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Giornalismo - Articoli 2006


Il Sole 24 Ore

Come si testa il campione
Stelle e decadenze di provincia
E il video fece «Pong!»
Il paese dei nanetti
Barzellette con la svastica
Il foglietto di Jürgen
Ed Hermann curò il suo analista
Una madeleine danese e latina
Joachim Fest. Studioso capace di dire «Io no»
Karl Jaspers e le belle di Milano
Pagatemi! Firmato Roth
Viaggiatori nella boccia di vetro
I tedeschi ringraziano per la pizza e il Trap
Orsi tedeschi in cerca del gol
Lo sguattero venuto da Berlino
Hitler non aveva l’asiatica
Arrovellamenti teutonici
Peppone in versione elettronica
Mia madre, dal divorzio alla lotta armata
Il fascino perverso del bandito
Il poeta si mise in moto
Lem: «Odio la fantascienza»
Un’aranciata per la Wehrmacht
Scrittori con le spalle al muro
Le spose che turbano i tedeschi
Una famiglia provata dall’inconscio
Max e l’etica dell’incestuosità
Dürrenmatt e Frisch, sfida al caffè

Il Notiziario della Banca Popolare di Sondrio

Intervista a Claudio Magris. Con Alberto Cavallari alla scoperta del Danubio


Come si testa il campione

«Il cazzotto sottolinea l’idea». Ma una testata risolve il tutto. Perché la boutade dell’ex ministro Storace impallidisce di fronte al celeberrimo colpo di testa degli scorsi Mondiali. Lo sferrò Zidane e a suo modo fece gol. Contro Materazzi, certo, ma anche e soprattutto contro ogni fair play. Non si discute: nei confronti dell’Achille francese il Marco nazionale si comportò con l’irresponsabile sfacciataggine di un Tersite. Ma nessuno pensava che proprio al termine della sua gloriosa carriera Zidane avrebbe fatto ricorso a simili metodi d’angiporto per controbattere. E invece la sua testata occupò tutta la nostra estate. Ancora oggi si specula sulle parole scambiatesi dai protagonisti prima del fattaccio. E la scaramuccia continua a distanza. Pare che Zizou delle scuse di Marco non sappia che farsene. Fino a Natale tutta la Francia era con lui. C’è pure chi ha dedicato un volume al marsigliese eroe afflitto (Jean-Philippe Toussaint, La Mélancolie de Zidane). Un’interpretazione che non deve aver convinto nemmeno l’autore del testo, visto che il libro termina già a pagina ventiquattro. La rivista France Football, invece, tra i buoni propositi per l’anno a veniresfidando granduer nazionale e rancori stagnanti – si è assunta il non facile compito di spiegare ai nostri cugini i cinque motivi per cui amare Marco Matrix (così viene soprannominato Materazzi per via di certe spettacolari entrate sugli avversari). Il giocatore italiano ha fatto un mondiale superbo, è capace, schietto, di cuore e, naturalmente, ama la Francia. Basterà l’impegno civico della rivista d’oltralpe a riconciliare i popoli? Sia come sia, grazie tante a France Football. Se il giornale è veramente una “bibbia del calcio”, come si autodefinisce, non ci è dato sapere. Di sicuro con questa trovata ha dimostrato che esistono anche le testate (giornalistiche) caritatevoli.

Il Sole 24 Ore - 31 Dicembre 2006


Stelle e decadenze di provincia

Amo la musica da poligamo. M’innamoro di una canzone a prima vista, le giuro fedeltà e la mantengo. Ma assieme non siamo due cuori e uno stereo. Antiche melodie risuonano nell’aria e di nuove se ne aggiungono.
Stilare una classifica dei brani più amati è violenza se non pura follia. Per farlo devo restringere il campo tolgliendo la musica classica e i classici moderni. Niente Pink Floyd, U2 e neppure Battiato, Paolo Conte o Mina.
Eleggo “Kingston Town” degli UB40 (Labour of Love II, Virgin) a simbolo elegante e malinconico delle amatissime sonorità giamaicane a cui dedicai anche una rivista digitale: www.SkabadiP.com. Devo la scoperta di Linda Scott a “Mulholland Drive” dell’enigmatico David Lynch, un regista maestro nell’intrecciare l’inquietudine con l’ingenuità. Di fronte al firmamento musicale degli anni Sessanta la Scott è una minuscola stellina, capace tuttavia di donare ancora oggi 2:42 minuti di pura innocenza con “Little Star” (Complete Hits, Eric). Ascoltando invece “La Décadanse” (Initials Sg, Mercury) mi immergo nel sensuale mondo francese di Serge Gainsbourg e ripenso con brivido all’asfissiante e bigotta verecondia della provincia cattolica italiana in cui ho dovuto trascorrere la giovinezza. L’onirica “Glittering Prize” (New Gold Dream/EMI) mi riporta invece ai dorati anni Ottanta dei Simple Minds. Erano i tempi della cuccagna di massa, o quantomeno così ce li ricordiamo. Il nostro piccolo mondo sembrava una grande festa con piscina, vista sul mare e bellezze mesciate. Con gli anni Novanta la musica è cambiata. “Assassini Nati” di Oliver Stone sembrò anticipare il ferale connubio tra mass media e violenza dell’attuale decennio. Il film si chiudeva sulle note amare di “The Future” (Natural Born Killers, Interscope). Leonard Cohen incantava senza promettere nulla di buono: «I’ve seen the future, brother: it is murder».

Il Sole 24 Ore - 17 Dicembre 2006


E il video fece «Pong!»

Era il tennis ridotto ai minimi termini. Era Pong, il primo videogioco da sala. Atterrò nei bar del pianeta nel 1972. E subito cominciò a divorarsi le monetine degli avventori. Muovendo sullo schermo una barretta piazzata a guardia della propria metà campo, i due giocatori si ribattevano una pallina elettronica. Chi bucava di più la difesa dell’avversario vinceva. Semplice e geniale. Come Pac Man, Tetris e gli altri celebri antenati dei moderni “computer games”.
Ma Pong fu il battistrada e per questo il Museo della Comunicazione di Francoforte, in collaborazione con il Museo dei Videogiochi di Berlino, ha deciso di rendergli omaggio in grande stile. Per i nostalgici in pellegrinaggio nella città sul Meno è un’occasione ghiotta: poter nuovamente sfiorare lo storico cabinato giallo con cui da ragazzini dilapidavano la paghetta. Fino a quando non uscì la versione casalinga del gioco. Correva l’anno 1974 e da allora la sfida elettronica si trasferì tra le mura domestiche. Senza più batticuori economici. Per molte famiglie accogliere Pong in casa rappresentò la prima occasione di entrare in contatto con l’oscuro mondo dell’informatica.
A noi smaliziati utenti del terzo millennio, viziati da monitor coloratissimi e suoni in quadrifonia, la grafica scheletrica e i parchi gorgheggi di Pong stuzzicano poco. Eppure, lungi da cadere nel dimenticatoio, il giochino elettronico nel corso degli anni ha trasceso la propria origine ludica, trasformandosi in musa per non pochi artisti. Schiere di creativi multimediali si cimentano senza sosta con infinite e originalissime variazioni sul tema di Pong.
Reiff&Morawe propongono ad esempio un’inquietante rivisitazione sadica del gioco: chi si lascia sfuggire la pallina si becca una scossa elettrica (www.painstation.de). Più festosa l’idea del Chaos Computer Club di Berlino. Per celebrare i suoi primi vent’anni ha trasformato nel 2001 la facciata di un palazzo sulla Alexanderplatz in un grande schermo adatto per un Pong sesquipedale (www.blinkenlights.de). Al posto dei pixel, finestre intere. Un computer si occupa di accendere o spegnere le luci delle stanze. Un telefonino collegato con il cervellone funge da controllo remoto per muovere la barretta composta da una serie verticale di finestre accese. Cervellotico, ma di sicuro effetto. Più artigianale – e perfida – l’artista olandese Mathilde µP. Per divertirsi con il suo Power Pong ci vogliono i muscoli. Chi si vuol fare una partitella ha da piazzarsi in sella a una cyclette e alimentare il gioco a forza di pedalate. La trovata lascia perplessi. Perché «lavorare stanca», ricordava Cesare Pavese. Ma che pure il (video)gioco ci debba affaticare... 

Il Mito di Pong, Francoforte. Fino al 21 Gennaio 2007. Catalogo pagg. 84, € 9,80. www.pong-mythos.net.

Il Sole 24 Ore - 3 Dicembre 2006


Il paese dei nanetti Vedi le foto scattate a Gräfenroda

Pisolo e Bhumibol stanno bene insieme. C’era da aspettarselo. Dopotutto, se la figlia del Re di Thailandia visitando l’Europa alla ricerca di un regalino per sua Altezza Reale il babbo ha fatto shopping nella ex DDR, probabilmente lo si deve a un’imbeccata dello stesso augusto genitore. Perché tutti sanno dove finiscono Pisolo e compagni – solitamente nel giardino kitsch del vicino –  ma solo appassionati come Re Bhumibol Adulyadej il Grande conoscono la terra da cui provengono i nanetti. Si tratta di Gräfenroda, un villaggio al limitare della foresta Turingia, il “cuore verde” della Germania. Per un turista ignaro il paesino situato nella valle del “selvaggio fiume Gera” è solo una lunga fila di linde casette dai tetti aguzzi e le strade vuote percorse da un vento intento a raccogliere foglie in mulinelli. Uno di quei borghi di silenzio in cui ti aspetteresti, al calar della sera, di incontrare Dylan Dog impegnato a cacciare spettri. Ma qui di oscure presenze “l’indagatore dell’incubo” non scorgerebbe nemmeno l’ombra, eccetto quella di Arthur Dinter (1876-1948), scrittore antisemita dimorante nel luogo e con la fissa di riscrivere la Bibbia eliminando l’Antico Testamento. Non gli andava a genio che avesse origine ebraica. Neanche i nazisti lo presero troppo sul serio.
Il viaggiatore consapevole accorre invece a Gräfenroda perché sa bene di trovarsi nella culla natale del nanetto da giardino. Un merito tanto grande da aver indotto il piccolo comune, un tempo recluso dietro la cortina di ferro e ora noto anche in Thailandia, a presentarsi su Internet affiancando al proprio stemma uno gnomo (www.graefenroda.de).
Nella metà del Diciannovesimo secolo le rigogliose manifatture locali sfornavano per i cacciatori più vanitosi – e incuranti del macabro – teste di cervo in terracotta su cui apporre le corna originali della selvaggina abbattuta. Visto il successo della trovata ampliarono la produzione sfornando statuette di Cappuccetto Rosso, Biancaneve e degli altri personaggi tratti dalle fiabe dei fratelli Grimm. Tra il 1880 e il 1890 – l’esatta data di nascita è tuttora avvolta da mistero – i nanetti da giardino fecero infine la loro comparsa. Il successo fu strepitoso. «Ma lungi dal rappresentare personaggi di fantastia», ci racconta Reinhard, pronipote di Philipp Griebel, uno degli artigiani creatori degli gnomi, «la particolarità dei nanetti era di imitare persone reali. I primi gnomi avevano infatti le sembianze dei lavoratori nelle cave della foresta». La ditta Griebel, fondata nel 1874, cominciò a produrre nanetti venendo incontro alle richieste dei minatori più abbienti, desiderosi di celebrare il proprio sucesso facendosi ritrarre in miniatura. E siccome quello della miniera era un mestiere duro, i primi omini ben si guardavano dal sorridere in technicolor come ai tempi nostri, mostrando invece volti affaticati e barbe fuligginose. Più tardi fu la volta di pescatori nani, giocatori di carte e suonatori di armonica. Nani anche quelli. La Prima Guerra mondiale interrupe la produzione, e così l’avvento del regime comunista. Poi la Repubblica Democratica Tedesca si convinse a riaprire la manifattura statalizzando la produzione dei nanetti.
Con la caduta della DDR Reinhard Griebel ha ripreso in mano le redini dell’azienda, aperto un museo dei nanetti (www.zwergen-griebel.de) e regalato loro una eva formato mignon. Forse per l’entusiasmo di trovarsi in compagnia di una donna dopo un’astinenza durata più di cent’anni, alcuni amici di Pisolo hanno cominciato ad assumere pose indecenti. Roba da far venire un infarto ai nonni minatori. A dire il vero anche l’Associazione Internazionale per la difesa dei nanetti da giardino (www.zipfelauf.com) con sede a Basilea inizialmente non l’ha presa bene, ma tant’è. «In Europa si accettano così tante cose! Bisogna concedere un po’ più di libertà anche ai nanetti» sostiene Herr Griebel.
Secondo Raul Pantaleo invece agli gnomi e ai loro proprietari non è la libertà a mancare, piuttosto il buon gusto (Un Pisolo in Giardino, Elèuthera, Venezia 2006, pagg. 111, € 10). Dopo aver battuto le periferie del Triveneto alla caccia di villette da psicanalizzare, Pantaleo è giunto alla conclusione che il nanetto rapppresenta il «sonno della coscienza» dei suoi proprietari e ne «anestetizza le angosce per un futuro ignoto». Pisolo come elemento ornamentale apotropaico? Per Giuseppe Collovati, entusiasta acquirente della manifattura Griebel e «ossessionato dai nanetti da giardino» dopo aver visto al cinema Il favoloso mondo di Amelie, lo gnomo col berretto a punta ricorda soprattutto «un pezzettino di storia e di tradizione della Germania». «A dire il vero io non ho il giardino», confessa Collovati, «ma anche se l’avessi, venendo a conoscenza di tutte quelle brutte storie sui rapimenti dei nani non so se li lascerei fuori da soli». Da anni imperversa infatti l’agguerrito Movimento autonomo per la liberazione delle anime da giardino (www.malag.it), feroce nemico di tutti i possessori di nani. Ma forse il Malag è solo invidioso della fortuna di chi si piazza un Pisolo in casa. «Una volta ho regalato un nanetto a una coppia di amici» racconta Collovati. «E sa che è successo? Dopo anni di attesa sono riusciti finalmente ad avere un bambino!».
Non c’è dubbio. Tutto merito del nano.

Il Sole 24 Ore - 19 Novembre 2006

 


Barzellette con la svastica

«Gesticola con le mani e le braccia, saltella agitato qua e là», annotava di lui un poliziotto. Parlava di Hitler. Prima che divenisse il Führer. Poi tutti lo dovettero prendere sul serio. Anzi no, come racconta Rudolph Herzog nel recente saggio sull’umorismo ai tempi del Terzo Reich (Heil Hitler, das Schwein ist tot! [Heil Hitler, è  morto il maiale], Eichborn, Berlino 2006, pagg. 266, € 19,90).
Ufficialmente il nazismo non tollerava scherzi. Per una barzelletta potevi finire sulla ghigliottina, come accadde nel ’43 alla star del cinema tedesco Robert Dorsay. In realtà la pena capitale per via di una freddura ebbe soprattutto un effetto deterrente. Ben pochi nella Germania hitleriana si sarebbero mai permessi di prendere apertamente per i fondelli il dittatore e i suoi sgherri. Questi invece propagavano ossessivamente rozze caricature antisemite sulle pagine dei fogli di regime. Eppure al riparo da orecchie indiscrete anche i tedeschi si lasciavano talvolta andare a commenti poco ortodossi. Göring? Un grassone vanesio. Ribbentrop? Tanto arrogante da guadagnarsi il soprannome di Ribben-snob. Per non parlare di Ernst Röhm, il brutale capo delle SA. Hitler lo fece ammazzare con la scusa di averne scoperto l’omosessualità. Ma la sua predilezione per i camerati era un segreto di pulcinella. Il popolo sottecchi commentò: «chissà come sarà scioccato il Führer quando scoprirà che Göring è grasso e Goebbels zoppica». Tutto sommato erano motti di spirito piuttosto innocui. Valvole di sfogo, anziché atti di ribellione. Dopotutto nei primi anni del regime il nuovo ordine imposto da Hitler riscuoteva parecchi consensi. I più coraggiosi – o assetati – entrando nelle birrerie si azzardavano a storpiare l’obbligatorio saluto nazista «Heil Hitler» gridando «Drei Liter».  Un addomesticatore si spinse ancora più in là, insegnando alle proprie scimmiette a sollevare il braccio destro ogni qualvolta capitasse a tiro un’uniforme. Gli venne subito imposto di rieducare gli animali o consegnarli al macello. Anche perché sotto Hitler di uniformi se ne vedevano tante. Così tante da indurre i più ironici a chiedersi se i soldati avessero fatto meglio a indossare abiti civili per farsi riconoscere.
A dispetto di chi poi affermò di «non aver saputo nulla», già negli anni Trenta si era a conoscenza dei Lager. Lo dimostra anche una popolare battuta: «Ho fatto una gita a Dachau. Mamma mia. Filo spinato, mitragliatrici. E ancora mitragliatrici e filo spinato. Ma credetemi. Se voglio, riesco a entrarci!».
Con la guerra, i lager e i bombardamenti le battute contro il potere divennero più salaci. E più rischiose. Alcuni religiosi proposero di modificare la preghiera del Padre Nostro con la richiesta di «non indurci in concentrazione». Quando Rudolf Heß nel ’41 ebbe la balzana idea di paracadutarsi in Inghilterra per cercare di convincere gli inglesi ad allearsi con il Terzo Reich, circolarono battute mordaci. «Allora siete voi il pazzo!» chiede Churchill mentre visita il prigioniero. «No, sono solamente il suo rappresentante» risponde prontamente il “delfino di Hitler”.
Per contrastare la carica eversiva di simili battute Goebbels fece creare dal suo ministero della propaganda la coppia di comici Tran e Helle. La trama degli sketch era sempre la stessa: il nazistone Helle sbertuccia continuamente il disfattista Tran. Al cinema il pubblico dimostrò alto gradimento, ma per Goebbles la trovata si dimostrò un sonoro insuccesso. Gli spettatori simpatizzavano per Tran anziché per Helle! Venne ordinata l’immediata interruzione della serie. Grande soddisfazione da parte del committente suscitò invece la trasmissione della BBC con l’esiliato austriaco Martin Miller. Questi  imitava talmente bene la pronuncia di Hitler durante i suoi show alla radio britannica da indurre persino la CIA a chiedersi come mai Hitler si fosse messo a sproloquiare anche sulle frequenze dell’emittente pubblica inglese.
Ma l’umorismo più arguto di quegli anni bui venne da chi meno aveva da ridere, ovvero gli ebrei, capaci di spirito e sorriso anche sull’orlo del precipizio. Due di loro, racconta una battuta autoironica, sono in attesa di essere fucilati. Il momento si avvicina. Ma improvvisamente viene dato l’ordine di impiccarli. «Hai visto!» esclama allora uno dei condannati al colmo della gioia, «questi nazisti sono messi talmente male da non aver più nemmeno le cartucce».

