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Il Sole 24 Ore
Come si testa il campione
Stelle e decadenze di provincia
E il video fece «Pong!»
Il paese dei nanetti
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Barzellette con la svastica
Il foglietto di Jürgen
Ed Hermann curò il suo analista
Una madeleine danese e latina
Joachim Fest. Studioso capace di
dire «Io no»
Karl Jaspers e le belle di Milano
Pagatemi! Firmato Roth
Viaggiatori nella boccia di vetro
I tedeschi
ringraziano per la pizza e il Trap
Orsi tedeschi in cerca del gol
Lo sguattero venuto da Berlino
Hitler non aveva l’asiatica
Arrovellamenti teutonici
Peppone in versione elettronica
Mia madre, dal divorzio
alla lotta armata
Il fascino perverso del bandito
Il poeta si mise in moto
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Lem: «Odio la fantascienza»
Un’aranciata per la Wehrmacht
Scrittori con le spalle al muro
Le spose che turbano i tedeschi
Una famiglia provata
dall’inconscio
Max e l’etica
dell’incestuosità
Dürrenmatt e Frisch, sfida al
caffè
Il Notiziario della Banca Popolare di Sondrio
Intervista a Claudio Magris. Con Alberto Cavallari alla scoperta del Danubio
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«Il cazzotto sottolinea l’idea». Ma una testata risolve il tutto. Perché la boutade dell’ex ministro Storace impallidisce di fronte al celeberrimo colpo di testa degli scorsi Mondiali. Lo sferrò Zidane e a suo modo fece gol. Contro Materazzi, certo, ma anche e soprattutto contro ogni fair play. Non si discute: nei confronti dell’Achille francese il Marco nazionale si comportò con l’irresponsabile sfacciataggine di un Tersite. Ma nessuno pensava che proprio al termine della sua gloriosa carriera Zidane avrebbe fatto ricorso a simili metodi d’angiporto per controbattere. E invece la sua testata occupò tutta la nostra estate. Ancora oggi si specula sulle parole scambiatesi dai protagonisti prima del fattaccio. E la scaramuccia continua a distanza. Pare che Zizou delle scuse di Marco non sappia che farsene. Fino a Natale tutta la Francia era con lui. C’è pure chi ha dedicato un volume al marsigliese eroe afflitto (Jean-Philippe Toussaint, La Mélancolie de Zidane). Un’interpretazione che non deve aver convinto nemmeno l’autore del testo, visto che il libro termina già a pagina ventiquattro. La rivista France Football, invece, tra i buoni propositi per l’anno a venire – sfidando granduer nazionale e rancori stagnanti – si è assunta il non facile compito di spiegare ai nostri cugini i cinque motivi per cui amare Marco Matrix (così viene soprannominato Materazzi per via di certe spettacolari entrate sugli avversari). Il giocatore italiano ha fatto un mondiale superbo, è capace, schietto, di cuore e, naturalmente, ama la Francia. Basterà l’impegno civico della rivista d’oltralpe a riconciliare i popoli? Sia come sia, grazie tante a France Football. Se il giornale è veramente una “bibbia del calcio”, come si autodefinisce, non ci è dato sapere. Di sicuro con questa trovata ha dimostrato che esistono anche le testate (giornalistiche) caritatevoli.
Il Sole 24 Ore - 31 Dicembre 2006
Stelle e decadenze di provincia
Amo la musica da poligamo. M’innamoro di una canzone a prima vista, le giuro
fedeltà e la mantengo. Ma assieme non siamo due cuori e uno stereo. Antiche
melodie risuonano nell’aria e di nuove se ne aggiungono.
Stilare una classifica dei brani più amati è violenza se non pura follia. Per
farlo devo restringere il campo tolgliendo la musica classica e i classici
moderni. Niente Pink Floyd, U2 e neppure Battiato, Paolo Conte o Mina.
Eleggo “Kingston Town” degli UB40 (Labour of Love II, Virgin) a simbolo
elegante e malinconico delle amatissime sonorità giamaicane a cui dedicai
anche una rivista digitale: www.SkabadiP.com. Devo la scoperta di Linda Scott
a “Mulholland Drive” dell’enigmatico David Lynch, un regista maestro
nell’intrecciare l’inquietudine con l’ingenuità. Di fronte al firmamento
musicale degli anni Sessanta la Scott è una minuscola stellina, capace
tuttavia di donare ancora oggi 2:42 minuti di pura innocenza con “Little Star”
(Complete Hits, Eric). Ascoltando invece “La Décadanse” (Initials
Sg, Mercury) mi immergo nel sensuale mondo francese di Serge Gainsbourg e
ripenso con brivido all’asfissiante e bigotta verecondia della provincia
cattolica italiana in cui ho dovuto trascorrere la giovinezza. L’onirica
“Glittering Prize” (New Gold Dream/EMI) mi riporta invece ai dorati
anni Ottanta dei Simple Minds. Erano i tempi della cuccagna di massa, o
quantomeno così ce li ricordiamo. Il nostro piccolo mondo sembrava una grande
festa con piscina, vista sul mare e bellezze mesciate. Con gli anni Novanta la
musica è cambiata. “Assassini Nati” di Oliver Stone sembrò anticipare il
ferale connubio tra mass media e violenza dell’attuale decennio. Il film si
chiudeva sulle note amare di “The Future” (Natural Born Killers, Interscope).
Leonard Cohen incantava senza promettere nulla di buono: «I’ve seen the
future, brother: it is murder».
Il Sole 24 Ore - 17 Dicembre 2006
Era il tennis ridotto ai
minimi termini. Era Pong, il primo videogioco da sala. Atterrò nei bar
del pianeta nel 1972. E subito cominciò a divorarsi le monetine degli
avventori. Muovendo sullo schermo una barretta piazzata a guardia della
propria metà campo, i due giocatori si ribattevano una pallina elettronica.
Chi bucava di più la difesa dell’avversario vinceva. Semplice e geniale. Come
Pac Man, Tetris e gli altri celebri antenati dei moderni
“computer games”.
Ma Pong fu il battistrada e per questo il Museo della Comunicazione
di Francoforte, in collaborazione con il Museo dei Videogiochi di
Berlino, ha deciso di rendergli omaggio in grande stile. Per i nostalgici
in pellegrinaggio nella città sul Meno è un’occasione ghiotta: poter
nuovamente sfiorare lo storico cabinato giallo con cui da ragazzini
dilapidavano la paghetta. Fino a quando non uscì la versione casalinga del
gioco. Correva l’anno 1974 e da allora la sfida elettronica si trasferì tra le
mura domestiche. Senza più batticuori economici. Per molte famiglie accogliere
Pong in casa rappresentò la prima occasione di entrare in contatto con
l’oscuro mondo dell’informatica.
