’immagine, un fotogramma, una battuta, un odore, uno sguardo e allora incominci a tenere dentro di te questa cosa, a cui ne attacchi altre, come le tessere di un puzzle e tu non sai se quello che stai coltivando sarà poi il pezzo di una storia di un film, se ne sarà l’inizio o la fine o la parte centrale o addirittura se sarà soltanto un modo per agganciare un’altra storia da cui poi verrà rimosso. Perché lo spermatozoo che è servito alla nascita della storia poi spesso viene espulso. Come nasce non lo so. So come cresce. È un processo molto complesso ma molto piacevole. Quando uno ha dentro di sé una storia che gli piace, è come una madre che ha dentro di sé un bambino. Sono certo che le gestanti quando sono sole parlano con il loro bambino. E sono anche convinto che il bambino in qualche modo risponda. Deve essere un dialogo sublime e bellissimo. Ed è la stessa cosa che avviene nella mia storia. Mi sveglio alla mattina pensando che è dentro di me e ogni giorno ne penso un pezzo in più. Poi incomincio a raccontarla un po’ in giro, anche in modo indiretto, a inserirla nei discorsi, per verificarne la solidità, la concretezza. E più la racconti più ti convinci se sta in piedi o no. Poi finalmente affronti la pagina, la scrittura. E lì c’è un alternarsi continuo di giorni di fervida creatività e giorni in cui vai in crisi, non sai da che parte andare e dove orientarti. Però dico sempre a me stesso che la storia che sto scrivendo c’è, è mia la responsabilità di trovarla, ma c’è. È come quando feci i sopralluoghi per Le Strelle nel Fosso, probabilmente il più bel film che abbia mai fatto in vita mia, sicuramente il più sfortunato. Nessuno o quasi l’ha visto. Allora dovevamo trovare una casa abbandonata in mezzo all’acqua. Una casa che fosse in una condizione naturale tale da giustificare una grande favola contadina del Settecento. Andai a fare i sopralluoghi. Camminavamo, giravamo sulle barche e alla fine di dieci giorni di sopralluoghi gli altri si erano arresi, perché la casa non si trovava. Io ostinatamente mi son detto: questa casa c’è, ho scritto la storia e quindi la casa c’è. E dopo due chilometri, dall’altra parte della palude, trovammo la casa! Ho pure scritto un romanzetto intitolato La seconda notte di nozze in cui parlo di una masseria a Torre Canne in Puglia, dove non ero mai stato e dove non sapevo che ci fosse una masseria così come l’avevo descritta…e c’era! Queste sono le cose che ti convincono che quello che stai facendo esiste comunque. Bisogna avere fiducia in quello che si fa. Ma fiducia in sé stessi non significa supponenza: sono due cose diametralmente opposte.
In quasi 40 anni di professione cos’ha imparato sul cinema? Cos’è il cinema per Pupi Avati?
È qualcosa che ormai invade, occupa, ingombra interamente la mia esistenza. È andato a invaderla in modo così totalizzante per cui anche durante la notte i sogni che faccio sono riconducibili al cinema. Non c’è momento della mia giornata in cui non rifletta su qualche cosa che ho fatto o che devo fare e che riguarda il mio lavoro. È il tema centrale della mia vita. All’inizio non era così. Mi illudevo che il cinema fosse una delle professioni più divertenti del mondo, che permetteva di godere di una serie di privilegi fantastici, come alludeva il cinema felliniano. Al contrario, più vado avanti più il cinema pervade la mia vita, più vivo in un rigore assoluto. Non c’è più un momento di distrazione, di vacanza, e si confonde il piacere con il dovere. Il cinema è diventata la ragione della mia vita. Ma la ragione è altro, sono i miei figli, la mia famiglia. Il cinema è di un’invadenza totalizzante. Mi domando come sia possibile ad altri viverlo con tanta disinvoltura, frequentandolo così poco.
E gli spettatori? Come si è modificato il suo pubblico in questi decenni, oltre ad ingrossarsi di numero? Lei ne ha una percezione o fa il cinema senza pensare a chi vedrà i suoi film?
In questo penso di essere di una
grandissima generosità. Accolgo gli inviti più vari e diversificati da parte
delle organizzazioni cinematografiche, dalle più scalcagnate alle più
autorevoli, girando l’Italia, ma non solo, e quindi incontrando i miei
spettatori e verificando “de visu” i cambiamenti del mio pubblico. È evidente
che via via sia andato mutando. Persone che un tempo venivano a vedere i miei
film ora non vanno al cinema da molti decenni. Vedono le mie cose in
televisione, certamente non più al cinema. Ma generazionalmente il mio
pubblico è rimasto identico. I ragazzini di vent’anni non ci sono mai stati.
Gli adolescenti che vengono a vedere i miei film sono rarissimi. Posso contare
su un pubblico dai 35 anni in su. È uno zoccolo duro che dimostra una certa
fedeltà, che mi permette numericamente di dare continuità al mio lavoro, che
lo conosce e che mi concede anche qualche sghiribizzo, qualche stravaganza,
qualche provocazione, mi permette per esempio di candidare come attrice Katia
Ricciarelli che in contesti diversi dal mio stenterebbe a incuriosire. Io
credo che questa misura contenuta ma costante sia da una parte una sorta di
garanzia e nello stesso tempo ha fatto sì che abbia sempre mantenuto i piedi
per terra e non mi sia mai illuso di aver ottenuto improvvisamente un tale
successo commerciale da rimanerne stravolto. Il successo da giovani può
stravolgere. Quando poi arriva in età adulta, si è ormai refrattari alla
carezza come allo schiaffo. Ma allora forse è «troppo tardi», come mi disse
Kieślowski commentando il successo che gli arrise in tarda età, poco prima di
morire.
Con l’età comunque si va rafforzando, non in forma illusoria o presuntuosa,
una sorta di lucidità, uno sguardo più pulito e netto nei riguardi di ciò che
faccio in rapporto a quello che è il cinema. E mi interessa sempre meno
conoscere l’opinione degli altri. In una fase della vita il consenso è
basilare, poi diventa nocivo. Nei confronti del successo sono comunque sicuro
di essere in credito, non in debito. Ma questo, anziché produrre risentimento,
produce una sorta di lieve serenità. So che il cinema di altri ha ottenuto
molto di più di quanto meritasse. Ma poi vediamo come alcuni nostri colleghi
con la loro scomparsa si portano dietro tutto il loro cinema, che scompare con
loro.
In Italia c’è ancora spazio nel cinema per un giovane talento di provincia? Cosa ne pensa dei suoi colleghi più giovani?
Assolutamente sì. I giovani talenti, di provincia o meno, hanno sempre spazio. Il talento nasce da un convincimento e quando il detentore di un talento si confronta con gli altri, lo verifica, lo accerta, è corretto e giusto che egli investa tutte le energie della propria esistenza in quello che fa. È una battaglia che va combattuta. È una battaglia doverosa. Chi rinuncia al proprio talento, chi vigliaccamente non lo va a cercare, non la considero una persona apprezzabile.
Notiziario della Banca Popolare di Sondrio
N. 104 –
Agosto 2007
RAI 1 – Gli speciali di Stella del Sud – 30 Giugno 2007
Monaco di
Baviera e Neuschwanstein
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RAI 1 – Stella del Sud – 19 Maggio 2007
Intervista con Johannes Blank, organizzatore del festival artistico
UAMO di Monaco

Catalogo Uamo 2007