Il Sole 24 Ore - 5 Novembre 2006 - Articolo apparso in forma ridotta


Il foglietto di Jürgen

Nuova cucina tedesca. Pelare alcune cipolle, aggiungere dei foglietti di carta masticata e versare il tutto in una piccante minestra riscaldata. Chi vuole assaggiarla? Io no!
La pensosa riflessione tedesca sulle colpe degli intellettuali sotto il nazismo si trasforma in una farsa indigesta. Placato da poco lo scandalo suscitato da Günter Grass con la confessione (apparsa nell’autobiografia Pelando le Cipolle) di aver fatto parte in gioventù delle Waffen-SS, ora un altro grande pensatore tedesco finisce sulla graticola. La rivista Cicero rilancia e inasprisce una velata allusione dello storico conservatore Joachim Fest, recentemente scomparso, sferrata contro il nume tutelare dell’intellighenzia tedesca. In un episodio della sua autobiografia Io no Fest accusa – senza nominarlo – il filosofo Jürgen Habermas. Reo in gioventù di aver scritto un cicchetto a un compagno nazista per rimproverarlo delle troppe assenze. E di aver più tardi inghiottito quella compromettente lettera del suo passato. In realtà, nulla di nuovo sotto il sole. Sono almeno vent’anni che il perfido aneddoto procura sogghigni negli ambienti culturali tedeschi. Ma nessuno aveva pensato di usarlo per incitare a «dimenticare Habermas!», come strillano ora le pagine di Cicero. Nel difendersi dalla ridicola accusa, il filosofo non disconosce l’innocua missiva, composta da un ragazzo intruppato suo malgrado nelle file di un’organizzazione giovanile nazista. Ma precisa che il foglietto prese tranquillamente la comune via del cestino. Lo stesso posto dove meritano di finire certe stomachevoli ricette.

Il Sole 24 Ore - 29 Ottobre 2006


Ed Hermann curò il suo analista

Nel 1916 Hermann Hesse è a pezzi. Al dolore famigliare per la morte del padre, la malattia di un figlio e il tracollo psicologico della moglie si aggiungono le pubbliche calunnie. Dallo scoppio del primo conflitto mondiale Hesse vive in Svizzera, pubblicando articoli pacifisti. I suoi scritti inneggianti alla comprensione tra i popoli gli attirano le aspre critiche degli ambienti nazionalisti tedeschi. Depressioni e pensieri suicidi sono all’ordine del giorno. Ma se il fratello Johannes nel ‘35 compirà veramente l’irreparabile gesto, l’idea della morte volontaria rimane per Hermann solo e sempre un «confortante pensiero». A salvarlo dai cupi propositi è il suo psicanalista Josef Lang, con cui lo scrittore intrattiene un ampio carteggio, ora pubblicato dalla Suhrkamp di Francoforte (Die dunkle und wilde Seite der Seele, [Il lato oscuro e selvaggio dell’anima. Carteggio 1916-1944], 2006, pagg. 443, € 24,80).
Uno dei primi consigli terapeutici del medico è quello di darsi alla pittura. Dopo «lunghe resistenze» il paziente si lascia convincere. Negli anni acquisterà sempre più confidenza con il pennello, dipingendo molte e piacevoli vedute paesaggistiche. Ma il nuovo hobby di Hesse si ripercuote direttamente anche nella sua opera letteraria. È infatti proprio dipingendo che il protagonista del Demian (1919) riesce a manifestare le immagini del subconscio. Il romanzo è talmente permeato di simbologia psicanalitica da attirarsi l’incondizionata lode di Carl Gustav Jung, il quale confessa all’autore di considerare quello scritto come «un faro durante una notte di tempesta».
Nel novembre del ‘17 il futuro premio Nobel racconta al dottor Lang di aver sognato sé stesso ragazzo, intento a strimpellare il violino di fronte ai compagni del collegio. Ma nessuno dei due pare accorgersi che la scena è tratta dal romanzo Sotto la Ruota (1906), frutto dell’elaborazione letteraria di una negativa esperienza scolastica. Parimenti il sogno di un ballo in maschera, una «festa di artisti, tutti in costume, in parte grottesca e in parte molto bella» anticipa la fantasmagorica danza mascherata a cui dieci anni più tardi parteciperà Il Lupo della Steppa (1927).
Nel corso degli anni il rapporto professionale diviene amicizia e sempre più spesso il dottor Lang si confida con il proprio paziente. La verità è che egli è depresso quanto Hesse. Anzi di più, visto che i suoi tentativi di scrittura artistica non incontrano il pieno favore dell’amico-paziente. «Non abbandoni la cosa così presto! Non già ora! Per me è stato lo stesso con la pittura» lo rincuora allora bonariamente Hermann Hesse. Lang rasserenato ringrazia, confessando di considerare il suo ex-paziente come «il buon padre, che mi conduce all’arte». E tuttavia s’incupisce sempre più, meditando addirittura pensieri gnostici sul mondo quale «prodotto di un dio maligno». Problemi famigliari e insoddisfazioni professionali, uniti alla crescente confidenza con lo scrittore, lo spingono a dar libero sfogo alle proprie frustrazioni. «Ciò che non mi piace delle sue lettere è l’atteggiamento pessimista verso la vita» arriva a rimproverarlo Hesse, per poi esortarlo a smettere una buona volta di pensare «che tutto il mondo l’abbia piantato in asso». Ormai è il dottor Lang a cercare conforto nel suo paziente di un tempo, raccontandogli financo i propri imbarazzanti sogni. Una notte immagina il proprio corpo «gonfiato talmente da occupare tutta la stanza», un’altra si sogna addirittura lo stesso Hermann Hesse. Forse è anche conoscendo meglio il proprio dottore che la fiducia di Hesse verso la psicanalisi va scemando: «come sostituto della vita vera utilizzo due begli anestetici: il lavoro artistico e il vino». In verità non disdegna neppure l’oppio e le donne. E allora Lang lo imita concedendosi qualche flirt. Nel ’20 prende una breve cotta per la cantante Ruth Wenger. Qualche anno dopo sarà invece lo stesso Hermann Hesse a mettere gli occhi sulla donna, arrivando a sposarla in seconde nozze nel 1924. Il dottore non se la prende e, augurando alla coppia ogni bene, assicura all’amico che, secondo i suoi calcoli astrologici, il matrimonio nasce sotto una buona stella. Tre anni dopo gli sposi avranno già divorziato.
Con le mogli del suo amico-paziente il povero Lang non sembra proprio avere fortuna. Nell’agosto del ’39 confessa all’amico di essersi scoperto anch’egli “antisemita” per via di una brutta esperienze con degli avvocati ebrei. A stretto giro di posta arriva il cicchetto di Hermann: «penso tu non abbia alcuna idea di cosa significhi quella parola». Lang si è scordato che la (terza) moglie di Hesse «è ebrea, e la tua dichiarazione di antisemitismo l’ha spaventata e addolorata profondamente». Nonostante il passo falso l’amicizia tra i due prosegue negli anni, fino a quando nel ’44 l’aggravarsi delle condizioni mentali costringe il medico al ricovero. Josef Bernhard Lang muore nel ’45 come paziente nella stessa clinica in cui prima aveva operato come dottore. È una tragica conferma della tagliente battuta di Kraus sulla psicanalisi, da lui perfidamente definita come quella «malattia di cui essa stessa ritiene essere la cura».

Il Sole 24 Ore - 15 Ottobre 2006


Una madeleine danese e latina

Marcel non è l’unico a tornare a casa dopo una fredda giornata e prendere il tè dalla mamma. Lo stesso accade al ragazzo della fiaba Madre Sambuco di Hans Christian Andersen. Coricatosi per gustare meglio la bevanda il giovane riceve la visita di un simpatico vecchietto, gran narratore. Ma anziché raccontargli una favola, questi gli spiega che le storie più belle non s’inventano, bensì nascono spontanee dalla propria memoria. E così, osservando meglio la teiera, il ragazzo scopre uscirne dei fiori di sambuco, poi un cespuglio e un albero intero, nel cui fusto si cela Madre Sambuco, la ninfa dell’albero, simbolo della memoria. I greci e i romani la chiamavano Driade, Ovidio ne parla nelle Metamorfosi. Il dolcetto di Proust viene da molto lontano, e sa anche un poco di sambuco.

Il Sole 24 Ore - 24 Settembre 2006


Studioso capace di dire «Io no»

Signorile elegante e deciso. Ma anche scettico e ironico. Questi i tratti di Joachim Fest (1926-2006), il grande borghese capace di stringere amicizia con Ulrike Meinhof, l’ombrosa e travagliata giornalista, poi fondatrice delle Brigate Rosse tedesche. Un giorno ebbi modo di chiedere a Fest che senso aveva per lui essere un conservatore. «Dare importanza ai valori, ovvero il contrario del motto “anything goes”, tutto va bene», mi rispose senza esitare. Avere quindi la lucidità e il coraggio di saper talvolta dire Io no, come recita il titolo della sua autobiografia, di prossima uscita in Germania. Il Domenicale ne anticipa qui due brani. Buona parte del volume è dedicata ai tragici anni della dittatura nazista, trascorsi dal giovane Fest al fianco dell’amatissimo padre, che subì a testa alta le vessazioni del regime per essersi rifiutato di iscriversi al partito nazista.
Contravvenendo al volere del genitore, verso la fine del conflitto Joachim Fest decise tuttavia di entrare nell’esercito. Era l’unico modo sicuro per non cadere nelle ben peggiori Waffen-SS. Come invece capitò volontariamente al suo coetaneo Günter Grass, esempio di coscienza critica di una Nazione, eppure vacillante nel momento in cui non si sarebbe dovuto dire di sì.
Joachim Fest è mancato lunedì scorso, non solo la Germania è in lutto.

Il Sole 24 Ore - 17 Settembre 2006


Karl Jaspers e le belle di Milano

A diciannove anni Karl Jaspers (1883-1969) non aveva mai viaggiato all’estero. Dalla città natale di Oldenburg nei pressi di Brema si era spinto solo fino a Heidelberg per studiare giurisprudenza nell’università più antica della Germania. Una cronica malattia ai bronchi lo minava nel fisico a tal punto da impedirgli grossi sforzi. Anche in età matura, una volta divenuto un rispettato filosofo, raramente si metterà in cammino per assistere a convegni o tenere conferenze. Ma nell’inverno del 1902 non desidera altro che visitare l’Italia, viaggiando fino a Roma. Un’idea balzana per il dottore da cui è in cura, intenzionato piuttosto a spedire il giovane in alta quota per fargli respirare aria salubre. Ma a quel tempo Thomas Mann non ha ancora scritto La montagna incantata e dei sanatori Jaspers non subisce alcun fascino. «Non se ne pensa nemmeno» commenta risoluto al medico che lo vuole mandare in Italia sì, ma non oltre Merano. Per il futuro indagatore delle colpe tedesche relative al nazismo, frequentare i bagni termali significa dover «trascorrere tutto il giorno sdraiati sul lettino, impegnando le proprie forze nella digestione, circondati da uomini che oziano e senza stimoli». Di ben altro «incalcolabile valore» è invece la possibilità di visitare Roma, come scrive il persuasivo ragazzo ai genitori perorando la causa del suo viaggio in Italia (il carteggio è ora raccolto in volume: Karl Jaspers Italienbriefe 1902 [Le lettere italiane di Karl Jaspers nel 1902], Winter, Heidelberg 2006, pagg. 111, € 16).
Contro le «spiegazioni sofiste» dell’ostinato dottore, Jaspers usa persino l’arma della caricatura, descrivendo ai parenti il medico mentre cammina «avanti e indietro per la stanza gesticolando come fosse un secondo Cicerone». Alla fine Jaspers spunta da mamma e papà il permesso di partire. La tenzone affrontata e vinta con Fraenkel non rimane però senza tracce. Lo studioso se ne ricorderà riflettendo sulla dinamica della comunicazione tra medico e paziente nella Psicopatologia generale, opera che gli vale nel 1913 l’abilitazione alla libera docenza.
Il primo marzo Karl parte da Heidelberg con la benedizione e le premurose raccomandazioni dei genitori: «negli Hotel possibilmente spranga le porte [...] In Italia si deve essere estremamente attenti nel pagare, [...] pare che i più cerchino d’imbrogliare».
Milano è la prima tappa italiana. Kally – questo il soprannome di Jaspers in famiglia – visita il Duomo ma è colpito da altro: «tra le ragazze una ogni dieci è di una bellezza tale come non ve n’è alcuna a Oldenburg». A Genova è importunato da seccatori che di continuo gli si offrono come guida turistica o vogliono noleggiargli una barca. Ma per ammirare l’«impressione maestosa» dei palazzi del centro al ragazzo basta la fedele Baedeker edizione 1899, compagna discreta per tutto il suo viaggio italiano. Il 7 marzo arriva finalmente a Roma, fermamente intenzionato a visitare la città «quasi come uno storico dell’arte» anziché gironzolare da pigro turista. L’emozione suscitata osservando la cupola di S. Pietro è tale che al giovane mancano le parole per descriverla ai genitori. Si aiuta allora con la filosofia di Schopenhauer: «se volessi usare parole come desiderio inappagato, dolore cosmico, noia, sicurezza della redenzione, a ragione ciò suonerebbe affettato; eppure  in questo modo si potrebbero innanzi tutto rendere i sentimenti provati al cospetto di tale splendore». Le settimane trascorrono in un turbinio di visite a gallerie e musei, alternate da viaggi in quella campagna dipinta da Tischbein sullo sfondo del celebre ritratto romano di Goethe. La vista di splendori e bellezze, nonché il cibo saporito danno vigore al ragazzo: «qui mi sento gran bene, non si fanno dieci passi senza scorgere qualcosa di interessante». Ai musei vaticani, «dove quasi ogni statua è una bellezza», diventa un habitué. Per Jaspers è l’occasione di esperire con intensità quell’arte fino ad allora solamente appresa sui libri. L’unica seccatura nella sua estasiante full immersion di storia e cultura sono gli ospiti tedeschi della pensione in cui alloggia, più intenti a enumerare i monumenti visitati che a riflettere sulla bellezza degli stessi.
Agli inizi d’aprile, il rientro. Per Jaspers l’abbandono di Roma è la scoperta di Firenze. «Il gioioso spirito del primo rinascimento» lo incanta ancor più del barocco capitolino, gravato – questa l’analisi del giovane intellettuale – «dalla tremenda autorità e dal potere del Papa». Venezia, manco a dirlo, «è letteralmente meravigliosa», ma rispetto all’Adriatico «il nostro mare del Nord è di certo più bello e imponente». Un breve soggiorno a Verona conclude infine il viaggio in Italia, rivelatosi una scommessa vinta dal volitivo paziente del Nord.