A noi smaliziati utenti del terzo millennio, viziati da monitor coloratissimi
e suoni in quadrifonia, la grafica scheletrica e i parchi gorgheggi di Pong
stuzzicano poco. Eppure, lungi da cadere nel dimenticatoio, il giochino
elettronico nel corso degli anni ha trasceso la propria origine ludica,
trasformandosi in musa per non pochi artisti. Schiere di creativi multimediali
si cimentano senza sosta con infinite e originalissime variazioni sul tema di
Pong.
Reiff&Morawe propongono ad esempio un’inquietante rivisitazione sadica del
gioco: chi si lascia sfuggire la pallina si becca una scossa elettrica (www.painstation.de).
Più festosa l’idea del Chaos Computer Club di Berlino. Per celebrare i
suoi primi vent’anni ha trasformato nel 2001 la facciata di un palazzo sulla
Alexanderplatz in un grande schermo adatto per un Pong sesquipedale (www.blinkenlights.de).
Al posto dei pixel, finestre intere. Un computer si occupa di accendere o
spegnere le luci delle stanze. Un telefonino collegato con il cervellone funge
da controllo remoto per muovere la barretta composta da una serie verticale di
finestre accese. Cervellotico, ma di sicuro effetto. Più artigianale – e
perfida – l’artista olandese Mathilde µP. Per divertirsi con il suo Power
Pong ci vogliono i muscoli. Chi si vuol fare una partitella ha da
piazzarsi in sella a una cyclette e alimentare il gioco a forza di pedalate.
La trovata lascia perplessi. Perché «lavorare stanca», ricordava Cesare
Pavese. Ma che pure il (video)gioco ci debba affaticare...
Il Mito di Pong, Francoforte. Fino al 21 Gennaio 2007. Catalogo pagg. 84, € 9,80. www.pong-mythos.net.
Il Sole 24 Ore - 3 Dicembre 2006
Pisolo e Bhumibol stanno bene
insieme. C’era da aspettarselo. Dopotutto, se la figlia del Re di Thailandia
visitando l’Europa alla ricerca di un regalino per sua Altezza Reale il babbo
ha fatto shopping nella ex DDR, probabilmente lo si deve a un’imbeccata dello
stesso augusto genitore. Perché tutti sanno dove finiscono Pisolo e compagni –
solitamente nel giardino kitsch del vicino – ma solo appassionati come Re
Bhumibol Adulyadej il Grande conoscono la terra da cui provengono i nanetti.
Si tratta di Gräfenroda, un villaggio al limitare della foresta Turingia, il
“cuore verde” della Germania. Per un turista ignaro il paesino situato nella
valle del “selvaggio fiume Gera” è solo una lunga fila di linde casette dai
tetti aguzzi e le strade vuote percorse da un vento intento a raccogliere
foglie in mulinelli. Uno di quei borghi di silenzio in cui ti aspetteresti, al
calar della sera, di incontrare Dylan Dog impegnato a cacciare spettri. Ma qui
di oscure presenze “l’indagatore dell’incubo” non scorgerebbe nemmeno l’ombra,
eccetto quella di Arthur Dinter (1876-1948), scrittore antisemita dimorante
nel luogo e con la fissa di riscrivere la Bibbia eliminando l’Antico
Testamento. Non gli andava a genio che avesse origine ebraica. Neanche i
nazisti lo presero troppo sul serio.
Il viaggiatore consapevole accorre invece a Gräfenroda perché sa bene di
trovarsi nella culla natale del nanetto da giardino. Un merito tanto grande da
aver indotto il piccolo comune, un tempo recluso dietro la cortina di ferro e
ora noto anche in Thailandia, a presentarsi su Internet affiancando al proprio
stemma uno gnomo (www.graefenroda.de).
Nella metà del Diciannovesimo secolo le rigogliose manifatture locali
sfornavano per i cacciatori più vanitosi – e incuranti del macabro – teste di
cervo in terracotta su cui apporre le corna originali della selvaggina
abbattuta. Visto il successo della trovata ampliarono la produzione sfornando
statuette di Cappuccetto Rosso, Biancaneve e degli altri personaggi tratti
dalle fiabe dei fratelli Grimm. Tra il 1880 e il 1890 – l’esatta data di
nascita è tuttora avvolta da mistero – i nanetti da giardino fecero infine la
loro comparsa. Il successo fu strepitoso. «Ma lungi dal rappresentare
personaggi di fantastia», ci racconta Reinhard, pronipote di Philipp Griebel,
uno degli artigiani creatori degli gnomi, «la particolarità dei nanetti era di
imitare persone reali. I primi gnomi avevano infatti le sembianze dei
lavoratori nelle cave della foresta». La ditta Griebel, fondata nel 1874,
cominciò a produrre nanetti venendo incontro alle richieste dei minatori più
abbienti, desiderosi di celebrare il proprio sucesso facendosi ritrarre in
miniatura. E siccome quello della miniera era un mestiere duro, i primi omini
ben si guardavano dal sorridere in technicolor come ai tempi nostri, mostrando
invece volti affaticati e barbe fuligginose. Più tardi fu la volta di
pescatori nani, giocatori di carte e suonatori di armonica. Nani anche quelli.
La Prima Guerra mondiale interrupe la produzione, e così l’avvento del regime
comunista. Poi la Repubblica Democratica Tedesca si convinse a riaprire la
manifattura statalizzando la produzione dei nanetti.
Con la caduta della DDR Reinhard Griebel ha ripreso in mano le redini
dell’azienda, aperto un museo dei nanetti (www.zwergen-griebel.de)
e regalato loro una eva formato mignon. Forse per l’entusiasmo di trovarsi in
compagnia di una donna dopo un’astinenza durata più di cent’anni, alcuni amici
di Pisolo hanno cominciato ad assumere pose indecenti. Roba da far venire un
infarto ai nonni minatori. A dire il vero anche l’Associazione
Internazionale per la difesa dei nanetti da giardino (www.zipfelauf.com)
con sede a Basilea inizialmente non l’ha presa bene, ma tant’è. «In Europa si
accettano così tante cose! Bisogna concedere un po’ più di libertà anche ai
nanetti» sostiene Herr Griebel.