Il Sole 24 Ore - 27 Agosto 2006


Pagatemi! Firmato Roth

«Attendo l’assegno con impazienza. Si raccomanda di inviarlo per posta espressa. [...] Scrivo molto male, molto infelice senza soldi». Così inizia il  carteggio dolceamaro di Joseph Roth (1894 – 1939) con la casa editrice Allert de Lange. Perché se Roth è stato uno dei massimi narratori della radicale ambiguità celata dietro a ogni umana esperienza, con i suoi editori non si preoccupava certo di ricorrere ai modi spicci e al linguaggio diretto (Geschäft ist Geschäft. Seien Sie mir privat nicht böse. Ich brauche Geld. [Gli affari sono affari. In privato non ne abbia a male. Ho bisogno di soldi. Il carteggio di Roth con gli editori de Lange e Querido], Kiepenheuer & Witsch, Colonia 2005, pagg. 580, € 34, 90).
Ebreo patriota, conservatore monarchico e nostalgico austro-ungarico, con l’arrivo al potere di Hitler l’autore de La marcia di Radetzky (1932) capisce che sulla Mitteleuropa si sta abbattendo un disastro ancora maggiore della “finis austriae”. Sceglie l’emigrazione a Parigi, dove trova alloggio presso il rinomato Hotel Foyet, luogo ideale per lavorare ai propri romanzi, spesso composti in viaggio o al caffè, quasi mai di fronte a una normale scrivania.
Fuggito dal Terzo Reich, Roth ha la fortuna di trovare negli olandesi de Lange e Querido due editori decisi a pubblicare gli scrittori di lingua tedesca invisi al regime nazista, contribuendo così a spezzare il silenzio brutalmente loro imposto da Hitler.
Emanuel Querido, ebreo, socialista e antifascista, fonda l’omonima casa editrice nel 1933 con il preciso intento di aiutare i nemici di Hitler. Per lui è una missione. Pubblica gli autori emigrati dalla Germania, tra cui anche Lion Feuchtwanger, senza darsi grossa pena di ricavarne un immediato profitto personale. Di Joseph Roth pubblica Tarabas (1935), Il peso falso (1937) e Il Leviatano (1947). Morirà deportato ad Auschwitz.
Nonostante il fervore e l’impegno di Querido, è con Gerard de Lange che Roth ha più confidenza. Rampollo godereccio di Allert de Lange, il fondatore della casa editrice che ospita al suo interno una sezione per gli autori tedeschi in esilio, nel 1932 Gerard ne assume la direzione. In realtà egli è molto più interessato alla frequentazione dei caffè che alla conduzione dell’impresa editoriale. Ma la diffidenza iniziale di Roth verso un simile perditempo («non posso vendere il mio destino a un pazzo») si trasforma presto in una genuina amicizia virile. La comune passione per l’alcol, poi letale per Roth, fa da mezzano. Oltre alla cameratesca compagnia durante le solenni sbevazzate, lo scrittore è allietato soprattutto dai generosi onorari che l’amicone gli versa. Sempre per libri perennemente in ritardo sulla data di consegna. È il caso ad esempio de I Cento Giorni (1936), il racconto dedicato a un Napoleone umile e ormai al tramonto della propria fortuna. «Da circa sei mesi lavoro a questo libro 8-10 ore al giorno, nonostante tutte le mie preoccupazioni private e la grande stanchezza fisica» scrive affannato Roth a de Lang nell’ottobre del ’34, lamentandosi di avere «una conoscenza troppo limitata del denaro e degli affari». Roth mente. Per ottenere danaro contante egli è in grado di tempestare con telefonate e telegrammi le case editrici, tanto da buscarsi un rimprovero da un collaboratore della Querido irritato perché Roth si comporta «come un sergente». «È  meglio avere a che fare [...] con un militare asino che con un amico letterato», risponde sornione lo scrittore. Nel caso la controparte tardi ad accogliere le sue richieste finanziarie, Roth lapidario incalza: «ho debiti, processi e una famiglia».
Non sempre gestisce il danaro con l’oculatezza che ci si aspetterebbe da un acciaccato soldato austroungarico datosi per necessità alla penna, come talvolta egli si compiace di descriversi. Sebbene in realtà sappia spillare abilmente soldi ai due editori, mettendoli anche ogni tanto uno contro l’altro, Roth non nega mai un aiuto agli amici più in difficoltà di lui. Inoltre non solo deve mantenere una moglie debole di mente, ricoverata presso un’istituto psichiatrico viennese, ma anche un’amante con due figli a carico.
Sarà forse per questo, come nota il suo amico Stefan Zweig, che «Roth possiede la capacità di avere bisogno del quadruplo di quanto sarebbe necessario a un’altra persona»?

Il Sole 24 Ore - 6 Agosto 2006


Viaggiatori nella boccia di vetro

Un diamante è per sempre. Ma anche certi souvenir non scherzano affatto. Spuntano all’improvviso dallo sgabuzzino in cui li avevi nascosti, pieno di imbarazzo per l’acquisto di dubbio gusto, frutto di un irresponsabile clima vacanziero. Si materializzano dopo anni per ricordarti il peccato di leggerezza a cui un giorno ti abbandonasti nell’euforia di un viaggio ormai dimenticato. Ma non crucciarti. Chi è senza patacca scagli la prima pietra. Meglio se contro una palla di vetro con paesaggio in miniatura. Perché certamente non sei l’unico sventurato possessore di una veduta del Golfo di Napoli incorniciata in similoro. E poi ti sarebbe potuto capitare di peggio. Un pesante modellino in nichel della centrale nucleare di Chernobil, ad esempio, o un altro pregiato pezzo della collezione “Buildings of Disasters”. E se la funzione di un souvenir è soprattutto quella di «suscitare emozioni e desideri», come afferma Constantin Boym, autore dell’agghiacciante ricordino atomico, peraltro surclassato in popolarità dalla riproduzione delle Torri Gemelle, c’è da scommettere che i suoi manufatti suscitino soprattutto il desiderio di rimanere tappati in casa.
Dagli inquietanti modellini di edifici distrutti alla più tradizionale e rassicurante (si fa per dire) gondola illuminata, passando per gli immancabili putti di Raffaello e la variopinta oggettistica cinese raffigurante il faccione di Mao, le cose di pessimo gusto prodotte dall’ingegno umano sono moltissime. Talmente numerose che Der Souvenir, la nuova mostra organizzata a Francoforte per rendere giustizia alla millenaria storia del kitsch commemorativo, si estende per due musei. Perché tutti gli adolescenti italiani che a settembre torneranno dal loro primo soggiorno londinese smaniosi di sfoggiare per le vie del centro la canonica maglietta dell’Hard Rock Café, così come i turisti che non se ne vanno da Monaco senza un capiente boccale di birra da esibire come trofeo delle proprie gesta alcoliche, altro non sono che i discendenti pop di quei pellegrini che andavano in Terra Santa alla ricerca di reliquie dotate di poteri magici. E se oggi la Cina produce industrialmente souvenir per tutto il mondo, già nella Gerusalemme del VI secolo fioriva un’industria di pezzi commemorativi prodotti in migliaia di copie. Non tutti i pellegrini erano così fortunati da aggiudicarsi le  membra di qualche cadavere in odore di santità. Ma pochi viaggiatori correvano il rischio di tornare a mani vuote. Consigliabile ad esempio era una puntatina al santuario di Menna presso Alessandria d’Egitto, sede di una produzione in massa di ampolle in terracotta recanti la dicitura “Eulogia” (reliquia benedetta, qualità doc). Una tradizione, quella dei souvenir religiosi, oggi più fiorente che mai, si pensi ad esempio al commercio intorno alla popolarissima figura di Padre Pio. Ma se molti credenti anelano a un tangibile ricordo del santo venerato, nondimeno è più chiaro a molti laici il confine tra souvenir e feticcio. Ogni volta che a fine concerto una Rockstar ha la benevolenza di lanciare un proprio sudaticcio indumento verso il pubblico, la lotta per carpire il dono caduto dal palco è tanto feroce quanto smisurata è la gioia del fan vincitore. Eppure molto tempo prima dell’invenzione del Rock e senza mai essersi concessa nessuna ospitata televisiva Lucrezia Borgia (1480 – 1519)  già mandava in visibilio schiere di ammiratori della sua chioma. Lo scrittore e cardinale Pietro Bembo adorava talmente «la bella treccia più simile ad oro, che ad altro» da conservarne gelosamente un ricciolo, ora esposto alla mostra grazie alla generosità della Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Da parte sua il comune di Vienna ha invece prestato le scarpette da bambina di Sissi, per la gioia di tutti i nostalgici dei caramellosi film con Romy Schneider, a cui si deve l’estrema popolarità di cui tuttora gode la sfortunata principessa asburgica.
Ma il souvenir non sempre è legato a persone amate o situazioni piacevoli, come testimoniano gli indumenti da campo e le stelle di David che gli scampati dai lager nazisti tennero con sé dopo la liberazione, a memoria dell’orrore in cui furono travolti. Eppure anche nei momenti più terribili molti prigionieri non persero il loro proverbiale humour ebraico. Come avrebbero altrimenti potuto trovare la forza di burlare i propri compagni di sventura, regalando loro dei fazzoletti in cui sbucava ricamato un grosso ragno?
All’esposizione non manca infine un copioso assortimento di souvenir legati al moderno turismo di massa, probabilmente recuperati dagli sgabuzzini di mezzo mondo. A quale ricordo o emozione sia legato l’accendino rosso a forma di lavandino purtroppo non è dato sapere.
Negli ultimi tempi la chincaglieria turistica sta comunque subendo la pesante concorrenza dei ricordini digitali. Telefonino e computer permettono infatti ai vacanzieri in libertà di crearsi le proprie irresistibili cartoline elettroniche. Ma, soprattutto, permettono anche di cancellare velocemente il tutto, eliminando ogni imbarazzante traccia della propria sbornia documentaristica.

Il Sole 24 Ore - 23 Luglio 2006


I tedeschi ringraziano per la pizza e il Trap

Li abbiamo presi per la gola, partendo dal gelato. Cominciò il pioniere Vittorio Toscani, aprendo nell’estate del 1891 a Braunschweig la prima gelateria italiana in Germania. Il successo fu tale da preoccupare le autorità cittadine. Si temevano conversazioni immorali intorno al banco gelati. Vennero emanate severe leggi contro la vendita del fresco prodotto intorno alle scuole, affinché i pargoli tedeschi non cadessero in tentazione. Ma la bontà italiana fu tale da sedurre tanto i marmocchi quanto gli adulti. Le ordinanze vennero abrogate da pubblici ufficiali conquistati dal gusto fragola. Dagli anni ’50 in poi, con l’arrivo in massa dei nostri emigrati, le gelaterie fanno ormai parte del paesaggio urbano tedesco. Tanto da essersi guadagnate un posto nella Casa della Storia di Bonn (http://www.hdg.de), dove il negozio della famiglia Giacomel, tappa fissa dal ‘55 all’‘89 per tutti i palati di Amburgo, è stato ricostruito in dettaglio e poi esposto.
La prima pizzeria ad approdare in Germania viene aperta a Würzburg nel 1952 da Nicola di Camillo. Disdegnata dagli abitanti del posto, all’inizio è frequentata solo dai militari tedeschi. Poi Nicola fa un viaggio a Capri e ritorna con l’idea di piazzare all’interno dell’esercizio una riproduzione in gesso della Grotta Azzurra. Non contento della trovata ordina al falegname di fabbricargli pure una gondola. In un battibaleno la sua pizzeria diviene così tappa fissa per tutti gli innamoratini del paese.
Gusti e sapori nostrani come l’aglio, le melanzane o l’olio d’oliva, un tempo malvisti o giudicati con diffidenza, sono ormai ancorati nella cucina tedesca, tanto che per rifocillare la sua Nazionale Jürgen Klinsmann ha pensato bene di ingaggiare il cuoco Salvatore Pugliese, senza temere chissà quali malumori patriottici. Magari glielo hanno consigliato i Rolling Stones, Tina Turner o i Simple Minds, anche loro ospiti in passato da Salvatore.
In ogni città tedesca ristorantini italiani espongono vetrine di formaggi e salumi tricolori che a Milano i forzati del panino al bar nemmeno s’immaginano. Nei locali di tendenza a Berlino chi non beve “latte macchiato” è ormai guardato con sospetto. E se un monacense vi spiega quant’è bello il Lago di Garda ordinando un cappuccino come aperitivo, abbiate pazienza. In fondo l’altro ieri Edmund Stoiber ha invocato aperture serali più lunghe per i ristoranti di Monaco ricordando come la capitale bavarese sia, dopotutto, «la città italiana più a Nord». Titolo invocato peraltro anche da Ratisbona, Augusta, Bonn e Colonia.
E se il “Klinsi” nazionale in queste settimane ha esaltato tutti i tedeschi, nessuno in Germania dimentica Giovanni Trapattoni e la sua leggendaria conferenza stampa dopo una fiacca partita del Bayern München. Il Mister la tenne in un tedesco incomprensibile anche ai madrelingua, ma in grado di far capire chiaramente a tutti cosa pensasse del suo giocatore Thomas Strunz.
La cucina mediterranea, Trapattoni e la Vespa, ma anche gli Spaghetti-Western di Sergio Leone, le armonie di Paolo Conte e i capi d’abbigliamento. Di questo e molto altro la Repubblica Federale ci dovrebbe essere molto riconoscente, come racconta nel suo ultimo libro Carola Rönneburg (Grazie Mille! Wie die Italiener unser Leben verschönert haben [come gli italiani hanno reso piacevole la nostra vita], Herder Spektrum, Friburgo, pagg. 160, € 6).
Perché se quest’estate il mondo ha scoperto una nuova Germania, ospitale, festosa e solare, il merito è un poco anche della grande “squadra azzurra” che si è ritrovata in casa.

Il Sole 24 Ore - 16 Luglio 2006


Orsi tedeschi in cerca del gol

I mondiali lo confermano, i tedeschi hanno le palle da campioni. Quelle migliori e più rotonde. Ecco perché sui campi di Germania 2006 rotolano solo palloni da calcio firmati Adidas, frutto di una ricerca durata più di tre anni, spasmodicamente volta a perfezionare l’incubo di ogni portiere. 
E se la coppa non l’hanno ancora conquistata, l’appellativo di Campioni del Mondo di Design non glielo toglie nessuno. Anche perché se lo sono attribuiti loro stessi, intitolando così una mostra dedicata al disegno industriale di marca tedesca (Weltmeister Design Deutschland, Monaco, Haus der Gegenwart,, www.weltmeister-design.de,  fino al 15 Settembre).
La tecnologia dell’ultimo tondo gioiello prodotto da Adidas, l’azienda di abbigliamento sportivo  amata dal giamaicano Bob Marley, calciatore dilettante e idolo del Reggae, rivaleggia con il gusto retrò delle scarpe Puma, altro esempio di successo internazionale marcato Germania. Entrambe le società hanno sede nello sconosciuto paesino bavarese di Herzogenaurach, patria di Adi Dassler e suo fratello Rudolf, uscito dopo una lite dall’azienda di famiglia per fondare la Puma nel ’48 e dare così del filo da torcere al poco amato congiunto.
Fuori dalla Casa del Presente, l’originale museo-appartamento-laboratorio sede della rassegna, strategicamente collocato vicino al centro stampa dei mondiali, è parcheggiata una scintillante motocicletta F800S arancio. È uno dei più desiderati pezzi d’esposizione, simbolo delle due ruote sexy targate BMW, il colosso automobilistico inventore nel 1923 del primo motore boxer.
Meno aggressivo è più rassicurante è invece Teddy 55 PB, padre di tutti gli orsetti di peluche e chiamato così in onore di Theodor Roosevelt. Lo lanciò sul mercato nel 1903 la volitiva Margarete Steiff, assurta a capo di un impero economico dedicato al giocattolo sebbene da bimba avesse preso la poliomielite. Per i golosi sono esposti invece gli orsetti Haribo da masticare. Insomma, alla Germania i plantigradi portano fortuna. Peccato invece che non sia vero il contrario, visto che i Teddy veri quando osano far capolino da quelle parti, vengono sbrigativamente accolti a schioppettate.
Tra gli oggetti del desiderio prodotti in Germania non può naturalmente mancare una Porsche 911. Ma forse caritatevolmente consci del fatto che una sinuosa Carrera non avrebbe allietato la giornata a tutti quei visitatori giunti al museo in tram, la Porsche in rassegna altro non è che un tostapane. Modello TT 911 P2, appunto, ideato dall’azienda di Stoccarda per conto della connazionale Siemens e recentemente applaudito all’International Forum Design (cosa loro anche questa, visto che il premio viene conferito ad Hannover).
Tra le forme tedesche più note si possono ammirare l’inconfondibile vasetto blu della crema Nivea, il vocabolario giallo Langenscheidt e l’evidenziatore Stabilo Boss. Leggenda vuole che il pennarello più amato dagli studenti sia nato per caso alla fine di un’inconcludente giornata. Dopo aver lavorato tutto il giorno senza costrutto, un designer stizzito si volle sbarazzare del modellino cilindrico in plastilina a cui lavorava schiacciandolo con il palmo della mano e creando così la forma da tempo cercata.
«Sobrietà e funzionalità» sono gli ingredienti alla base di ogni prodotto tedesco di successo nel mondo, come afferma Florian Hufnagl, direttore della monacense Pinakothek der Moderne. Aggiungendo che è inutile voler conciliare ad ogni costo tradizioni tanto diverse come «la sensualità italiana e l’oggettività tedesca».
Salvo scoprirle poi gustosamente conciliate nell’ovetto Kinder Ferrero, dove la sorpresina progettata in Germania viene dolcemente celata da una bontà tutta italiana.