Secondo Raul Pantaleo invece agli gnomi e ai loro proprietari non è la libertà
a mancare, piuttosto il buon gusto (Un Pisolo in Giardino, Elèuthera,
Venezia 2006, pagg. 111, € 10). Dopo aver battuto le periferie del
Triveneto alla caccia di villette da psicanalizzare, Pantaleo è giunto alla
conclusione che il nanetto rapppresenta il «sonno della coscienza» dei suoi
proprietari e ne «anestetizza le angosce per un futuro ignoto». Pisolo come
elemento ornamentale apotropaico? Per Giuseppe Collovati, entusiasta
acquirente della manifattura Griebel e «ossessionato dai nanetti da giardino»
dopo aver visto al cinema Il favoloso mondo di Amelie, lo gnomo col
berretto a punta ricorda soprattutto «un pezzettino di storia e di tradizione
della Germania». «A dire il vero io non ho il giardino», confessa Collovati,
«ma anche se l’avessi, venendo a conoscenza di tutte quelle brutte storie sui
rapimenti dei nani non so se li lascerei fuori da soli». Da anni imperversa
infatti l’agguerrito Movimento autonomo per la liberazione delle anime da
giardino (www.malag.it),
feroce nemico di tutti i possessori di nani. Ma forse il Malag è solo
invidioso della fortuna di chi si piazza un Pisolo in casa. «Una volta ho
regalato un nanetto a una coppia di amici» racconta Collovati. «E sa che è
successo? Dopo anni di attesa sono riusciti finalmente ad avere un bambino!».
Non c’è dubbio. Tutto merito del nano.
Il Sole 24 Ore - 19 Novembre 2006
«Gesticola con le mani e le
braccia, saltella agitato qua e là», annotava di lui un poliziotto. Parlava di
Hitler. Prima che divenisse il Führer. Poi tutti lo dovettero prendere sul
serio. Anzi no, come racconta Rudolph Herzog nel recente saggio sull’umorismo
ai tempi del Terzo Reich (Heil Hitler, das Schwein ist tot! [Heil Hitler, è
morto il maiale], Eichborn, Berlino 2006, pagg. 266, € 19,90).
Ufficialmente il nazismo non tollerava scherzi. Per una barzelletta potevi
finire sulla ghigliottina, come accadde nel ’43 alla star del cinema tedesco
Robert Dorsay. In realtà la pena capitale per via di una freddura ebbe
soprattutto un effetto deterrente. Ben pochi nella Germania hitleriana si
sarebbero mai permessi di prendere apertamente per i fondelli il dittatore e i
suoi sgherri. Questi invece propagavano ossessivamente rozze caricature
antisemite sulle pagine dei fogli di regime. Eppure al riparo da orecchie
indiscrete anche i tedeschi si lasciavano talvolta andare a commenti poco
ortodossi. Göring? Un grassone vanesio. Ribbentrop? Tanto arrogante da
guadagnarsi il soprannome di Ribben-snob. Per non parlare di Ernst Röhm, il
brutale capo delle SA. Hitler lo fece ammazzare con la scusa di averne
scoperto l’omosessualità. Ma la sua predilezione per i camerati era un segreto
di pulcinella. Il popolo sottecchi commentò: «chissà come sarà scioccato il
Führer quando scoprirà che Göring è grasso e Goebbels zoppica». Tutto sommato
erano motti di spirito piuttosto innocui. Valvole di sfogo, anziché atti di
ribellione. Dopotutto nei primi anni del regime il nuovo ordine imposto da
Hitler riscuoteva parecchi consensi. I più coraggiosi – o assetati – entrando
nelle birrerie si azzardavano a storpiare l’obbligatorio saluto nazista «Heil
Hitler» gridando «Drei Liter». Un addomesticatore si spinse ancora più in là,
insegnando alle proprie scimmiette a sollevare il braccio destro ogni
qualvolta capitasse a tiro un’uniforme. Gli venne subito imposto di rieducare
gli animali o consegnarli al macello. Anche perché sotto Hitler di uniformi se
ne vedevano tante. Così tante da indurre i più ironici a chiedersi se i
soldati avessero fatto meglio a indossare abiti civili per farsi riconoscere.
A dispetto di chi poi affermò di «non aver saputo nulla», già negli anni
Trenta si era a conoscenza dei Lager. Lo dimostra anche una popolare battuta:
«Ho fatto una gita a Dachau. Mamma mia. Filo spinato, mitragliatrici. E ancora
mitragliatrici e filo spinato. Ma credetemi. Se voglio, riesco a entrarci!».
Con la guerra, i lager e i bombardamenti le battute contro il potere divennero
più salaci. E più rischiose. Alcuni religiosi proposero di modificare la
preghiera del Padre Nostro con la richiesta di «non indurci in
concentrazione». Quando Rudolf Heß nel ’41 ebbe la balzana idea di
paracadutarsi in Inghilterra per cercare di convincere gli inglesi ad allearsi
con il Terzo Reich, circolarono battute mordaci. «Allora siete voi il pazzo!»
chiede Churchill mentre visita il prigioniero. «No, sono solamente il suo
rappresentante» risponde prontamente il “delfino di Hitler”.
Per contrastare la carica eversiva di simili battute Goebbels fece creare dal
suo ministero della propaganda la coppia di comici Tran e Helle. La
trama degli sketch era sempre la stessa: il nazistone Helle sbertuccia
continuamente il disfattista Tran. Al cinema il pubblico dimostrò alto
gradimento, ma per Goebbles la trovata si dimostrò un sonoro insuccesso. Gli
spettatori simpatizzavano per Tran anziché per Helle! Venne ordinata
l’immediata interruzione della serie. Grande soddisfazione da parte del
committente suscitò invece la trasmissione della BBC con l’esiliato austriaco
Martin Miller. Questi imitava talmente bene la pronuncia di Hitler durante i
suoi show alla radio britannica da indurre persino la CIA a chiedersi come mai
Hitler si fosse messo a sproloquiare anche sulle frequenze dell’emittente
pubblica inglese.
Ma l’umorismo più arguto di quegli anni bui venne da chi meno aveva da ridere,
ovvero gli ebrei, capaci di spirito e sorriso anche sull’orlo del precipizio.
Due di loro, racconta una battuta autoironica, sono in attesa di essere
fucilati. Il momento si avvicina. Ma improvvisamente viene dato l’ordine di
impiccarli. «Hai visto!» esclama allora uno dei condannati al colmo della
gioia, «questi nazisti sono messi talmente male da non aver più nemmeno le
cartucce».
Il Sole 24 Ore - 5 Novembre 2006 - Articolo apparso in forma ridotta
Nuova cucina tedesca. Pelare
alcune cipolle, aggiungere dei foglietti di carta masticata e versare il tutto
in una piccante minestra riscaldata. Chi vuole assaggiarla? Io no!
La pensosa riflessione tedesca sulle colpe degli intellettuali sotto il
nazismo si trasforma in una farsa indigesta. Placato da poco lo scandalo
suscitato da Günter Grass con la confessione (apparsa nell’autobiografia
Pelando le Cipolle) di aver fatto parte in gioventù delle Waffen-SS, ora
un altro grande pensatore tedesco finisce sulla graticola. La rivista
Cicero rilancia e inasprisce una velata allusione dello storico
conservatore Joachim Fest, recentemente scomparso, sferrata contro il nume
tutelare dell’intellighenzia tedesca. In un episodio della sua autobiografia
Io no Fest accusa – senza nominarlo – il filosofo Jürgen Habermas. Reo
in gioventù di aver scritto un cicchetto a un compagno nazista per
rimproverarlo delle troppe assenze. E di aver più tardi inghiottito quella
compromettente lettera del suo passato. In realtà, nulla di nuovo sotto il
sole. Sono almeno vent’anni che il perfido aneddoto procura sogghigni negli
ambienti culturali tedeschi. Ma nessuno aveva pensato di usarlo per incitare a
«dimenticare Habermas!», come strillano ora le pagine di Cicero. Nel
difendersi dalla ridicola accusa, il filosofo non disconosce l’innocua
missiva, composta da un ragazzo intruppato suo malgrado nelle file di
un’organizzazione giovanile nazista. Ma precisa che il foglietto prese
tranquillamente la comune via del cestino. Lo stesso posto dove meritano di
finire certe stomachevoli ricette.
Il Sole 24 Ore - 29 Ottobre 2006
Nel 1916 Hermann Hesse è a
pezzi. Al dolore famigliare per la morte del padre, la malattia di un figlio e
il tracollo psicologico della moglie si aggiungono le pubbliche calunnie.
Dallo scoppio del primo conflitto mondiale Hesse vive in Svizzera, pubblicando
articoli pacifisti. I suoi scritti inneggianti alla comprensione tra i popoli
gli attirano le aspre critiche degli ambienti nazionalisti tedeschi.
Depressioni e pensieri suicidi sono all’ordine del giorno. Ma se il fratello
Johannes nel ‘35 compirà veramente l’irreparabile gesto, l’idea della morte
volontaria rimane per Hermann solo e sempre un «confortante pensiero». A
salvarlo dai cupi propositi è il suo psicanalista Josef Lang, con cui lo
scrittore intrattiene un ampio carteggio, ora pubblicato dalla Suhrkamp di
Francoforte (Die dunkle und wilde Seite der Seele,
[Il lato oscuro e selvaggio dell’anima. Carteggio 1916-1944], 2006,
pagg. 443, € 24,80).
Uno dei primi consigli terapeutici del medico è quello di darsi alla pittura.
Dopo «lunghe resistenze» il paziente si lascia convincere. Negli anni
acquisterà sempre più confidenza con il pennello, dipingendo molte e piacevoli
vedute paesaggistiche. Ma il nuovo hobby di Hesse si ripercuote direttamente
anche nella sua opera letteraria. È infatti proprio dipingendo che il
protagonista del Demian (1919) riesce a manifestare le immagini del
subconscio. Il romanzo è talmente permeato di simbologia psicanalitica da
attirarsi l’incondizionata lode di Carl Gustav Jung, il quale confessa
all’autore di considerare quello scritto come «un faro durante una notte di
tempesta».
Nel novembre del ‘17 il futuro premio Nobel racconta al dottor Lang di aver
sognato sé stesso ragazzo, intento a strimpellare il violino di fronte ai
compagni del collegio. Ma nessuno dei due pare accorgersi che la scena è
tratta dal romanzo Sotto la Ruota (1906), frutto dell’elaborazione
letteraria di una negativa esperienza scolastica. Parimenti il sogno di un
ballo in maschera, una «festa di artisti, tutti in costume, in parte grottesca
e in parte molto bella» anticipa la fantasmagorica danza mascherata a cui
dieci anni più tardi parteciperà Il Lupo della Steppa (1927).
Nel corso degli anni il rapporto professionale diviene amicizia e sempre più
spesso il dottor Lang si confida con il proprio paziente. La verità è che egli
è depresso quanto Hesse. Anzi di più, visto che i suoi tentativi di scrittura
artistica non incontrano il pieno favore dell’amico-paziente. «Non abbandoni
la cosa così presto! Non già ora! Per me è stato lo stesso con la pittura» lo
rincuora allora bonariamente Hermann Hesse. Lang rasserenato ringrazia,
confessando di considerare il suo ex-paziente come «il buon padre, che mi
conduce all’arte». E tuttavia s’incupisce sempre più, meditando addirittura
pensieri gnostici sul mondo quale «prodotto di un dio maligno». Problemi
famigliari e insoddisfazioni professionali, uniti alla crescente confidenza
con lo scrittore, lo spingono a dar libero sfogo alle proprie frustrazioni.
«Ciò che non mi piace delle sue lettere è l’atteggiamento pessimista verso la
vita» arriva a rimproverarlo Hesse, per poi esortarlo a smettere una buona
volta di pensare «che tutto il mondo l’abbia piantato in asso». Ormai è il
dottor Lang a cercare conforto nel suo paziente di un tempo, raccontandogli
financo i propri imbarazzanti sogni. Una notte immagina il proprio corpo
«gonfiato talmente da occupare tutta la stanza», un’altra si sogna addirittura
lo stesso Hermann Hesse. Forse è anche conoscendo meglio il proprio dottore
che la fiducia di Hesse verso la psicanalisi va scemando: «come sostituto
della vita vera utilizzo due begli anestetici: il lavoro artistico e il vino».