Il Sole 24 Ore - 2 Luglio 2006


Lo sguattero venuto da Berlino

“Il mondo ospite a casa di amici” scandisce il pacioso slogan dei mondiali di calcio, scelto per sottolineare l’ospitalità tedesca, cercando di fugare antiche paure. Eppure, anche senza dover oltrepassare le Alpi, ogni giorno a casa nostra fa capolino un po’ di Germania. Molte sono infatti  i germanismi accolti dalla lingua di Dante. E se di kitsch o kaputt è facile intuire l’origine tedesca, numerosi altri vocaboli si trovano talmente bene nel Belpaese da rendersi praticamente irriconoscibili.
Pochi ad esempio si aspetterebbero di trovare celata all’interno delle vasistas addirittura un’intera domanda tedesca: was ist das? (“che cos’è questo?”). Ovvero quello che si devono essere chiesti i primi stupiti acquirenti delle geniali finestre in grado di venire aperte rimanendo chiuse.
Talvolta certe espressioni tedesche, come del resto accade anche per molte altre parole di origine straniera, naturalizzandosi italiane modificano il loro significato originario. In Germania, ad esempio, nessuno si sognerebbe di festeggiare la recente cattura di numerosi capicosca parlando di un audace blitz della polizia. Da quelle parti, infatti, per acciuffare i criminali le forze dell’ordine preferiscono compiere una Razzia, termine che può indurre un orecchio italiano a sospettare i poliziotti tedeschi di metodi troppo spicci, quasi da vandali.
Passando da una lingua all’altra non di rado molti termini acquistano nuovi significati, del tutto sconosciuti in patria. Non c’è da stupirsi allora che nel trasformarsi creino un po’ di baraonda o, come si dice in Germania con un buffo termine di vago sapore italico, accada un bel Remmidemmi.
Per scovare la più interessante espressione teutonica tra le molte parole emigrate, il “Consiglio Tedesco per la Lingua” (www.deutschersprachrat.de) ha lanciato  in questi giorni un concorso aperto a tutti. Anche a Bossi, il noto politico dal fine talento neologista che prima di venire a più miti consigli con Sua Emittenza soleva sbeffeggiarlo con lo scoppiettante appellativo di Berluskaiser. Questi a sua volta, forse invidioso dell’inventiva padana o magari ispirato dalle Sturmtruppen di Bonvi, un giorno  attaccò come un panzer un suo allibito avversario tedesco dandogli del kapò in eurovisione. E se avesse potuto, siamo sicuri, per la rabbia lo avrebbe pure spedito in una stamberga a fare lo sguattero. Non pare che il malcapitato abbia gradito lo scherzo, ritendendo piuttosto un tale comportamento degno di psicoanalisi.
Sebbene la mentalità italiana sia spesso improntata a faziose divisioni tra guelfi e ghibellini, non si creda tuttavia che l’amore per i germanismi trovi adepti solamente a destra. Come si spiegherebbe altrimenti il fatto che Nanni Moretti abbia deciso di intitolare la propria casa di produzioni cinematografiche con il dolce nome di Sacher? E vogliamo forse illuderci che l’Antonio Di Pietro del «che c’azzecca?» non  conosca la germanica origine del ruspante tormentone molisano, assurto a Leitmotiv delle sue celebri arringhe ai tempi di Tangentopoli (aihmè, una parola, questa, di pura origine italiana)? Solo chi avesse trincato troppa birra o brindato tutto il giorno a Riesling, magari facendo indigestione di strudel o Delikatessen potrebbe comettere un simile errore.
Sia come sia, c’è da stare sicuri. Sinistra o destra, molti connazionali tenteranno la sorte e parteciperanno al concorso: dopotutto c’è il Risiko di vincere un viaggio culturale a Berlino per due persone. Perché dai bimbi del Kindergarten ai filosofi esistenzialisti, dalle baite valtellinesi all’hinterland napoletano da secoli tutta l’Italia è un accogliente albergo per idee e concetti “made in Germany”.

Il Sole 24 Ore - 25 Giugno 2006


Hitler non aveva l’asiatica

Torna l’Historikerstreit? In occasione dei vent’anni dallo scoppio dell’infuocato dibattito che divise aspramente gli intellettuali tedeschi, la Frankfurter Allgemeine Zeitung pubblica una lettera inedita dello storico Golo Mann (1909 – 1994), figlio di Thomas, indirizzata nel 1986 a Joachim Fest, biografo di Hitler e al tempo caporedattore del giornale di Francoforte. Fu sulle pagine della prestigiosa F.A.Z. che il 6 giugno di quello stesso anno lo storico Ernst Nolte gettò un sasso destinato a trasformarsi in valanga. Nel suo articolo intitolato «Il passato che non vuole passare», in origine concepito per una conferenza a cui poi non intervenne, Nolte accusava quei suoi colleghi convinti dell’unicità dell’Olocausto di chiudere gli occhi su altri genocidi, come le stragi in Vietnam o in Afghanistan. Rivolti solo alla Germania di Hitler, incuranti della complessità di ogni analisi storica, secondo Nolte essi avevano preso in ostaggio la storia tedesca rendendo così il nazismo una «spada che incombe sul presente». In particolare per Nolte la dittatura nazista costituiva sostanzialmente una reazione difensiva al terrore “asiatico” del regime comunista sovietico. D’altro canto, si chiedeva retoricamente nel suo articolo, «L’arcipelago Gulag non era più originario di Auschwitz?».
Il pandemonio non tardò a scatenarsi. Dalle pagine della Zeit Jürgen Habermas colpì duro. Dopo aver strapazzato un lavoro dello storico Andreas Hillgruber, discepolo di Nolte, paragonando l’autore a «un paziente che sottopone la propria coscienza storica a un’operazione revisionista», Habermas attaccò l’«avventuroso argomento» del suo maestro, accusandolo di voler minimizzare come semplice «innovazione tecnica» il mostruoso apparato nazista di annientamento della popolazione ebraica. E non si disse neppure troppo sicuro dell’opportunità di quella commissione statale voluta dall’allora cancelliere Helmut Kohl e incaricata di realizzare la grande mostra sulla storia della Germania che, dopo una ventennale pianificazione, proprio la settimana scorsa ha aperto i battenti a Berlino tra il generale apprezzamento della stampa tedesca, sempre molto attenta e vigile verso ogni manifestazione di patriottismo germanico (http://www.dh-museum.com).
Dopo l’intervento di Habermas la polemica si allargò a numerosi altri intellettuali, tra cui lo storico Wolfgang Mommsen e il giornalista Rudolf Augstein, fondatore dello Spiegel. Lunghi articoli sulle riviste, risposte e controrisposte costituirono le munizioni concettuali di quella che sarebbe poi diventata famosa come la “controversia degli storici”.
Tra le molte voci intervenute non si ascoltò però quella di Golo Mann, un intellettuale solito a prendere pubblica posizione nei dibattici storiografici. Ora sappiamo che preferì dire la sua solamente in forma privata, anche perché «troppo carico di lavoro e paralizzato da preoccupazioni famigliari». La lettera pubblicata va così a ingrossare la già folta schiera dei critici di Nolte, sebbene questi non venga mai nominato di persona da Golo.
Dopo aver esordito sottolineando una verità che «non ci si dovrebbe vergognare di dire», ovvero che «fin troppi ebrei sarebbero voluti diventare nazisti, se solo questo fosse stato loro consentito», Mann fa notare che già durante la stesura del Mein Kampf Adolf Hitler era bramoso di conquistare “spazio vitale” a scapito dell’Unione Sovietica, uno Stato a suo parere indebolito dalle infiltrazioni ebraiche. Secondo Mann i propositi belligeranti del capo del nazismo dimostrano chiaramente l’infondatezza della tesi circa una presunta paura “asiatica” del Führer. Sebbene questi possa venire paragonato a Stalin, acconsente Mann, egli tuttavia rimane un personaggio assolutamente unico. Mentre Stalin prese infatti le mosse da una precedente e «autentica rivoluzione proletaria», come i moti del 1905 a San Pietroburgo, «Hitler stesso era la rivoluzione. Senza di lui il nazismo non ci sarebbe stato, o sarebbe stato qualcosa di completamente diverso». Come unico ed eccezionale fu il terribile evento dell’Olocausto «di cui lui solo era stato il padre spirituale». D’altra parte, anche a voler insistere con la paura asiatica, «per l’amor del cielo, cosa ha a che fare questo con l’annientamento degli ebrei europei? Non erano per nulla asiatici!».
«Mi dispiace molto che alla F.A.Z. non sia venuto in mente nient’altro che pubblicare una lettera scritta allora da un uomo come Golo Mann, verso cui solitamente ho molta stima» ci ha dichiarato Ernst Nolte, che nell’ultimo lavoro uscito in Italia due anni fa presso Sansoni, La guerra civile europea 1917-1945, considera l’Europa della prima metà del Novecento un unico vasto campo di battaglia tra nazionalismo e comunismo. Circa la lettera di Golo Mann, puntualizza Nolte, «la realtà è che a quarant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, oltre alla necessaria e onnipresente critica verso Hitler, in questo scritto egli si rifiuta di accogliere la sfida a formulare nuovi tentativi di pensiero». Eppure, fa infine notare il professore «la lettera contiene alcuni punti innovativi». Proprio stando a quanto scrive Golo Mann, infatti, «chiaramente la rivoluzione di Hitler era da considerarsi “inautentica” o al massimo una “rivoluzione controrivoluzionaria”».
Insomma, criticando Nolte Golo Mann gli avrebbe dato anche un po’ di ragione.

Il Sole 24 Ore - 11 Giugno 2006


Arrovellamenti teutonici

«Cosa significa essere tedesco?». Da venerdì scorso il Museo Nazionale Germanico di Norimberga dedica al problema una mostra («Che cos’è tedesco?», fino al 3 ottobre, per informazioni: www.was-ist-deutsch.info). Autori, pensatori, paesaggi ma anche oggetti, tic e stranezze. Insomma, tutto quello che sa di Germania, sconfinando anche nel pop e senza naturalmente dimenticare la nostalgia per l’Italia. Da Goethe alle bagnanti di Rimini, tappa obbligata per ogni tedesco che si rispetti.
Perché in verità l’anima teutonica si arrovella da sempre sulla propria identità, sebbene talvolta appaia a chi non la conosce come un po’ troppo sicura di sé, quando invece al suo interno è scossa da un’insicurezza profonda. Tutti i grandi figli della Germania, così come le menti più ignobili da essa prodotte, hanno sempre avvertito il bisogno di dedicarsi all’interrogativo. Al contrario dei molti che in ogni tedesco scorgevano un barbaro belligerante, Thomas Mann coglieva nella virtù borghese della medietà «l’idea tedesca per eccellenza». Nietzsche, uno di quegli spiriti liberi che come Rilke avevano passato la maggior parte del proprio tempo a girovagare lontano dalla patria, era assai più pungente: «cosa penso dei tedeschi: vivono nel passato o nel futuro, non hanno un oggi». Forse aveva in mente quell’Hegel per cui la Germania e la sua lingua rappresentavano la nuova casa della cultura greca. Ma Daniel Paul Schreber, presidente impeccabile della Corte d’Appello di Dresda poi divenuto completamente pazzo, si spinse oltre. Nell’affascinante Memorie di un malato di nervi si dichiara certo di aver ascoltato la lingua di Dio: «un tedesco un po' arcaico ma pur sempre vigoroso». Non si può allora non dar ragione a Theodor Adorno, quando in un saggio  incentrato proprio sulla capitale domanda dichiarava: «se si deve supporre qualcosa come specificatamente tedesco, allora esso è questo fondersi del grandioso, che non si rassegna ad alcuno dei limiti convenzionalmente posti, con il mostruoso». Ecco allora perché il grande storico Tacito, secoli e secoli prima commentava  lapidario e con romano disprezzo: «Germani fingunt et credunt», ovvero i tedeschi prima si inventano le cose e poi finiscono per crederci veramente. In realtà tuttavia l’odiosa sicurezza della propria superiorità fisica e morale, con cui i nazisti si illusero di dare una risposta all’impegnativa domanda sulla loro natura, lungi dal placare i dubbi della coscienza tedesca, ha finito per renderla ancora più inquieta. Nei mesi passati per dare slancio a un Paese pessimista e brontolone una strabordante campagna mediatica ha riempito le pagine dei giornali e gli schermi televisivi gridando entusiasta ad ogni abitante della Repubblica Federale, qualsiasi fosse il colore della sua pelle: «tu sei la Germania!». Perché se allo straniero il Paese è apparso spesso come una terra misteriosa in cui risuona una lingua ostile, in verità la ricchezza di usi e costumi, la pluralità di opinioni e la varietà dei dialetti  ogni volta soprendono il visitatore che ha deciso di spingersi all’interno dei suoi confini. Di questo la Repubblica Federale è consapevole. Ed è intenzionata, come una ragazzina stanca di essere presa soltanto per la secchiona d’Europa, a cogliere nell’appassionante rendez-vous planetario dei prossimi Mondiali di Calcio l’occasione per mettere una buona volta in mostra anche la propria bellezza, nella segreta speranza di poter finalmente sedurre e farsi amare, anziché solo e sempre di venire stimata.

Il Sole 24 Ore - 4 Giugno 2006


Peppone in versione elettronica

Tutto sommato Lara Croft è una ragazzina viziata e con la mania di esplorare tombe. Perché se anche Tomb Raider – il popolarissimo videogioco che l’ha resa famosa – non avesse venduto manco una copia, la “squinzia” digitale avrebbe sempre potuto continuare a trastullarsi fra gli agi dello splendido maniero paterno. Vuoi mettere con Super Mario, l’idraulico tricolore prestato ai videogiochi? È dal 1981 che la Nintendo, il colosso nipponico del divertimento informatico, lo spedisce ad affrontare scimmioni, spaccare cubetti volanti e disinfestare tubature da fastidiosi mostriciattoli. Così, dopo venticinque anni di onorata carriera, decine di videogiochi a lui dedicati e milioni di copie vendute, tra i ragazzi Mario è diventato il proletario più famoso del mondo. Oddio, forse a cercarlo qualche venti-trentenne ignaro delle sue gesta lo si troverà anche. Probabilmente in luoghi non ancora raggiunti dall’energia elettrica. Comprensibile è invece che le generazioni più adulte e meno inclini all’informatica ludica tuttora scambino l’impavido omino elettronico per un novello Peppone. Dopotutto, con il lavoro che svolge, la tuta rossa che indossa e i baffoni alla Stalin che gli hanno affibbiato, casomai Berlusconi se lo trovasse di fronte ci metterebbe poco a dare anche a lui del comunista. Ma lungi dall’essere un relitto ideologico, Super Mario è invece una scintillante icona pop dei nostri tempi. Celebrata non solo attraverso le imprese elettroniche e gli innumerevoli gadget a lui dedicati, ma approdata persino a Hollywood con un film girato negli anni Novanta insieme al fratello Luigi, suo compagno di avventure. Della vita e delle mirabolanti gesta del saltellante idraulico fatto di bit è ora possibile conoscere i più reconditi dettagli grazie al nuovo e-book di Paolo Branca, una biografia – non autorizzata – del nostro compatriota elettronico. Super Mario nasce italiano in Giappone dalla fantasia di Shigeru Miyamoto, ingegnere Nitendo e moderno Mastro Geppetto, che nonostante gli scarsi mezzi a disposizione (allora i computer erano ancora oggetti circondati dal mistero), riesce a creare un buffo personaggio, tanto esotico quanto immediatamente riconoscibile al pubblico giapponese. Nasone, baffi e basette stilizzati riescono in pochissimi pixel a delineare efficacemente il protagonista di Donkey Kong, un videogioco in cui Miyamoto dà vita a una fiaba elettronica, frutto di un sapiente mix tra King Kong, Braccio di Ferro e la Bella e la Bestia. Avanzando tra rampe insidiose e scansando botti scagliate da un furente gorilla, il giocatore ha il compito di condurre Mario, assunto in un primo tempo come impavido carpentiere, verso una fanciulla tenuta prigioniera dal mostro peloso. Sembra un’idiozia. Forse lo è. Ma rispetto all’aridità di certi classici del video come il monotono Space Invaders, quello di Miyamoto è un vero e proprio racconto, balzano e ridotto ai minimi termini, ma capace di impreziosire l’azione frenetica del gioco. Chi prende in mano il joystick sembra diventare vittima di un incantesimo e dallo schermo non riesce più a staccarsi. Il fatturato della Nintendo nel settore dei cabinati per sale giochi aumenta di quattordici volte: «Santo subito!» pare abbiano gridato i dirigenti del colosso nipponico alla volta di Mario. Nell’immediato seguito della prima puntata il suo creatore inverte i ruoli e trasforma l’idraulico in cattivo e la scimmia nella vittima da liberare. Perché se Mario di certo non è un lavoratore precario, assunto com’è in pianta stabile da più di un quarto di secolo, nondimeno la sua attività richiedere costante eclettismo e flessibilità.
Nei successivi giochi in cui Super Mario è protagonista – ormai sono più di cento –  l’idraulico italiano dimostra di saper fare proprio di tutto: calciatore, tennista, giardiniere, procione, lottatore, pilota e, prossimamente, cosmonauta.
Di Pauline, la ragazzetta salvata nel primo episodio, si sono invece da tempo perse le tracce. Che abbia fatto la fine di Arianna, piantata in (N)asso da uno scocciato Teseo?

 Super Mario. L’icona Nintendo e i suoi mondi, Apogeo, Milano 2006, pagg. 80, € 7.