In verità non disdegna neppure l’oppio e le donne. E allora Lang lo imita
concedendosi qualche flirt. Nel ’20 prende una breve cotta per la cantante
Ruth Wenger. Qualche anno dopo sarà invece lo stesso Hermann Hesse a mettere
gli occhi sulla donna, arrivando a sposarla in seconde nozze nel 1924. Il
dottore non se la prende e, augurando alla coppia ogni bene, assicura
all’amico che, secondo i suoi calcoli astrologici, il matrimonio nasce sotto
una buona stella. Tre anni dopo gli sposi avranno già divorziato.
Con le mogli del suo amico-paziente il povero Lang non sembra proprio avere
fortuna. Nell’agosto del ’39 confessa all’amico di essersi scoperto anch’egli
“antisemita” per via di una brutta esperienze con degli avvocati ebrei. A
stretto giro di posta arriva il cicchetto di Hermann: «penso tu non abbia
alcuna idea di cosa significhi quella parola». Lang si è scordato che la
(terza) moglie di Hesse «è ebrea, e la tua dichiarazione di antisemitismo l’ha
spaventata e addolorata profondamente». Nonostante il passo falso l’amicizia
tra i due prosegue negli anni, fino a quando nel ’44 l’aggravarsi delle
condizioni mentali costringe il medico al ricovero. Josef Bernhard Lang muore
nel ’45 come paziente nella stessa clinica in cui prima aveva operato come
dottore. È una tragica conferma della tagliente battuta di Kraus sulla
psicanalisi, da lui perfidamente definita come quella «malattia di cui essa
stessa ritiene essere la cura».
Il Sole 24 Ore - 15 Ottobre 2006
Una madeleine danese e latina
Marcel non è l’unico a tornare a casa dopo una fredda giornata e prendere il
tè dalla mamma. Lo stesso accade al ragazzo della fiaba
Madre Sambuco di Hans Christian
Andersen. Coricatosi per gustare meglio la bevanda il giovane riceve la visita
di un simpatico vecchietto, gran narratore. Ma anziché raccontargli una
favola, questi gli spiega che le storie più belle non s’inventano, bensì
nascono spontanee dalla propria memoria. E così, osservando meglio la teiera,
il ragazzo scopre uscirne dei fiori di sambuco, poi un cespuglio e un albero
intero, nel cui fusto si cela Madre Sambuco, la ninfa dell’albero, simbolo
della memoria. I greci e i romani la chiamavano Driade, Ovidio ne parla nelle
Metamorfosi. Il dolcetto di Proust viene da molto lontano, e sa anche
un poco di sambuco.
Il Sole 24 Ore - 24 Settembre 2006
Studioso capace di dire «Io no»
Signorile elegante e deciso.
Ma anche scettico e ironico. Questi i tratti di Joachim Fest (1926-2006), il
grande borghese capace di stringere amicizia con Ulrike Meinhof, l’ombrosa e
travagliata giornalista, poi fondatrice delle Brigate Rosse tedesche. Un
giorno ebbi modo di chiedere a Fest che senso aveva per lui essere un
conservatore. «Dare importanza ai valori, ovvero il contrario del motto
“anything goes”, tutto va bene», mi rispose senza esitare. Avere quindi la
lucidità e il coraggio di saper talvolta dire Io no, come recita il
titolo della sua autobiografia, di prossima uscita in Germania. Il
Domenicale ne anticipa qui due brani. Buona parte del volume è dedicata ai
tragici anni della dittatura nazista, trascorsi dal giovane Fest al fianco
dell’amatissimo padre, che subì a testa alta le vessazioni del regime per
essersi rifiutato di iscriversi al partito nazista.
Contravvenendo al volere del genitore, verso la fine del conflitto Joachim
Fest decise tuttavia di entrare nell’esercito. Era l’unico modo sicuro per non
cadere nelle ben peggiori Waffen-SS. Come invece capitò volontariamente al suo
coetaneo Günter Grass, esempio di coscienza critica di una Nazione, eppure
vacillante nel momento in cui non si sarebbe dovuto dire di sì.
Joachim Fest è mancato lunedì scorso, non solo la Germania è in lutto.
Il Sole 24 Ore - 17 Settembre 2006
Karl Jaspers e le belle di Milano
A diciannove anni Karl Jaspers (1883-1969) non aveva mai viaggiato all’estero.
Dalla città natale di Oldenburg nei pressi di Brema si era spinto solo fino a
Heidelberg per studiare giurisprudenza nell’università più antica della
Germania. Una cronica malattia ai bronchi lo minava nel fisico a tal punto da
impedirgli grossi sforzi. Anche in età matura, una volta divenuto un
rispettato filosofo, raramente si metterà in cammino per assistere a convegni
o tenere conferenze. Ma nell’inverno del 1902 non desidera altro che visitare
l’Italia, viaggiando fino a Roma. Un’idea balzana per il dottore da cui è in
cura, intenzionato piuttosto a spedire il giovane in alta quota per fargli
respirare aria salubre. Ma a quel tempo Thomas Mann non ha ancora scritto
La montagna incantata e dei sanatori Jaspers non subisce alcun fascino.
«Non se ne pensa nemmeno» commenta risoluto al medico che lo vuole mandare in
Italia sì, ma non oltre Merano. Per il futuro indagatore delle colpe tedesche
relative al nazismo, frequentare i bagni termali significa dover «trascorrere
tutto il giorno sdraiati sul lettino, impegnando le proprie forze nella
digestione, circondati da uomini che oziano e senza stimoli». Di ben altro
«incalcolabile valore» è invece la possibilità di visitare Roma, come scrive
il persuasivo ragazzo ai genitori perorando la causa del suo viaggio in Italia
(il carteggio è ora raccolto in volume: Karl Jaspers Italienbriefe 1902
[Le lettere italiane di Karl Jaspers nel 1902], Winter, Heidelberg 2006,
pagg. 111, € 16).
Contro le «spiegazioni sofiste» dell’ostinato dottore, Jaspers usa persino
l’arma della caricatura, descrivendo ai parenti il medico mentre cammina
«avanti e indietro per la stanza gesticolando come fosse un secondo Cicerone».
Alla fine Jaspers spunta da mamma e papà il permesso di partire. La tenzone
affrontata e vinta con Fraenkel non rimane però senza tracce. Lo studioso se
ne ricorderà riflettendo sulla dinamica della comunicazione tra medico e
paziente nella Psicopatologia generale, opera che gli vale nel 1913
l’abilitazione alla libera docenza.