Il Sole 24 Ore - 21 Maggio 2006


Mia madre, dal divorzio alla lotta armata

Com’era avere per mamma una scrittrice divenuta terrorista? Ce lo racconta Bettina Röhl, figlia di Klaus Röhl (1928) e Ulrike Meinhof (1934 – 1976), membro fondatore della famigerata Rote Armee Fraktion, in un libro che è anche una documentata biografia intellettuale sulla “peggio gioventù” del dopoguerra tedesco (So macht Kommunismus Spaß! [Così il comunismo diverte!], Europäische Verlagsanstalt, Amburgo 2006, pagg. 677, € 29,80).
Sin dai primi vagiti Bettina e la sorella Regine respirano aria d’impegno politico. Il parto gemellare viene festeggiato da un bel mazzo di rose – rosse, naturalmente – dono del Partito Comunista Tedesco. I due genitori ne sono membri clandestini: per il governo di Bonn l’associazione con sede a Berlino-Est è illegale. Il padre Klaus è il fondatore e l’editore della rivista studentesca KONKRET, sulle cui pagine scrive pure Stefan Aust, oggi a capo del prestigioso settimanale Der Spiegel. Ulrike ha ventisette anni e dirige la rivista del marito. Poco prima del parto le è stato diagnosticato un tumore al cervello, da operare immediatamente, prolungando così di quattro mesi la permanenza in ospedale. La giovane ne esce guarita e agguerrita più che mai, risoluta nel dimostrare a tutti come la malattia non abbia per nulla minato il suo carattere volitivo e radicale.
Sebbene uniti dalla passione politica e dall’attività giornalistica, Klaus e Ulrike si assomigliano ben poco. Lui espansivo, istrione, amante e seduttore. In seguito ripudierà il proprio impegno a sinistra. Lei dura, cerebrale, fiera. Per le sue idee sceglierà la violenza. Lui la stima, ma non la ama. Lei al primo incontro nel ’58 a Francoforte durante i movimenti di protesta antiatomici trova Klaus «ripugnante». Tra un citazione della Bibbia e una di Marx, tuttavia, il fascino e la parlantina di lui vincono le diffidenze della donna. Nel ‘60 in Toscana trascorrono le prime vacanze insieme. L’anno dopo, a Natale, si sposano.
Ulrike è tanto convinta dell’utopia comunista da volerla «realizzare mettendola in pratica con le sue figlie», psicanalizzandole dal primo giorno di nascita e cercando sistematicamente di imporre eguaglianza tra le due gemelline. Una delle quali, Bettina, per una balzana idea del padre – subito cassata da Ulrike – si sarebbe dovuta chiamare Raperonzolo, come la protagonista di una fiaba dei fratelli Grimm.
In famiglia non mancano i soldi. La DDR finanzia  i coniugi consegnando loro ogni mese 40.000 marchi in contanti. È una delle tante manovre di infiltrazione tra gli studenti compiute dalla Germania Est nella Repubblica Federale, documentate dalla Röhl per mezzo di interviste a ex cittadini orientali e funzionari di partito, convinti che «senza il nostro lavoro i movimenti studenteschi del Sessantotto non sarebbero stati possibili». Grazie alla generosità di Berlino-Est i genitori di Bettina possono lavorare agiatamente alla rivista, criticando aspramente l’Ovest con titoli al vetriolo come «Hitler in voi», ma vivendoci senza troppe preoccupazioni economiche. Quando però Klaus Röhl, su invito della Germania orientale, si mette in viaggio al di là del muro per una serie di articoli sulla meraviglia socialista, si disamora alla causa e pubblica un reportage troppo poco propagandistico. La fiducia dei funzionari verso la sua rivista viene meno. E insieme alla fiducia, spariscono i soldi. KONKRET prima cessa le pubblicazioni, poi riprende a fatica, infine acquista schiere sempre maggiori di lettori e una tiratura di oltre centomila copie. Ulrike lavora in casa alla sua rubrica mensile, è sempre indaffarata e pensosa, Bettina e sorella non possono assolutamente disturbarla.
Per le differenze caratteriali, la coppia entra in crisi. Alle bimbe il papà parla sempre di donne e quando le porta a fare la spesa gioca con loro a cercare «una bella commessa». Ulrike le esorta invece a disprezzare ogni canone estetico, perché ciò che conta è solo l’intelligenza. Più che una mamma, «era una psicologa infantile». Durante una visita in Italia da Inge e Giangiacomo Feltrinelli, amici di Castro e «mecenati delle rivolte studentesche», cercano di ricucire il rapporto, mentre un autista li scarrozza in giro per Milano. Invano. L’infedeltà di Klaus è ormai plateale. Per la coppia il Sessantotto significa innanzi tutto il divorzio.
Ulrike Meinhof si trasferisce con le figlie in una comune a Berlino, in cui vive pure Rudi Dutschke, il Mario Capanna tedesco. La donna radicalizza sempre più le proprie idee. È qui che comincia quella sua “seconda vita” che la porterà nel maggio del 1970 ad assaltare il carcere dove è detenuto l’estremista Andreas Baader e darsi con lui alla macchia. Le due bimbe, nascoste in Sicilia agli occhi di Klaus dagli amici della Meinhof, vengono infine ricondotte al padre grazie al rocambolesco intervento di Stefan Aust. Che riesce a scovarle prima della madre e dei suoi compagni armati, in partenza per la Giordania dove una scuola di terrorismo di marca palestinese li trasformerà in spietati guerrieri, pronti a morire per la rivoluzione.

Il Sole 24 Ore - 14 Maggio 2006


Il fascino perverso del bandito

Il crimine affascina. Da Caino a Provenzano, passando per Lupin e Vallanzasca, non v’è famoso malvagio – immaginario o reale – che manchi di esercitare il proprio diabolico charme su tutti noi, cittadini perbene. Forse per questo Schiller ambientò il suo primo celeberrimo dramma proprio tra i banditi. Al debutto de I Masnadieri (1781) il pubblico fu talmente scioccato da trasformare «il teatro in un manicomio» e, come ogni formula di successo, il capolavoro schilleriano produsse una sequela di opere dedicate alle gesta dei briganti. Il Rinaldo Rinaldini (1799) di Christian August Vulpius, ad esempio, popolare romanzo tedesco all’insegna del “sex and crime”, il cui protagonista è un fascinoso bandito italiano. Il dimenticato Vulpius era cognato di Goethe, che a sua volta nel Götz von Berlichingen (1773) narrò con ben più capace maestria la storia di un rude cavaliere dall’eloquio spiccio e le domande provocanti: «siamo briganti noi o lo sono gli avvocati?».
Proprio al crimine e ai banditi il Museo della Comunicazione di Francoforte dedica ora un’insolita e curiosa mostra dal significativo titolo O la borsa o la vita!
Ampio è lo spazio riservato agli aspetti culturali del fenomeno, con un’interessante analisi della delinquenza nella produzione letteraria, spesso incline a descrivere i furfanti in modo bonario se non proprio ammiccante. Dai capolavori schilleriani si passa a Robin Hood per arrivare all’arte pop di fumetti come Lucky Luke e la Banda Bassotti, mentre l’italiano Diabolik è assente ingiustificato. Dipinti e litografie popolari raffiguranti predoni “al lavoro” preparano lo spettatore a un interessante excursus sulle imprese criminali immortalate dal cinema, dove ci sarebbe piaciuto vedere citato anche Romanzo Criminale del nostro Michele Placido, recentemente in concorso alla Berlinale.
La ricca mostra curata da Klaus Beyrer affianca agli aspetti culturali e storici sezioni di impronta sociologica, con grafici e cifre utili per analizzare la malavita dal punto di vista statistico. Non si dimentica poi di soffermarsi sulla minuta pratica ladresca, a cui  fa da pendant la minuziosa attività indagatoria e repressiva della polizia. Pistole e coltelli d’antan, arnesi da scasso e casseforti sfondate si accompagnano così a foto segnaletiche, scomode manette e numerosi gadget investigativi escogitati per facilitare il duro lavoro dei tutori dell’ordine. Al centro delle imprese criminose illustrate vi sono l’assalto alla diligenza per i delitti rétro e la rapina bancaria per i furti moderni. Scopriamo così che nella metà dell’Ottocento le poste danesi ebbero la trovata di costruire una scivolosa carrozza postale a forma di palla da cannone per scoraggiare i bricconi dal lanciarsi in corsa sulla loro preda. Poiché non risulta che le poste di altre nazioni abbiano adottato simili forme per le loro vetture, c’è da dedurne che la trovata ebbe scarso successo come deterrente.
Un capitolo a parte sui furti in banca è dedicato alle donne rapinatrici. Specie rara, visto che il 95% di quelle imprese viene commesso da uomini. Tuttora i criminologi non sanno spiegare con certezza i motivi di un tale squilibrio a (s)favore del gentil sesso. Certo è che se allo sportello si presenta una donna armata, spesso il movente non è solamente l’avidità di danaro, quanto piuttosto una convinzione politica estremista.
In ultimo, a dimostrazione che i criminali ne sanno una più del diavolo, ma i pubblicitari una più dei criminali, la mostra espone una pubblicità automobilistica del 1997, uscita a Zurigo pochi giorni dopo una rapina bancaria. Il cospicuo bottino carpito dai malavitosi sarebbe potuto essere ancora maggiore se, per la fuga, i banditi non avessero usato un’auto troppo piccola. «Cari rapinatori», puntualizzarono quindi gli astuti uomini-marketing a caratteri cubitali sui giornali cittadini, «nella Mazda E200 ci sarebbe stato posto fino a 70 milioni di franchi».  

Geld oder Leben! Vom Postkutschenüberfall zum virtuellen Datenraub [O la borsa o la vita! Dall’assalto della diligenza al furto virtuale delle informazioni], Museo della Comunicazione di Francoforte, a cura di Klaus Beyrer, Fino al 17. Settembre 2006. Catalogo € 34,80

Il Sole 24 Ore - 23 Aprile 2006


Il poeta si mise in moto  Scarica una mia intervista di RTSI Rete 2 sull'articolo "E il poeta si mise in moto"

«Cosa facevano gli uomini prima dello sport?», si chiedeva Siegfried Kracauer nel 1927. Faticavano in altro modo. Perché secondo l’erudito sociologo, nonché amico intimo di Theodor Adorno, l’agonismo di massa è un fenomeno caratteristico della modernità. Opinione condivisa da molti intellettuali del Novecento, per cui il diffondersi delle pratiche sportive è un chiaro segno di mutamento sociale.
In occasione dei prossimi mondiali di calcio la Germania celebra ora l’unione di muscolo e cervello con un libro fotografico (Elisabeth Tworek e Michael Ott, SportsGeist. Dichter in Bewegung, [Spirito sportivo. Poeti in movimento] Arche, Amburgo, pagg. 149, € 17) e una doppia mostra a Monaco e Lubecca.
Il giovane Robert Musil, ad esempio, gareggiava a tennis, tirava di scherma e veleggiava con tale passione «da rischiare parecchie volte l’annegamento». Insomma, ce n’era abbastanza per convincersi che «lo spirito del secolo mi ha colto tempestivamente». Ma sulla funzione edificante delle competizioni sportive nutriva dubbi: «può essere che due boxeur, intenti a ferirsi reciprocamente, avvertano cameratismo l’uno per l’altro, ma sono due, e ventimila li stanno a guardare provando contemporaneamente ben altro». Proprio la box affascinava invece Bertold Brecht, convinto che «il grande sport inizia quando da tempo ha smesso di essere salutare». Nei movimentati incontri di pugilato della Berlino anni Venti, frequentati con entusiasmo da nobili, notabili e popolani, il drammaturgo vedeva un modello per la propria rivoluzionaria concezione di teatro antiborghese. Sempre a Berlino, sempre in quegli anni anche Vladimir Nabokov si entusiasmava per la boxe. A calcio giocava nella squadra degli immigrati russi come «un portiere eccentrico ma in qualche modo grandioso» . Perché era convinto che in un gioco di squadra il ruolo in porta fosse l’unico adatto a un tipo stravagante come lui, appassionato pure di scacchi e grande cacciatore di farfalle. In gioventù aveva anche dato lezioni di tennis riuscendo così a raggranellare con lo sport qualche spicciolo per tirare avanti. Forse per questo la sua conturbante Lolita è maestra nel compiere impareggiabili servizi con la racchetta, ammirati dal professor Humbert come fossero piccole opere d’arte. Felix Krull, Hanno Buddenbrook e molti altri protagonisti degli scritti di Thomas Mann nutrono diffidenza verso gli esercizi ginnici. D’altra parte lo stesso Thomas non amava granché le flessioni: «la lezione di ginnastica è la cosa più ripugnante che ho mai provato». Per Mann l’ambito sportivo apparteneva a quella sfera di vita borghese da cui l’artista si sentiva escluso. Quando nella Montagna Incantata Hans Castor si mette in testa di comprare un paio di eleganti sci, lo fa in compagnia del loquace Settembrini che «di sport non capiva un’acca». Infilatisi poi un giorno gli attrezzi ai piedi, Hans parte alla volta di una scampagnata che gli procurerà un bello spavento.
Molto più spericolata del padre, Erika Mann bruciava di passione per l’automobile. «Se vuoi indagare qualcuno non andarci a teatro, né portalo a cena o a ballare. Fa un viaggio sportivo, vai con gli sci o al meglio portalo in auto». Erika sapeva quel che diceva. Rara donna pilota, nel 1931 aveva addirittura  partecipato a un rally automobilistico lungo 10.000 chilometri. E l’aveva persino vinto. Il fratello Klaus invece assomigliava più al padre e anzi amava snobisticamente distanziarsi dagli “sportboys” e da tutta la gente normale. Eppure anche lui era molto meno pantofolaio di quanto amasse far credere. Al mare - annota sul diario – spesso sguazza con grande soddisfazione tra le onde. Le stesse immersioni marine a cui il nostro Claudio Magris per nulla al mondo rinuncia quando si trova nella sua Trieste.
La passione per l’alpinismo univa invece Dino Buzzati ed Hermann Hesse. Anche se il primo non è mai stato colto a conquistare le vette privo non solo di attrezzi, ma anche di indumenti, come è invece capitato all’autore del Giuoco delle Perle di Vetro.
Per il giovane Albert Camus il calcio significava non solo passione ma anche possibilità di riscatto sociale. In campo non vi erano differenze di ceto, religione o provenienza. Lì non contava la sua provenienza dai bassifondi di Algeri. Ma per l’eccessiva attività fisica, a suo dire, un giorno Camus si ammalò di tubercolosi polmonare. E pure Jacques Derrida, altro filosofo di origini algerine, in gioventù si era dato con passione al gioco del calcio. Sport amato moltissimo da Pier Paolo Pasolini, tanto da parlarne di frequente nei propri romanzi, saggi e interviste. Attento osservatore dei cambiamenti sociali, Pasolini vedeva in quel gioco di estrema popolarità «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo». E proprio su un campo di calcio egli trovò la morte.

Il Sole 24 Ore - 9 Aprile 2006


Lem: «Odio la fantascienza»

C
erte oniriche canzoni dei Passengers, la band sperimentale targata U2 & Brian Eno che nell’unico disco inciso s’inventò colonne sonore di film inesistenti, sembrano composte per le splendide e rarefatte atmosfere di Solaris. Non parliamo qui del recente flop hollywoodiano, con un George Clooney nudo di tergo, bensì della magistrale riduzione cinematografica di Andrej Tarkovskij tratta dal più noto e conturbante romanzo dello scrittore polacco Stanislaw Lem, morto lunedì scorso all’età di ottantacinque anni. L’idea di citare opere inesistenti, comune ai Passengers come a Lovecraft, Borges o al Thomas Mann della Morte a Venezia, l’aveva d’altronde già sviluppata lo stesso Lem in Vuoto Assoluto (1971). Un romanzo «pieno di sogni irrealizzati», in cui Lem tuttavia non si limita a inventare testi mai esistiti, ma si spinge addirittura a comporre pseudorecensioni per tutti gli inesistenti libri scaturiti dalla propria scintillante fantasia. Giungendo a scrivere un discorso ufficiale per il conferimento di un premio Nobel mai assegnato a un libro mai scritto. E anche se nella realtà il Nobel è rimasto per lui un sogno sfumato, il grande successo delle sue opere ha reso Lem uno dei più famosi autori europei di fantascienza del Novecento. Definizione che gli andava troppo stretta, proprio come accadeva al suo collega statunitense Philip K. Dick. «Non sono né un conoscitore né un amante della cosiddetta “science fiction”. A mio parere il meglio di quello che ho scritto sono alcuni libri che hanno un rapporto curioso con quel genere» ha messo in chiaro lo scrittore nell’intervista con Patrick Grossmann comparsa sull’ultimo numero della rivista tedesca Galore, quasi una sorta di testamento spirituale. Non erano infatti le diavolerie tecnologiche a interessare Lem, del tutto imperturbabile al fascino dei computer, anche se di recente aveva venduto le sue memorie di cittadino del patto di Varsavia a una società giapponese, e non per farne un libro bensì un videogioco. Verso il progresso nutriva ben poca fiducia: «chi sale in cima ha la certezza di una cosa sola – che tutte le strade portano in basso». Men che meno credeva alle pretese egalitarie di Internet o alle comunità di sviluppo “open-source”: «c’è da disperarsi. [...] Come si fanno a filtrare i pensieri più intelligenti e creativi? Non basta un programma, bisogna costituire delle commissioni». Sebbene avesse subito la dittatura Lem non era tenero con la sovranità riconquistata dalla sua Polonia: «siamo sinceri. Vi è un solo motivo per cui la democrazia è di moda – non c’è nulla di meglio. Ma oso mettere in dubbio che ciò porti automaticamente a una riduzione dei conflitti». Lem possedeva l’arte di stupire e avvincere di continuo. I suoi lettori lo sapevano bene. Nel fantapoliziesco L’indagine (1959), ad esempio, le forze dell’ordine si arrabattano con un crimine di cui addirittura non esiste né movente né autore e nemmeno l’esatta scienza matematica riesce a dipanare l’inspiegabile assurdità. Un esperimento letterario ripetuto con il racconto Katar (1976), ambientato tra Roma, Napoli e Parigi. Ma i misteri esplorati dai romanzi di Lem si celano soprattutto nelle profondità della psiche. Umana e non, come nel già citato Solaris (1961), in cui uno scienziato cosmonauta studiando un enigmatico oceano dotato di  intelligenza propria si scopre turbato da allucinazioni che gli fanno rivivere dolorose esperienze del passato, come la morte della moglie, verso cui nutre profondi sensi di colpa.
Lo stesso Lem era un mistero a sé stesso: «non mi conosco. Non conosco la fonte da cui provengono le mie idee». Eppure, nonostante i molti libri fervidi di invenzioni e spunti di riflessione, non voleva essere considerato né un filosofo né tanto meno un visionario: «Certo potrei scegliere di agghindarmi con questa bella parola. Potrei anche mettermi lì ad ammirare ogni giorno le mie cinque lauree honoris causa conferitemi da università tedesche. Ma non si tratta di questo», confessava a Grossmann. Perché nonostante il successo e l’incredibile intelligenza (180 punti di QI), lo sguardo vivo e ironico di Stanislaw Lem non mancava di posarsi innanzi tutto su sé stesso. «Fosse per me» ammetteva sornione «si potrebbe buttare nella spazzatura un buon 30% delle mie prestazioni letterarie. Questo e quello invece si mantengono ancora». E a chi gli raccontava di aver letto tutti i suoi romanzi, rispondeva: «devo ringraziarla o scusarmi?».

Il Sole 24 Ore - 2 Aprile 2006


Un’aranciata per la Wehrmacht

Martedì a Berlino sventolavano croci uncinate. Ma niente paura. Era il set di un film comico su Hitler. Tutto sommato, un buon segno. Dopo decenni trascorsi a riflettere sul proprio passato nazista, ora la Germania sembra averlo sufficientemente metabolizzato. A tal punto da potersi permettere di osservarlo con distaccata ironia. Non per minimizzarne la gravità, bensì per indagarne il lato più quotidiano e grottesco. Come hanno fatto Hans-Jörg e Gisela Wohlfromm, compilando una miscellanea di curiosità sul Terzo Reich lodata persino dallo storico Ian Kershaw (Und morgen gibt es Hitlerwetter [E domani c’è un tempo da Hitler], Eichborn, Francoforte 2006, pagg. 301, € 19,90).
Scopriamo così che nella Germania permeata dal culto del Führer un’offesa al capo supremo, espressa tra le mura domestiche da un coniuge con la luna storta, era motivo sufficiente per ottenere il divorzio. Chi invece si trastullava fischiettando certe filastrocche infantili, magari aggiornate per l’occasione, come quella sui Dieci piccoli indiani che spariscono uno a uno per ritrovarsi tutti a Dachau, rischiava una denuncia per «sospetta preparazione di alto tradimento». Nel Terzo Reich poi era vietatissimo parlare “di corda in casa dell’impiccato”, perché si dovevano evitare il più possibile le espressioni di origine semitica. A sentire di certe misure discriminatorie nell’Austria ai tempi dell’annessione,  quando la “soluzione finale” non era stata ancora messo in atto, invece, si è incerti se ridere o piangere. A tutti i caffè viennesi frequentati da ebrei, ordinavano infatti gli zelanti burocrati del regime, si doveva immediatamente ridurre «il rifornimento di panna montata».
E se noto è l’obbligo imposto ai cittadini di origine giudaica di rendersi riconoscibili tramite una stella gialla a sei punte, pochi sanno che anche per i nazisti più infervorati era disponibile un certificato di provenienza. Si trattava di un’etichetta appiccicata su tutte le merci prodotte dall’associazione degli industriali ariano-tedeschi. Serviva per informare l’accorto consumatore dell’immacolata origine del prodotto acquistato, certificandone la lavorazione per via di «sole mani ariane».
C’era poi chi, non potendo fregiarsi di tali bollini, discretamente mimetizzava le proprie ascendenze straniere. Come avvenne per la filiale tedesca della Coca-Cola, fondata nel 1929 e subito entrata nelle grazie dei camerati. Ad ogni manifestazione di partito ne tracannavano a ettolitri, orgogliosamente convinti di bere tedesco. Prendendosi così una bella cantonata. Un po’ come tutti quelli per cui stappare una lattina di Fanta significa assaporare l’“american dream”. Perché la famosa bevanda al gusto di aranciata venne inventata negli anni ’40 proprio in Germania, quando le scorte necessarie a produrre Coca Cola andavano esaurendosi.
Ma la Fanta non è l’unica popolare eredità della dittatura hitleriana, sopravvissuta indenne fino ai nostri giorni. Molti spettatori delle olimpiadi invernali a Torino, per esempio, osservando la corsa dei tedofori avranno pensato di partecipare alla celebrazione di un’antica usanza greca. E invece assistevano a un cerimoniale architettato dai nazisti in occasione delle Olimpiadi del 1936 di Berlino, quando la fiamma si accese per la prima volta nella capitale del Reich. Lo svolgimento delle competizioni non andò a genio a Hitler, che dovette assistere alla clamorosa vittoria di alcuni atleti americani di pelle scura. Chissà invece come avrà preso la cosa Alexander Olympio, cittadino del Reich e fervente patriota. Con un piccolo “difetto”. Anche lui era scuro come il carbone, perché originario del Togo, un tempo colonia tedesca. Olympio costituiva uno spinoso problema per le autorità naziste. Nulla da eccepire sulla sua «simpatia per la Germania e la disponibilità ad aiutarci», ma forse, argomentava l’”ufficio per le politiche razziali”, era meglio sfruttare il suo entusiasmo spedendolo a Parigi, anziché farlo rimanere in Germania, dove avrebbe potuto suscitare perplessità «tra la popolazione, che non è ben informata sulla sua situazione». Per tutto ciò che era di origini africane, infatti, il Reich aveva ben poca stima. Tanto da bandire, pena l’arresto, ogni trasmissione radiofonica di musica Jazz. Ma il rapporto dei nazisti con quelle sonorità è più controverso di quanto si creda. Perché nella Germania di allora vi fu addirittura una jazz-band sovvenzionata dal regime. Era una trovata di Joseph Goebbels, che a un certo punto durante la guerra mise in piedi un esamble di musicisti dediti a reinterpretare i grandi successi di quegli anni con testi in chiave propagandistica e strofe del tipo «Bye-Bye Churchill, BBC, BBC BBC/Your tricks won't work with Italy». La misteriosa band si chiamava Charlie & His Orchestra (http://blog.wfmu.org/freeform/2005/03/charlie_and_his.html) e si poteva captare in America sulle onde corte. In Germania della sua esistenza nessuno doveva sapere. Ma più che votare gli americani alla causa del Reich, pare che Charlie sia servito piuttosto ad avvicinare al jazz quei  pochi tedeschi che orecchiarono una loro performance.

Il Sole 24 Ore - 12 Marzo 2006


Scrittori con le spalle al muro

Si sa, nessuno è un grand uomo per il suo cameriere. Così, andando maliziosamente a frugare nelle memorie del personale di servizio dei membri del comitato centrale della DDR, capita di scoprire anche nella vita di quegli “apparatcik” incolori qualche sapido gossip. Per quarant’anni guidarono le sorti magnifiche e progressive della Repubblica Democratica Tedesca. Abitavano tutti a Wandlitz, un’apposita zona residenziale a nord di Berlino, composta da sobrie villette ben isolate, tramite una solida cinta di protezione, dal resto del Paese. Uno Stato a sua volta interamente sigillato e al riparo dal pericolo capitalista grazie al famigerato muro di Berlino. Celati al mondo intero, i membri del politburo non potevano comunque sfuggire agli sguardi dei loro camerieri. Uomini e donne scelti per servire i reggenti, con l’obbligo di mantenere in eterno la consegna del silenzio. Nessuno ad esempio doveva sapere che, nonostante il pubblico biasimo per il capitalismo in generale e la Repubblica di Bonn in particolare, Honecker e compagni preferivano di gran lunga il lusso e le merci occidentali ai prodotti-surrogato fabbricati nel loro Stato di cartone. D’altronde, certe merci sugli scaffali degli austeri negozi della DDR un cittadino qualunque non le avrebbe potute trovare. Come le pile di videocassette a luci rosse, fatte discretamente pervenire dai lascivi negozi della corrotta Berlino Ovest. Tutte per la villetta numero 11 del complesso residenziale governativo di Wandlitz. Proprio quella del presidente della DDR, un assiduo consumatore del genere, tanto da farsi costruire un cinema privato per la bisogna. Cosa ne pensasse Margot Honecker, sua sposa nonché ministro per l’istruzione popolare, rimane un mistero. Meno pruriginosa ma più violenta, invece, l’altra passione coltivata dal (quasi) inamovibile Erick, insieme a molti altri funzionari di regime: la caccia. Non per niente i cuochi alle loro dipendenze dovevano brillare tutti nell’arte di cucinare la selvaggina. Per poter correre dietro ai suoi cervi almeno un intero pomeriggio alla settimana, ogni martedì utile Honecker faceva concludere tassativamente la riunione del politburo entro le ore 14. Ma se prendere a fucilate gli animali era un distensivo passatempo, dare implacabilmente la caccia ai dissidenti del regime rappresentava un dovere di Stato. Perché se in privato Honecker si abbandonava a qualche vizietto da capitalista decadente, in pubblico era inflessibile contro chi si permetteva di criticare la luminosa ideologia di marca sovietica. In questo aiutato dal suo vicino di casa Erich Mielke, il temuto capo della Stasi, l’occhiuta polizia politica della Germania Est, dai cui tentacoli nessun cittadino della DDR poteva sentirsi al riparo. Men che meno lo erano i giovani votati alla scrittura e al libero pensiero. Per la Stasi vi erano infatti tre categorie di scrittori. Anzi due. Gli “autori leali”, da aiutare e promuovere. Poeti come Benito Wogatzki, lodatore ufficiale del Ministero per la Sicurezza dello Stato: «È bello sapere/che voi siete là ogni secondo/compagni cekisti». E poi gli “autori negativi”, tra questi addirittura gli “elementi pericolosi per lo Stato”, a cui doveva venir ermeticamente chiusa la bocca. Alla Literaturhaus di Berlino la mostra Controculture Letterarie (Literarische Gegenwelten. Fasanenstraße 23. Berlin-Charlottenburg. Fino al 15 Marzo) rende ora omaggio agli scrittori perseguitati dall’apparato repressivo gestito dagli inquilini di Wandlitz. In uno slalom tra ciclostilati sovversivi e verbali della Stasi è così possibile ripercorrere le accidentate biografie degli spiriti liberi che dovettero scontrarsi con la Repubblica Democratica Tedesca. Ben pochi di loro, infatti, riuscirono a produrre pressoché indisturbati come accadde a Christa Wolf, tanto da indurre i maligni a sospettarla di connivenze segrete con il regime. Lo scrittore Günter Ullmann, ad esempio, per aver beffardamente preso in giro l’utopia comunista pregando il comitato centrale di non «stringerci l’orizzonte al collo», si fece parecchi nuovi “amici” all’interno della sicurezza di Stato. A lui come a Christian Hekel, attivo nella Lipsia underground degli anni Ottanta, il Ministero impedì l’accesso allo studio accademico. La poetessa Jutta Petzold negli anni Sessanta sperava invece di fuggire oltreconfine grazie all’aiuto della poetessa Ingebor Bachmann e dello storico Sebastian Haffner. Il piano fallì e la ragazza venne acciuffata e gettata in un istituto psichiatrico. Più fortuna ebbe Anne Gollin che neppure trentenne, ma già tre volte incarcerata nelle prigioni di Stato, nei primi anni Ottanta riuscì a passare a Berlino Ovest, dove tuttora abita. La ragazza di coraggio ne aveva. Tanto da rivolgersi nelle proprie poesie direttamente ai suoi persecutori. Fino a canzonarli beffardamente: «spaccatemi anche i denti rimasti/dai colpite/Io posso parlare anche senza denti».

Il Sole 24 Ore - 26 Febbraio 2006


Le spose che turbano i tedeschi

Il 7 Febbraio del 2005 la giovane Hatun Sürücü viene freddata a Berlino con tre colpi di pistola alla testa. A premere il grilletto sono i fratelli, per vendicare l’onta gettata dalla sorella sulla propria famiglia di “Gastarbeiter”. Anziché accettare il matrimonio organizzatole dai genitori in Turchia, dove l’avevano riportata quindicenne per darla in sposa a uno sconosciuto, la ragazza aveva infatti trovato il coraggio di sottrarsi all’imposizione ritornando in quella che lei sentiva come la sua vera patria, Berlino. La città che proprio alla Berlinale dell’anno prima aveva premiato con l’orso d’oro La sposa turca di Fatih Akin, una storia d’amore cruda e difficile a cavallo tra Germania e Turchia.
Lo shock per l’assassinio di Hatun ha scosso profondamente l’opinione pubblica tedesca, mostrando l’esistenza di isole franche, dove famiglie di religione islamica allevano le proprie figlie, all’interno di uno Stato liberale nel cuore dell’Europa, nella totale sottomissione al retrivo costume patriarcale.
L’interesse dei lettori ha contribuito a favorire una ricca pubblicistica di giovani scrittrici musulmane, desiderose di raccontare le loro storie di oppressione e violenze domestiche, culminanti con il matrimonio forzato. Tra i vari titoli, tutti d’effetto (Io accuso, Nessuno mi ha chiesto, Soffocata dalle vostre bugie, Fondamentalismo contro le donne) uno dei volumi di maggiore successo è stato La sposa straniera firmato dalla sociologa di origini turche Necla Kelek. Per una triste coincidenza, pubblicato proprio alcuni giorni prima del delitto (Die fremde Braut, Kiepenheuer & Witsch, Colonia 2005, pagg. 269, € 18,90).
La Kelek, in un misto di autobiografia, pamphlet d’accusa e indagine giornalistica, descrive i propri sforzi per sottrarsi alla tirannia del padre e dei fratelli all’interno delle mura domestiche. Chiedendo poi aiuto per le molte sorelle musulmane costrette a condurre un’esistenza da segregate in casa. «I tedeschi non mi interessano. Non sono venuta in Germania, ma in una famiglia», affermano orgogliose e inconsapevoli alcune spose intervistate in moschea dalla Kelek, il più delle volte trasferitesi nella Repubblica Federale dopo un matrimonio forzato e senza la benché minima conoscenza della lingua tedesca o dei costumi occidentali.
Tra le varie usanze della società islamica contemporanea contro cui Necla Kelek si scaglia, non manca quella del velo, a suo dire pericoloso simbolo della misoginia islamico-fondamentalista e ghettizzante. Ma la studiosa esprime giudizi molto duri anche verso l’intellighenzia tedesca di sinistra. A causa di un generico e confuso amore per la diversità, così come per il timore di venir tacciati di xenofobia, molti benpensanti chiudono gli occhi di fronte alla condizione di minorità della donna nelle famiglie degli immigrati.
La sposa straniera
, sulla cui copertina una mano di donna timidamente traspare da un burka nero, è stato accolto dalla stampa tedesca con molte lodi, ma anche severe critiche. Tra le prime, quelle dell’ex ministro degli interni Otto Schily, che del libro ha scritto addirittura per lo Spiegel una recensione d’elogio. Tra le seconde, chi come la F.A.Z. l’ha voluta accostare alla nostra Oriana Fallaci.
Dopo che il volume ha vinto il “Premio Fratelli Scholl” della città di Monaco, usato dalla Kelek come ribalta per dichiarare il proprio amore per la Repubblica Federale e incolpare di nuovo i turchi della fallita integrazione con la società tedesca («vivono in Germania secondo le regole del loro villaggio anatolico»), le critiche contro la donna si sono inasprite. Culminando infine la settimana scorsa nella  pubblicazione, sulla prestigiosa rivista Die Zeit, di un appello contro la Kelek e le sue colleghe firmato da quasi sessanta studiosi e sociologi dell’immigrazione. Tra le varie accuse, quella di ricorrere a «metodi poco seri» nella propria indagine sulla realtà femminile islamica, di usare toni allarmistici e di non saper distinguere tra “matrimonio forzato” e “matrimonio combinato”. Ostacolando così il dialogo tra Islam e Occidente e trasformando un problema politico in una questione morale.
La risposta della scrittrice, che nei mesi passati ha contribuito alla stesura di un controverso test per la naturalizzazione degli immigrati nel Land del Baden-Württenberg, non si è fatta attendere. Con una raffica di articoli su più quotidiani nazionali le accuse di superficialità sono state rispedite al mittente. Da troppo tempo, così la Kelek, si hanno occhi soltanto per i presunti successi dell’integrazione. Ma a scontare le conseguenze di questo colpevole autoinganno, poi, non sono gli accademici in cattedra, bensì le tante e indifese donne musulmane. Hatun Sürücü era una di loro.  