Il primo marzo Karl parte da Heidelberg con la benedizione e le premurose
raccomandazioni dei genitori: «negli Hotel possibilmente spranga le porte
[...] In Italia si deve essere estremamente attenti nel pagare, [...] pare che
i più cerchino d’imbrogliare».
Milano è la prima tappa italiana. Kally – questo il soprannome di Jaspers in
famiglia – visita il Duomo ma è colpito da altro: «tra le ragazze una ogni
dieci è di una bellezza tale come non ve n’è alcuna a Oldenburg». A Genova è
importunato da seccatori che di continuo gli si offrono come guida turistica o
vogliono noleggiargli una barca. Ma per ammirare l’«impressione maestosa» dei
palazzi del centro al ragazzo basta la fedele Baedeker edizione 1899,
compagna discreta per tutto il suo viaggio italiano. Il 7 marzo arriva
finalmente a Roma, fermamente intenzionato a visitare la città «quasi come uno
storico dell’arte» anziché gironzolare da pigro turista. L’emozione suscitata
osservando la cupola di S. Pietro è tale che al giovane mancano le parole per
descriverla ai genitori. Si aiuta allora con la filosofia di Schopenhauer: «se
volessi usare parole come desiderio inappagato, dolore cosmico, noia,
sicurezza della redenzione, a ragione ciò suonerebbe affettato; eppure in
questo modo si potrebbero innanzi tutto rendere i sentimenti provati al
cospetto di tale splendore». Le settimane trascorrono in un turbinio di visite
a gallerie e musei, alternate da viaggi in quella campagna dipinta da
Tischbein sullo sfondo del celebre ritratto romano di Goethe. La vista di
splendori e bellezze, nonché il cibo saporito danno vigore al ragazzo: «qui mi
sento gran bene, non si fanno dieci passi senza scorgere qualcosa di
interessante». Ai musei vaticani, «dove quasi ogni statua è una bellezza»,
diventa un habitué. Per Jaspers è l’occasione di esperire con intensità
quell’arte fino ad allora solamente appresa sui libri. L’unica seccatura nella
sua estasiante full immersion di storia e cultura sono gli ospiti
tedeschi della pensione in cui alloggia, più intenti a enumerare i monumenti
visitati che a riflettere sulla bellezza degli stessi.
Agli inizi d’aprile, il rientro. Per Jaspers l’abbandono di Roma è la scoperta
di Firenze. «Il gioioso spirito del primo rinascimento» lo incanta ancor più
del barocco capitolino, gravato – questa l’analisi del giovane intellettuale –
«dalla tremenda autorità e dal potere del Papa». Venezia, manco a dirlo, «è
letteralmente meravigliosa», ma rispetto all’Adriatico «il nostro mare del
Nord è di certo più bello e imponente». Un breve soggiorno a Verona conclude
infine il viaggio in Italia, rivelatosi una scommessa vinta dal volitivo
paziente del Nord.
Il Sole 24 Ore - 27 Agosto 2006
«Attendo l’assegno con
impazienza. Si raccomanda di inviarlo per posta espressa. [...] Scrivo molto
male, molto infelice senza soldi». Così inizia
il carteggio dolceamaro di Joseph Roth (1894 – 1939) con la casa
editrice Allert de Lange. Perché se Roth è stato uno dei massimi narratori
della radicale ambiguità celata dietro a ogni umana esperienza, con i suoi
editori non si preoccupava certo di ricorrere ai modi spicci e al linguaggio
diretto (Geschäft ist Geschäft. Seien Sie mir privat nicht
böse. Ich brauche Geld. [Gli affari sono affari.
In privato non ne abbia a male. Ho bisogno di soldi. Il carteggio di
Roth con gli editori de Lange e Querido], Kiepenheuer & Witsch, Colonia
2005, pagg. 580, € 34, 90).
Ebreo patriota, conservatore monarchico e nostalgico austro-ungarico, con
l’arrivo al potere di Hitler l’autore de La marcia di Radetzky (1932)
capisce che sulla Mitteleuropa si sta abbattendo un disastro ancora maggiore
della “finis austriae”. Sceglie l’emigrazione a Parigi, dove trova alloggio
presso il rinomato Hotel Foyet, luogo ideale per lavorare ai propri romanzi,
spesso composti in viaggio o al caffè, quasi mai di fronte a una normale
scrivania.
Fuggito dal Terzo Reich, Roth ha la fortuna di trovare negli olandesi de Lange
e Querido due editori decisi a pubblicare gli scrittori di lingua tedesca
invisi al regime nazista, contribuendo così a spezzare il silenzio brutalmente
loro imposto da Hitler.
Emanuel Querido, ebreo, socialista e antifascista, fonda l’omonima casa
editrice nel 1933 con il preciso intento di aiutare i nemici di Hitler. Per
lui è una missione. Pubblica gli autori emigrati dalla Germania, tra cui anche
Lion Feuchtwanger, senza darsi grossa pena di ricavarne un immediato profitto
personale. Di Joseph Roth pubblica Tarabas (1935), Il peso falso
(1937) e Il Leviatano (1947). Morirà deportato ad Auschwitz.
Nonostante il fervore e l’impegno di Querido, è con Gerard de Lange che Roth
ha più confidenza. Rampollo godereccio di Allert de Lange, il fondatore della
casa editrice che ospita al suo interno una sezione per gli autori tedeschi in
esilio, nel 1932 Gerard ne assume la direzione. In realtà egli è molto più
interessato alla frequentazione dei caffè che alla conduzione dell’impresa
editoriale. Ma la diffidenza iniziale di Roth verso un simile perditempo («non
posso vendere il mio destino a un pazzo») si trasforma presto in una genuina
amicizia virile. La comune passione per l’alcol, poi letale per Roth, fa da
mezzano. Oltre alla cameratesca compagnia durante le solenni sbevazzate, lo
scrittore è allietato soprattutto dai generosi onorari che l’amicone gli
versa. Sempre per libri perennemente in ritardo sulla data di consegna. È il
caso ad esempio de I Cento Giorni (1936), il racconto dedicato a un
Napoleone umile e ormai al tramonto della propria fortuna. «Da circa sei mesi
lavoro a questo libro 8-10 ore al giorno, nonostante tutte le mie
preoccupazioni private e la grande stanchezza fisica» scrive affannato Roth a
de Lang nell’ottobre del ’34, lamentandosi di avere «una conoscenza troppo
limitata del denaro e degli affari». Roth mente. Per ottenere danaro contante
egli è in grado di tempestare con telefonate e telegrammi le case editrici,
tanto da buscarsi un rimprovero da un collaboratore della Querido irritato
perché Roth si comporta «come un sergente». «È meglio avere a che fare [...]
con un militare asino che con un amico letterato», risponde sornione lo
scrittore. Nel caso la controparte tardi ad accogliere le sue richieste
finanziarie, Roth lapidario incalza: «ho debiti, processi e una famiglia».
Non sempre gestisce il danaro con l’oculatezza che ci si aspetterebbe da un
acciaccato soldato austroungarico datosi per necessità alla penna, come
talvolta egli si compiace di descriversi. Sebbene in realtà sappia spillare
abilmente soldi ai due editori, mettendoli anche ogni tanto uno contro
l’altro, Roth non nega mai un aiuto agli amici più in difficoltà di lui.
Inoltre non solo deve mantenere una moglie debole di mente, ricoverata presso
un’istituto psichiatrico viennese, ma anche un’amante con due figli a carico.
Sarà forse per questo, come nota il suo amico Stefan Zweig, che «Roth possiede
la capacità di avere bisogno del quadruplo di quanto sarebbe necessario a
un’altra persona»?
Il Sole 24 Ore - 6 Agosto 2006
Viaggiatori nella boccia di vetro
Un diamante è per sempre. Ma
anche certi souvenir non scherzano affatto. Spuntano all’improvviso dallo
sgabuzzino in cui li avevi nascosti, pieno di imbarazzo per l’acquisto di
dubbio gusto, frutto di un irresponsabile clima vacanziero. Si materializzano
dopo anni per ricordarti il peccato di leggerezza a cui un giorno ti
abbandonasti nell’euforia di un viaggio ormai dimenticato. Ma non crucciarti.
Chi è senza patacca scagli la prima pietra. Meglio se contro una palla di
vetro con paesaggio in miniatura. Perché certamente non sei l’unico sventurato
possessore di una veduta del Golfo di Napoli incorniciata in similoro. E poi
ti sarebbe potuto capitare di peggio. Un pesante modellino in nichel della
centrale nucleare di Chernobil, ad esempio, o un altro pregiato pezzo della
collezione “Buildings of Disasters”. E se la funzione di un souvenir è
soprattutto quella di «suscitare emozioni e desideri», come afferma Constantin
Boym, autore dell’agghiacciante ricordino atomico, peraltro surclassato in
popolarità dalla riproduzione delle Torri Gemelle, c’è da scommettere che i
suoi manufatti suscitino soprattutto il desiderio di rimanere tappati in casa.
Dagli inquietanti modellini di edifici distrutti alla più tradizionale e
rassicurante (si fa per dire) gondola illuminata, passando per gli immancabili
putti di Raffaello e la variopinta oggettistica cinese raffigurante il
faccione di Mao, le cose di pessimo gusto prodotte dall’ingegno umano sono
moltissime. Talmente numerose che Der Souvenir, la nuova mostra
organizzata a Francoforte per rendere giustizia alla millenaria storia del
kitsch commemorativo, si estende per due musei. Perché tutti gli
adolescenti italiani che a settembre torneranno dal loro primo soggiorno
londinese smaniosi di sfoggiare per le vie del centro la canonica maglietta
dell’Hard Rock Café, così come i turisti che non se ne vanno da Monaco senza
un capiente boccale di birra da esibire come trofeo delle proprie gesta
alcoliche, altro non sono che i discendenti pop di quei pellegrini che
andavano in Terra Santa alla ricerca di reliquie dotate di poteri magici. E se
oggi la Cina produce industrialmente souvenir per tutto il mondo, già nella
Gerusalemme del VI secolo fioriva un’industria di pezzi commemorativi prodotti
in migliaia di copie. Non tutti i pellegrini erano così fortunati da
aggiudicarsi le membra di qualche cadavere in odore di santità. Ma pochi
viaggiatori correvano il rischio di tornare a mani vuote. Consigliabile ad
esempio era una puntatina al santuario di Menna presso Alessandria d’Egitto,
sede di una produzione in massa di ampolle in terracotta recanti la dicitura
“Eulogia” (reliquia benedetta, qualità doc). Una tradizione, quella dei
souvenir religiosi, oggi più fiorente che mai, si pensi ad esempio al
commercio intorno alla popolarissima figura di Padre Pio. Ma se molti credenti
anelano a un tangibile ricordo del santo venerato, nondimeno è più chiaro a
molti laici il confine tra souvenir e feticcio. Ogni volta che a fine concerto
una Rockstar ha la benevolenza di lanciare un proprio sudaticcio indumento
verso il pubblico, la lotta per carpire il dono caduto dal palco è tanto
feroce quanto smisurata è la gioia del fan vincitore. Eppure molto tempo prima
dell’invenzione del Rock e senza mai essersi concessa nessuna ospitata
televisiva Lucrezia Borgia (1480 – 1519) già mandava in visibilio schiere di
ammiratori della sua chioma. Lo scrittore e cardinale Pietro Bembo adorava
talmente «la bella treccia più simile ad oro, che ad altro» da conservarne
gelosamente un ricciolo, ora esposto alla mostra grazie alla generosità della
Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Da parte sua il comune di Vienna ha invece
prestato le scarpette da bambina di Sissi, per la gioia di tutti i nostalgici
dei caramellosi film con Romy Schneider, a cui si deve l’estrema popolarità di
cui tuttora gode la sfortunata principessa asburgica.
Ma il souvenir non sempre è legato a persone amate o situazioni piacevoli,
come testimoniano gli indumenti da campo e le stelle di David che gli scampati
dai lager nazisti tennero con sé dopo la liberazione, a memoria dell’orrore in
cui furono travolti. Eppure anche nei momenti più terribili molti prigionieri
non persero il loro proverbiale humour ebraico. Come avrebbero altrimenti
potuto trovare la forza di burlare i propri compagni di sventura, regalando
loro dei fazzoletti in cui sbucava ricamato un grosso ragno?
All’esposizione non manca infine un copioso assortimento di souvenir legati al
moderno turismo di massa, probabilmente recuperati dagli sgabuzzini di mezzo
mondo. A quale ricordo o emozione sia legato l’accendino rosso a forma di
lavandino purtroppo non è dato sapere.