Il Sole 24 Ore - 12 Febbraio 2006


Una famiglia provata dall’inconscio

«Non renderò le cose facili ai biografi» soleva affermare lapidario Sigmund Freud. E come se non bastasse le lettere speditegli dalla moglie sono “blindate” fino al 2113. E tuttavia in occasione dell’anniversario di nascita è in uscita in Germania una nuova biografia sull’inventore della psicanalisi e la sua famiglia. (Eva Weissweiler, «Die Freuds» [I Freud], Kiepenhauer & Witsch, Colonia 2006, pagg. 320, € 22,90).
Freud nasce il 6 Maggio 1856 da genitori ebrei a Freiberg in Moravia, dove trascorre i primi tre anni di vita, fino a quando mamma e papà non si trasferiscono precipitosamente a Vienna. Motivo dell’improvviso trasloco sono i guai finanziari del padre Jacob, verso cui Sigmund avrà parole di disprezzo, fino a definirlo un «perverso». Salvo nutrire poi alla morte del genitore un forte sentimento di colpa per i trancianti giudizi.
Al liceo il giovane  si appassiona alla tragica vicenda di Edipo: «anche in me ho trovato amore verso la madre e gelosia nei confronti del padre». A ventisei anni è dottore in medicina e s’innamora di Martha Bernays, che sposerà dopo un lungo fidanzamento privo delle tenerezze più elementari. Per Freud, infatti, il bacio è «un atto perverso, poiché consiste nel congiungimento di due zone erogene orali al posto dei due genitali», come spiega nell’Introduzione alla Psicoanalisi (1915-17). Con l’avvicinarsi del matrimonio diventa sempre più “nevrastenico”. Nel 1884 scopre un medicamento che lo rimette a nuovo: la cocaina. Ne è talmente entusiasta da scriverne un saggio e consigliarlo ad amici e parenti. Per le donne pare ottimo contro i dolori mestruali. Un anno dopo diventa docente all’Università e vince una borsa di studio come assistente a Parigi presso il neurologo Jean-Martin Charcot, luminare francese nonché direttore di un rinomato manicomio femminile. Tornato a Vienna sposa Martha e si trasferisce con lei in un appartamento signorile, da poco sorto sulle ceneri di un teatro incendiatosi nel corso di una rappresentazione operistica. La sorella Anna è disgustata. Come può il fratello dormire tranquillo su un luogo talmente sinistro?
E invece la vita quotidiana di Sigmund procede senza scossoni. Martha è continuamente incinta. Alla fine avrà dato alla luce sei figli. La donna si dimostra fredda verso le teorie del marito, da cui si sente talvolta usata come cavia. Più interessata ai suoi studi è la cognata Minna, legata a Sigmund da un rapporto più che affettuoso. In quegli anni il professore entra in contatto con C.G. Jung, giovane studioso a lui legato da un sentimento di stima talmente profondo da lasciar intravedere un «sottofondo inconfondibilmente erotico». Lo stesso Jung diverrà in seguito un severo critico del maestro, accusandolo di ridurre ogni fenomeno della psiche umana alla sfera sessuale.
A fine secolo esce L’interpretazione dei Sogni, in cui Freud assegna alle visioni oniriche un’importanza fondamentale per accedere all’inconscio della psiche. È il testo base di una nuova scienza: la psicanalisi.
In famiglia Freud è un padre spesso freddo, distante e risoluto «come un soldato italiano», ricorderà il figlio Martin. Se nei suoi studi critica la retorica oppressiva e bigotta dell’educazione femminile borghese, a casa non manca di esercitare uno stretto controllo sulle figlie. Più in là negli anni, invece, quando l’omosessualità di Anna, la figlia minore (amica di Lou Andreas-Salomé), sfocia nella cotta per Loe Kann, morfinomane intemperante, Freud reagisce adombrandosi. Non tanto per la sua inclinazione saffica – dopotutto in Tre saggi sulla teoria Sessuale (1905) egli stesso attribuisce una latente bisessualità ad ogni individuo – quanto per la paura di vedersi la ragazza concupita dall’ex marito della Loe, un collega di Sigmund.
La cadenzata vita di Freud subisce un’improvvisa scossa nel 1914. Con l’irrompere della Grande Guerra i pazienti scarseggiano. Altri sono i problemi che gravano gli animi. Tuttavia la dura concretezza delle armi sembra elettrizzare lo studioso, che si getta a capofitto nella produzione saggistica. Nel 1915 pubblica le Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, tanto pacifistiche da meravigliarsi che la censura ne abbia permesso l’uscita. Nel ’19 è la volta de Il perturbante, celeberrimo trattato in cui il professore stende sul lettino la prosa di E.T.A. Hoffmann.
Il 1923 è il suo “annus horribilis”. Prima gli viene diagnosticato un cancro in bocca, contro cui dovrà lottare per anni, sottoponendosi a più di trenta operazioni. Poi la tubercolosi falcia il giovane Heinerle, figlio di Sophie, a cui il nonno era affezionatissimo. Per il dolore atroce Freud cade in depressione: «lavoro spinto da necessità. In sostanza tutto mi è indifferente». Provato nel fisico e nell’animo, riesce tuttavia a non soccombere allo sconforto.
Per il suo ottantesimo compleanno riceve auguri da tutto il mondo. Ad omaggiarlo non mancano le teste coronate, come la principessa Marie Bonaparte, sua fedele paziente.
Ma con l’annessione dell’Austria al Terzo Reich il professore è infine costretto ad abbandonare Vienna e rifugiarsi a Londra. Dove muore l’anno dopo, ponendo volontariamente fine con la morfina alle proprie sofferenze.

Il Sole 24 Ore - 29 Gennaio 2006


Max e l’etica dell’incestuosità

La personalità di Max Weber (1864 - 1920) non è meno complessa della sua magistrale opera teorica. Ma, a differenza di quest’ultima, finora non è mai stata oggetto di una vera e attenta analisi. Certo abbiamo la corposa biografia della moglie Marianne, una fonte importante che tuttavia glissa su diversi aspetti della vita privata e della personalità del marito, edulcorandone altri a maggiore gloria di entrambi.
A colmare la lacuna ci pensa ora lo storico tedesco Joachim Radkau, smaliziato outsider della comunità weberiana eppure autore di un lavoro tanto imponente quanto godibile («Max Weber. Die Leidenschaft des Denkes» [La passione del pensare], Carl Hanser Verlag, Monaco 2005, pagg. 1007, € 45).
Alla base del lavoro di Radkau vi è la convinzione che l’esperienza famigliare del «grande tedesco», come lo definì Karl Jaspers, suo fervente ammiratore, si sviluppi come un filo rosso per tutta la sua vastissima produzione scientifica, a cominciare dalla tesi di dottorato sulle società in nome collettivo italiane. Per il giovane Weber il capitalismo si fonda innanzi tutto sulla capacità di affrontare il rischio. E ciò è possibile grazie a quell’affidabilità creditizia scaturita da un solido rapporto di fiducia tra i membri della «comune economia famigliare». Weber mostra come l’essenziale solidarietà reciproca tra gli attori economici si rafforzi non solamente durante il concreto svolgimento degli affari, ma anche nei momenti di comune svago, quando ad esempio ci si ritrova assieme per godere dei piaceri della tavola.
Ma la comunanza tra gli uomini – che sia di parentela o di spirito – non ricopre solamente un ruolo importante per i suoi studi teorici. Anzi, è proprio nell’ambito dei rapporti domestici che il pensoso professore trova il riparo, la quiete e l’ispirazione necessarie per affrontare il gravoso impegno dell’analisi sociale: «solamente in grembo alla famiglia matura l’uomo», dichiara egli convinto. Osservando la zia materna Ida Baumgarten Weber fa esperienza diretta, rabbrividendo un poco, di quella rigorosa e implacabile “etica della coscienza” che analizzerà in futuro affiancandola e contrapponendola alla più concreta “etica della responsabilità”. È poi sempre all’ambito dei rapporti di parentela che egli limita il proprio orizzonte erotico: prende prima una cotta per la cugina Emmy Baumgarten, poi sposa la nipote di secondo grado Marianne, s’invaghisce più volte di Else Jaffé, amica intima della moglie nonché amante del fratello minore Alfred e infine s’infervora per la pianista Mina Tobler, usa a frequentare casa Weber. Insomma, la tesi freudiana sull’origine incestuosa della libido sembra scritta apposta per lui.
Non si pensi tuttavia che la famiglia di Max Weber formi un idillio quieto e sereno. La mamma Helene, ad esempio, si intrufola volentieri nelle faccende private del figlio già grandicello. Max la ripaga anni dopo con parole sprezzanti, spalleggiato da Marianne, protagonista di primo piano del movimento femminista tedesco, che accusa la suocera di avergli inibito sessualmente il marito. Critica peraltro ingenerosa, poiché Helene Weber, seppur madre dominante e donna a suo modo profondamente religiosa, all’occorrenza sa anche trasformarsi in una maliziosa consigliera. Come avviene nel 1903 quando suggerisce agli attoniti sposi di cercare sollievo dagli acciacchi invernali riscaldandosi al sole di Biskra, quello stesso torbido lembo di terra africana descritto l’anno prima dallo scandaloso André Gide nel suo L’immoralista.
Al fratello Alfred Max Weber è legato da un rapporto intenso ma contrastato, carico di una tensione e rivalità intellettuali simili al legame tra Heinrich e Thomas Mann. Il loro carteggio giovanile, fitto di temi religiosi, politici e storici, rappresenta in nuce ciò di cui Max s’interesserà negli anni a venire.
Sebbene Max Weber appaia a molti come una personalità severa, taciturna e sprofondata nei suoi pensieri, egli è ben consapevole dell’importanza dell’elemento conviviale nella formazione sociale di un individuo. Forse per questo, al tempo degli studi universitari e dei primi successi professionali, i suoi momenti più lieti e divertenti sono quelli trascorsi insieme ai ruvidi e genuini compagni di bevute. Come testimonia il nipote Eduard Baumgarten, ricordando quanto lo zio sia «con tutta l’anima un compagno: [...] nel bere, nel cantare, nel fare lo spaccone e raccontare fanfaronate».
Ma Weber è ben lungi dall’essere estraneo all’esperienza del dolore. Se in tenera età è colpito dalla meningite, da adulto soffre di seri «problemi di nervi», quali depressione e nevrastenia. Tanto che nel 1898 proprio a causa dei frequenti tormenti d’animo egli subisce un vero e proprio tracollo psicofisico. Da cui si riprenderà con successo solamente numerosi anni dopo, quando lascerà l’insegnamento universitario e si interesserà con sempre maggior passione alla politica, fino a prestare il proprio significativo contributo alla stesura della Costituzione della Repubblica di Weimar. Secondo il biografo causa di tutte le sofferenze di Max Weber, come le frequenti e tormentose polluzioni notturne, è un irrisolto rapporto di origine masochista con la sessualità, tale da impedirgli per anni di appagare la moglie.
Che minuziosamente annota e riferisce alla suocera tutto quanto (non) accade sotto il tetto coniugale.

Il Sole 24 Ore - 22 Gennaio 2006


Dürrenmatt e Frisch, sfida al caffè

Li prendeva tutti per la gola. Artisti, scrittori, attori, poeti. Se passavano in città prima o poi andavano a trovarla. Per incontrarsi, discutere, flirtare e cercare ispirazione. E, naturalmente, per darsi ai piaceri della tavola. Perché Hulda Zumsteg (1890 – 1990) oltre a saper ascoltare, era soprattutto un’ottima cuoca. Qualità essenziale per gestire la Kronenhalle (www.kronenhalle.com), il leggendario ristorante e caffè letterario di Zurigo, a suo tempo già frequentato da pittori come Arnold Böcklin e scrittori quali Gottfried Keller, ma da lei reso ancora più celebre.
Hulda veniva dalla gavetta. Prima di acquistare il locale col marito nel ‘25, di stanze ne aveva rassettate parecchie. Servendo persino in una bettola in cui l’oste attirava i clienti esponendo ragazzi con sei dita e donne barbute.
Con la conduzione di Hulda la brasserie zurighese attira sempre più buongustai, nonché uomini di cultura. Alcuni, peraltro, talmente spiantati da non potersi permettere di acquistare neanche una ciambella. Come accade a James Joyce, libero di indulgere alla sua passione per i rognoni flambées solamente grazie alla generosità della Zumsteg. E proprio al tavolo preferito da Joyce, in seguito, amerà sedersi il suo grande ammiratore Thornton Wilder. I sapori e l’ambiente della sua cucina conciliano i talenti più disparati. Robert Musil, Bertold Brecht, Thomas Mann e Igor Strawinsky all’unisono concordano sulla bontà dei piatti serviti e sull’affabilità della padrona di casa. Che ogni giorno rinnova con cura quasi religiosa l’addobbo floreale di tutte le stanze del locale. Ai tavoli della Kronenhalle Günther Grass discute con Hans Magnus Enzensberger e Ignazio Silone affascina i commensali con le sue perspicaci analisi politiche e culturali. Una capatina la fa anche Madre Teresa, lasciando nel libro degli ospiti un santino devozionale intitolato Love to Pray. Si stringono amicizie nuove e se ne rompono di antiche. L’iniziale simpatia, poi trasformatasi in rivalità, tra Max Frisch e Friedrich Dürrenmatt si sviluppa interamente sotto l’occhio sornione della padrona di casa.
Nel 1957, in seguito alla morte del marito, il figlio Gustav affianca Hulda nella conduzione del locale. È già un uomo di mondo, apprezzato a Parigi come stilista e amante dell’arte. «Ha accompagnato la mia carriera dall’inizio alla fine» racconta di lui Yves Saint Laurent nell’elegante volume fotografico, da poco uscito in Germania, dedicato all’istituzione culinaria zurighese.
Gustav prima arricchisce il solido menu svizzero-tedesco del ristorante con ricette italiane e francesi, per venire incontro al crescente pubblico di avventori internazionali, tra cui si annoverano Fellini, la Loren e Coco Chanel. Poi trasforma il locale in museo privato e arreda sale e corridoi con raffinati dipinti e sculture, esponendo sovente nuovi pezzi o divertendosi a cambiare posto a quelli vecchi. Picasso, Van Gogh, Kandinsky e Monet occhieggiano discreti e silenti dalle pareti rivestite di boiserie in legno scuro, accompagnando il pasto e le conversazioni degli ospiti, mentre Alberto Giacometti, Joan Mirò e Marc Chagall non di rado animano di persona le serate del locale. L’unica volta in cui dalla Kronenhalle sparisce un’opera – siamo nel ’73 e non si trova più un Mirò – l’apprensione è grande in città. Dopo una settimana, tuttavia, il dipinto perduto fa capolino dietro a una poltrona: era semplicemente cascato dal muro. 

Karin Giger, Michael Wissing, Nico Cadsky, «Kronenhalle Zürich», Tre Torri, Wiesbaden 2005, pagg. 223, € 56.

Il Sole 24 Ore - 8 Gennaio 2006
 


Intervista a Claudio Magris. Con Alberto Cavallari alla scoperta del Danubio Scarica l'articolo con foto e impaginazione in formato PDF Qui sotto puoi vedere un video dell'intervista a Claudio Magris mentre parla dei confini

Più volte nei testi di Claudio Magris ricorre il nome del giornalista Alberto Cavallari (1927 – 1998), uno dei fondatori della rivista Epoca nel 1950, inviato speciale per il Corriere della Sera dal 1954 al 1969, poi direttore del Gazzettino di Venezia e corrispondente da Parigi per La Stampa. Chiamato nel 1981 a risollevare le sorti e la reputazione di un Corriere della Sera coinvolto nello scandalo P2, Cavallari ne assunse il comando fino al 1984, quando ritornò nell’amata Parigi e divenne collaboratore di Repubblica. In una pagina autobiografica, Alberto Cavallari si dice orgoglioso di un solo elogio critico, quello riservatogli da Claudio Magris in Danubio.
Nella sua città abbiamo intervistato lo scrittore triestino chiedendogli un ricordo dell’amico, maestro di vita e scrittura.

Professor Magris, nelle sue opere è ricorrente il tema del confine e del viaggio. Perché?

Per tante ragioni. Anzitutto perché sono nato a Trieste, città di confini. Ma soprattutto per un’esperienza compiuta nell’immediato dopoguerra. Ero ragazzino e il “confine” per me era vicinissimo, più vicino di quanto non lo sia un quartiere di Milano a un altro. E non era un confine qualsiasi, bensì la “cortina di ferro”, che spaccava il mondo in due. Dietro a questo confine cominciava un mondo inquietante, minaccioso, oscuro, un mondo dove Stalin simboleggiava l’ignoto per eccellenza. Però dietro a quello stesso confine si celava un mondo noto e familiare. Erano le terre che avevo conosciuto da bambino quando appartenevano all’Italia, prima di venire occupate e annesse alla Jugoslavia. Il confine è qualcosa che sta contemporaneamente da una parte e dall’altra, è l’identità di noto e ignoto. L’esperienza del confine è fondamentale per la letteratura. Sentire il confine significa avvertire di non trovarsi mai soltanto da una parte. Un sentimento poi riconfermato molti anni dopo dalla lettura di Verde Acqua di Marisa Madieri, dove l’autrice, senza alcuna preoccupazione di essere “politically correct”, narrando della sua esperienza di italiana perseguitata dagli slavi nel momento della vendetta scopre di avere radici in parte anche slave. Sono affascinato dai confini di ogni genere, quelli invisibili che percorrono una città, i confini linguistici, nazionali, religiosi, psicologici, i confini all’interno della stessa personalità. Scrivere è poi anche un continuo viaggiare, spostare i confini, addentrarsi in altri territori.

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Un suo grande compagno di viaggio è stato il giornalista Alberto Cavallari. Questi l’ha aiutata, sono sue parole, «ad attraversare la vita». Quando e come lo conobbe?

Alberto lo leggevo prima di conoscerlo. Ricordo in particolare Vicino & Lontano, la sua ottima rubrica poi raccolta in volume. Ricordo la straordinaria intervista a Paolo VI, quella in cui vi è l’immagine fulminea del Papa che si guarda le mani sgomento della propria fragilità. Lo conobbi perché fu Cavallari a telefonarmi, credo nel ’76, perché gli era molto piaciuto un mio pezzo pubblicato sul Corriere dal titolo La vita assente. Ci incontrammo brevemente a Trieste e poi ci rivedemmo a Parigi. Più tardi ci sono stati gli anni straordinari della sua direzione al quotidiano di Via Solferino in cui gli sono stato molto vicino. Insieme abbiamo compiuto tanti viaggi, con i suoi figli, con Marisa. Di Cavallari mi aveva colpito la notevolissima cultura e la capacità da segugio di saper fiutare letteralmente la notizia, oltre all’ inflessibile rigore morale. Alberto aveva la eccezionale capacità di passare da una mutria terribile a un’incredibile capacità inventiva e giocosa. Eravamo personalità molto diverse, ma immediatamente c’è stato un “feeling”: certe amicizie sono come gli amori a prima vista. Gli sono grato per molte cose.

Quali?

Mi ha aiutato – per esempio – a vincere una certa timidezza nello scrivere testi diversi dai miei usuali saggi o articoli professionali. Ma soprattutto gli sono grato per avermi insegnato a osservare e descrivere il mondo. Cavallari un giorno mi disse: «adesso vai a Vienna. Giri per la città, per le strade e scrivi quello che hai visto. Non voglio niente di specifico». Quello, seguito dai molti viaggi danubiani compiuti in sua compagnia, è stato uno dei due momenti di nascita del mio Danubio.

E l’altro momento?

Quando al confine tra Austria e Slovacchia, un settembre, Marisa mi disse, vedendo scintillare il Danubio: «cosa succederebbe se andassimo avanti fino alla fine?». Dopo poco vedemmo una freccia indicare uno sconosciuto Museo del Danubio. Ci sentimmo improvvisamente parte del museo stesso. E parte del Danubio. Ma in quel momento non c’ era Alberto con noi.

 Nell’introduzione al Robinson Crusoe di Daniel Defoe da lui tradotta Cavallari parla del «doppiogioco che il giornalismo può contenere». Cavallari era giornalista. Era anche doppiogiochista?

No, e questa è stata la sua grandezza morale e forse, sul piano pratico, un suo limite. In quella splendida prefazione al Robinson Crusoe egli mette in luce il carattere oggettivamente compromissorio in cui ogni azione – e ogni informazione - vengono a trovarsi nel momento in cui vengono compiute e comunicate. E parlare di questo è stato un gran merito intellettuale per una personalità non dialettica come la sua, poco incline al gioco delle parti e incline invece al giudizio morale netto, a suo modo assoluto, incline anche alla  reazione istintiva. Cavallari era consapevole del carattere compromissorio dell’agire umano, ma questo non lo portava a deflettere dalla sua integerrima linea morale. Quando un partito di sinistra gli propose di candidarsi al Senato come indipendente rifiutò l’offerta perché non riteneva conciliabile il suo essere giornalista con l’ entrata in politica.

Aveva in mente la distinzione bobbiana tra politica e cultura, in cui se l’uomo di pensiero si mette a fare il politico giocoforza cessa di svolgere il ruolo di coscienza critica della sfera politica?

Esatto. Ma credo che abbia declinato l’offerta anche perché non era proprio tagliato per fare il politico.

Anche Montanelli, un altro grande giornalista, rifiutò il laticlavio offertogli da Cossiga, allora presidente della Repubblica. Ma nonostante la comune lontananza dalle sirene politiche, tra Montanelli e Cavallari (curiosamente scomparsi entrambi il 21 luglio) correva un abisso di antipatia. Come mai?

Mah, non lo so con esattezza. Di “fatti” non ce ne erano stati, o almeno io non li conosco, salvo la legittima concorrenza quando Cavallari era direttore del Corriere e Montanelli a capo de Il Giornale. Certamente il primo Montanelli vedeva in Cavallari il filo-comunista e penso che questi a sua volta vedesse in Montanelli il giornalista eccessivamente brillante e spiritoso. Penso tra i due ci fosse veramente un’antipatia di pelle. Dopotutto entrambe le personalità erano fatte per attirare simpatia e divisioni. Cavallari poteva risultare ostico, sebbene ci fossero persone che lo adoravano. Nelle sue ire era precipitoso, ma imparziale. Sarebbe stato capace di tirare un bicchiere d’acqua anche contro il Presidente della Repubblica, se questi lo avesse fatto arrabbiare. È comprensibile che una tale intransigenza, talvolta eccessiva e aggressivamente polemica, suscitasse antipatie. Comunque tra i due non è mai venuta meno la comune stima professionale e morale. Erano uomini di grande cultura, entrambi venivano da quella generazione di cronisti, ormai quasi estinta, che si era fatta le ossa andando in giro in bicicletta a carpire notizie persino alle vecchiette ricoverate negli ospedali. Uno dei più bei gesti di Montanelli fu proprio ciò che disse in difesa di Cavallari, quando quest’ ultimo fu assurdamente calunniato di essere una spia (!): «ci detestavamo e ci salutavamo a stento. Ma se dovessi toccare con mano gli atti che lo accusano, dubiterei della mia mano».

 Qual è stato, a suo avviso, il tratto più caratteristico del giornalismo di Cavallari?

La sua straordinaria capacità di saper cogliere il problema generale nell’elemento effimero e particolare, riflettendo per esempio di economia sulla base di una visita al mercato cittadino. Alberto piombava dall’alto e nello stesso tempo sapeva vedere le cose dal basso. Dietro ai suoi artigli da giornalista vi era comunque una preparazione culturale di altissimo livello. Cavallari era di una cultura straordinaria, i suoi appunti personali sarebbero da pubblicare.

Com'era il Corriere della Sera di Cavallari?

Alberto aveva un grande pregio che era anche un grande difetto. Voleva fare tutto lui, sapeva poco delegare. Era di una straordinaria moralità, dirittura e coraggio. Durante la tempestosa direzione al Corriere egli ha avuto l’ingenuità di credere che finita la battaglia tutti gli sarebbero stati grati per aver salvato la barca. Questo non avvenne e lui ne soffrì. Come giornalista era straordinario. Come direttore credo abbia avuto la fortuna di andare al comando durante un periodo di emergenza, in un momento in cui occorreva vivere con coraggio, bizzarria ed esagerazione. Un po’, fatte le debite proporzioni, come accadde a Churchill. Alberto Cavallari non aveva quelle doti curiali forse necessarie per sapersi talvolta fare guidare dal vento, anziché remarvi furiosamente contro. Ma per questo seppe resistere durante gli anni da trincea della direzione, sopportando i continui attacchi a cui era sottoposto: un vero bombardamento.

Quali le accuse?

Di tutto. Di essere alla mercé dei comunisti, di non essere fedele alla linea del Corriere. Di prendere troppi soldi, come se l’amministrazione del giornale non avesse stabilito lo stipendio previo contratto. Al contrario, Cavallari fu così ingenuo che proprio a causa di un “gerundio contrattuale”, una volta dimesso dalla direzione e «restando» al Corriere come giornalista non gli venne garantito lo stipendio precedente, come invece è uso corrente tra gli ex direttori di Via Solferino che rimangono al giornale. Poi ci fu il famoso processo intentatogli dal Partito Socialista per un articolo sulla corruzione in cui Alberto si dichiarava contro i ladri e a favore dei carabinieri, chiedendosi polemicamente come mai i socialisti lo criticavano: forse che sull’ordine pubblico erano di altro avviso? Cavallari perse in primo grado contro il Partito Socialista ma vinse contro l’onorevole Andò che lo aveva personalmente attaccato in un articolo.

Quando il rapporto professionale tra lei e Cavallari diventò amicizia profonda?

Era già amicizia quando egli assunse la direzione del Corriere. Ci sentivamo e vedevamo molto spesso, in quei frangenti spesso durissimi, con totale fiducia. Diventò amicizia profondissima immediatamente dopo e venne siglata da una comune visita al poeta Biagio Marin e da un bellissimo viaggio a Vienna. L’ amicizia è cresciuta nel tempo, è uno dei legami essenziali della mia vita. L’ amicizia con lui, con sua moglie Marisa, con Paolo e Andrea, i loro figli, amici dei miei.

Nel suo recente L’infinito Viaggiare, proprio rammentando quel viaggio in Austria, lei parla della capacità di Cavallari di «arpionare le cose», ovvero di cogliere la magia nella realtà più banale.

L’ espressione è di Bernardo Valli. Con Cavallari viaggiare era un gusto. Come accennavo prima, io ho veramente imparato a vedere e a descrivere le cose grazie ad Alberto, oltre che a un mio altro compagno di viaggi, Paolo Bozzi. Mi hanno insegnato a correggere l’impostazione deduttiva che avevo. Il Mito Absburgico è chiaramente deduttivo: parte da un’idea e si tuffa nella realtà, sfrondando con l’accetta, per usare un’iperbole, quello che non si conforma alla propria teoria. Da Bozzi ho imparato l’induttività, la capacità di comprendere la realtà partendo dalle qualità secondarie e terziarie dei fenomeni. Cavallari mi ha insegnato a vedere il particolare, interpretare i volti delle persone, seguire le piste. Come un occhio che ingrandisce la realtà per estrarne un dettaglio rivelatore del tutto.

Un esperto cronista dal volto «rapace e magnanimo». Questo il Cavallari da lei descritto in Danubio. Rapace perché arpionava le cose. E magnanimo perché?

Alberto era certamente aggressivo e litigioso. Pronto a combattere ma assolutamente generoso. Mai settario nei giudizi politici, ad esempio. Magnanimo nel modo in cui parlava anche di chi gli era avversario. Capace di capire la vita. Un’anima grande in cui c’è posto per tante cose, anche per quelle difformi. Era drastico, qualche volta troppo drastico nell’esigere autenticità dagli altri. Le sue ire erano funeste. Terribile nelle giornate di humour nero. Apocalittico, ma mai piccino. Duro, ma assolutamente franco e pronto a perdonare. Aveva tanti difettacci, ma nessun difettino. Aveva coraggio, decisione, e una straordinaria lealtà e soprattutto fedeltà. Specie nell’ amicizia.

Cavallari però sapeva anche essere di una «cattiveria satanica», come mi ha confidato suo figlio Paolo. Raccontandomi che un’estate in cui fu rimandato a settembre egli ottenne comunque il permesso di uscire la sera con gli amici, sempre che riuscisse a presentarsi vispo ogni mattina dal prete per la quotidiana ora di ripetizione, fissata alle 7 per volere del padre.

Sì, Alberto era duro e attento alla disciplina, innanzi tutto in famiglia. Ma in questa sua cattiveria mefistofelica c’è anche l’aspetto del “giocatore” che sta spietatamente alle regole del gioco anche duro. Negli ultimi tempi questo suo carattere “militare” si era smussato, diventando più “ebraico-cristiano”; lasciava trasparire con meno pudore la sua grande bontà e capacità di affetto. Eppure, anche fino alla fine, non era capace di frapporre un velo di retorica tra noi e il mondo, benché ciò talvolta sia necessario per vivere. Come Churchill che sotto i bombardamenti di Londra si mostra preoccupato sì, ma delle bertucce di Gibilterra che hanno l’influenza.

Paolo mi ha raccontato anche di splendide serate goliardiche quando suo padre e lei, dimessi i panni degli intellettuali seriosi vi abbandonavate a frizzi e lazzi come amiconi in gita scolastica

Sì, ci raccontavamo tantissime storie esilaranti. Lui quelle dei suoi compagni di liceo o degli scherzi tirati ai colleghi durante i servizi, anche di guerra, in giro per il mondo. Io di quando al ginnasio inventai con i miei amici un’associazione pseudo-radical-comunista, solo perché il preside temeva che ce ne fosse una. Una cosa che letta oggi è una banale parodia del Sessantotto, ma allora era il 1956. L’ indimenticabile viaggio a Vienna - alcuni fra i più bei giorni della mia vita – è stato forse il clou  di questi momenti di risate, di festa, di scherzi, di tempo goduto fraternamente a fondo con scioperata noncuranza.
Ricordo un giorno in cui Marisa e io siamo andati a Milano per un controllo piuttosto serio in ospedale. Telefonammo a Cavallai, direttore del Corriere, per salutarlo e lui ci invitò a pranzo, anticipando la riunione mattutina al giornale. Quando alla fine del pranzo vide Marisa un po’ rabbuiata per l’ attesa del verdetto imminente e capì il motivo della visita a Milano, volle assolutamente che andassimo tutti insieme all’ospedale. Ci recammo in macchina al centro tumori, prendemmo d’infilata una via dove non si poteva passare, entrando in velocità nel cortile dell’ospedale. Contrariamente alle sue disposizioni, la scorta armata  – che in quegli anni violenti aveva l’ obbligo di seguirlo – ci aveva seguiti anche lì. Lui subito saltò fuori dalla macchina aprendo galantemente la porta a Marisa, sconcertando gli uomini armati che avevano anch’ essi aperto le loro porte e lasciando stupiti tutti i malati, i medici e gli infermieri presenti.Così, anche  una un po’ angosciante visita medica si trasformò in un’ occasione di divertimento.

Di Cavallari erano celebri tanto la conversazione colta e piacevole…

Era un grande narratore. Era una delizia sentire i racconti sulle sue frequentazioni politiche e giornalistiche parigine. Si parlava della politica francese e di De Gaulle, di scrittura e di libri, di episodi drammatici o buffi, ma tutto questo era condito dal grande amore per il dettaglio, così da menzionare anche le birrerie, i bistrot parigini e le loro cameriere. Voli pindarici, invenzioni linguistiche e grande capacità di sintesi. Conversazioni irresistibili e grande interesse per tutto. Anche per questo è stato un notevolissimo scrittore, malinconico e sanguigno, incisivo, attento al reale e fantasioso.

…quanto le ire improvvise e temibili. In casa Cavallari nella foga dell’argomentazione talvolta volavano anche le sedie. Lei da una conversazione con Alberto uscì sempre e solo arricchito di sapere, o anche di bernoccoli?

No di bernoccoli mai. Con me aveva forse anche un certo riguardo. Ogni tanto, soprattutto negli ultimi tempi, se si toccava il tasto del Corriere, allora troncava direttamente la conversazione. Durante gli scoppi d’ira, era davvero capace di tirare un caffè contro il muro per la rabbia. S’intende, non durante una conversazione su Benedetto Croce e l’estetica. Ma se al Corriere un grafico ad esempio non componeva la pagina secondo le sue direttive, erano guai seri. Ad ogni modo, poi l’ira passava velocemente.

È un caso che l’unico romanzo di Cavallari racconti di un viaggio, anzi di una fuga, ovvero La Fuga di Tolstoj, in cui il grande e anziano scrittore fugge di casa per andare a morire?

Certamente no. Scrisse il racconto in un momento in cui si accentuava in lui un desiderio di fuga generale dal mondo. Come se l’unico rimedio all’inautenticità dei rapporti umani fosse l’andarsene. Da un lato trattava l’argomento in maniera vitale e picaresca, quasi morire fosse un semplice alzarsi dall’osteria e uscire dalla porta. Ma poi avvertiva nella sua pienezza il senso della morte: senza paura ma fortemente. La fuga di Tolstoj gli interessava molto perché in questo ultimo atto del grande scrittore Cavallari aveva saputo cogliere una piena autenticità. La morte di Tolstoj gli pareva una morte per eccellenza: catastrofica ma non ingannevole, schietta e senza darsela a intendere. Una morte senza rete. E credo corrispondesse a quel senso forte della morte che egli aveva, e che devo dire anch’io ogni tanto provo. La morte vista come autenticità, in quel momento forse desiderata anche verso se stesso.

È cambiato il suo modo di viaggiare senza Alberto Cavallari? È cambiato il suo modo di vivere?

Quegli occhi cui non sfuggiva nulla, nel viso grifagno, mi mancano. Nella vita mi manca uno di quei fondamentali amici che nei film western sbucano da un saloon quando sei alle prese con un bandito e ti danno una mano. Senza Alberto Cavallari mi sento certamente più scoperto. Mi tocca far da me.

Si ringrazia il prof. Paolo Cavallari per la disponibiltà prestata nella preparazione dell’intervista.

Il Notiziario della Banca Popolare di Sondrio N. 102 - Dicembre 2006


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