Negli ultimi tempi la chincaglieria turistica sta comunque subendo la pesante
concorrenza dei ricordini digitali. Telefonino e computer permettono infatti
ai vacanzieri in libertà di crearsi le proprie irresistibili cartoline
elettroniche. Ma, soprattutto, permettono anche di cancellare velocemente il
tutto, eliminando ogni imbarazzante traccia della propria sbornia
documentaristica.
Il Sole 24 Ore - 23 Luglio 2006
I tedeschi ringraziano per la pizza e il Trap
Li abbiamo presi per la gola,
partendo dal gelato. Cominciò il pioniere Vittorio Toscani, aprendo
nell’estate del 1891 a Braunschweig la prima gelateria italiana in Germania.
Il successo fu tale da preoccupare le autorità cittadine. Si temevano
conversazioni immorali intorno al banco gelati. Vennero emanate severe leggi
contro la vendita del fresco prodotto intorno alle scuole, affinché i pargoli
tedeschi non cadessero in tentazione. Ma la bontà italiana fu tale da sedurre
tanto i marmocchi quanto gli adulti. Le ordinanze vennero abrogate da pubblici
ufficiali conquistati dal gusto fragola. Dagli anni ’50 in poi, con l’arrivo
in massa dei nostri emigrati, le gelaterie fanno ormai parte del paesaggio
urbano tedesco. Tanto da essersi guadagnate un posto nella Casa della
Storia di Bonn (http://www.hdg.de),
dove il negozio della famiglia Giacomel, tappa fissa dal ‘55 all’‘89 per tutti
i palati di Amburgo, è stato ricostruito in dettaglio e poi esposto.
La prima pizzeria ad approdare in Germania viene aperta a Würzburg nel 1952 da
Nicola di Camillo. Disdegnata dagli abitanti del posto, all’inizio è
frequentata solo dai militari tedeschi. Poi Nicola fa un viaggio a Capri e
ritorna con l’idea di piazzare all’interno dell’esercizio una riproduzione in
gesso della Grotta Azzurra. Non contento della trovata ordina al falegname di
fabbricargli pure una gondola. In un battibaleno la sua pizzeria diviene così
tappa fissa per tutti gli innamoratini del paese.
Gusti e sapori nostrani come l’aglio, le melanzane o l’olio d’oliva, un tempo
malvisti o giudicati con diffidenza, sono ormai ancorati nella cucina tedesca,
tanto che per rifocillare la sua Nazionale Jürgen Klinsmann ha pensato bene di
ingaggiare il cuoco Salvatore Pugliese, senza temere chissà quali malumori
patriottici. Magari glielo hanno consigliato i Rolling Stones, Tina Turner o i
Simple Minds, anche loro ospiti in passato da Salvatore.
In ogni città tedesca ristorantini italiani espongono vetrine di formaggi e
salumi tricolori che a Milano i forzati del panino al bar nemmeno
s’immaginano. Nei locali di tendenza a Berlino chi non beve “latte macchiato”
è ormai guardato con sospetto. E se un monacense vi spiega quant’è bello il
Lago di Garda ordinando un cappuccino come aperitivo, abbiate pazienza. In
fondo l’altro ieri Edmund Stoiber ha invocato aperture serali più lunghe per i
ristoranti di Monaco ricordando come la capitale bavarese sia, dopotutto, «la
città italiana più a Nord». Titolo invocato peraltro anche da Ratisbona,
Augusta, Bonn e Colonia.
E se il “Klinsi” nazionale in queste settimane ha esaltato tutti i tedeschi,
nessuno in Germania dimentica Giovanni Trapattoni e la sua leggendaria
conferenza stampa dopo una fiacca partita del Bayern München. Il Mister la
tenne in un tedesco incomprensibile anche ai madrelingua, ma in grado di far
capire chiaramente a tutti cosa pensasse del suo giocatore Thomas Strunz.
La cucina mediterranea, Trapattoni e la Vespa, ma anche gli Spaghetti-Western
di Sergio Leone, le armonie di Paolo Conte e i capi d’abbigliamento. Di questo
e molto altro la Repubblica Federale ci dovrebbe essere molto riconoscente,
come racconta nel suo ultimo libro Carola Rönneburg (Grazie Mille! Wie die
Italiener unser Leben verschönert haben [come gli italiani hanno reso
piacevole la nostra vita], Herder Spektrum, Friburgo, pagg. 160, € 6).
Perché se quest’estate il mondo ha scoperto una nuova Germania, ospitale,
festosa e solare, il merito è un poco anche della grande “squadra azzurra” che
si è ritrovata in casa.
Il Sole 24 Ore - 16 Luglio 2006
Orsi tedeschi in cerca del gol
I mondiali lo confermano, i tedeschi hanno le palle da campioni.
Quelle migliori e più rotonde. Ecco perché sui campi di Germania 2006 rotolano
solo palloni da calcio firmati Adidas, frutto di una ricerca durata più di tre
anni, spasmodicamente volta a perfezionare l’incubo di ogni portiere.
E se la coppa non l’hanno ancora conquistata, l’appellativo di Campioni del
Mondo di Design non glielo toglie nessuno. Anche perché se lo sono
attribuiti loro stessi, intitolando così una mostra dedicata al disegno
industriale di marca tedesca (Weltmeister Design Deutschland, Monaco, Haus
der Gegenwart,,
www.weltmeister-design.de, fino al 15 Settembre).
La tecnologia dell’ultimo tondo gioiello prodotto da Adidas, l’azienda di
abbigliamento sportivo amata dal giamaicano Bob Marley, calciatore dilettante
e idolo del Reggae, rivaleggia con il gusto retrò delle scarpe Puma, altro
esempio di successo internazionale marcato Germania. Entrambe le società hanno
sede nello sconosciuto paesino bavarese di Herzogenaurach, patria di Adi
Dassler e suo fratello Rudolf, uscito dopo una lite dall’azienda di famiglia
per fondare la Puma nel ’48 e dare così del filo da torcere al poco amato
congiunto.
Fuori dalla Casa del Presente, l’originale
museo-appartamento-laboratorio sede della rassegna, strategicamente collocato
vicino al centro stampa dei mondiali, è parcheggiata una scintillante
motocicletta F800S arancio. È uno dei più desiderati pezzi d’esposizione,
simbolo delle due ruote sexy targate BMW, il colosso automobilistico inventore
nel 1923 del primo motore boxer.
Meno aggressivo è più rassicurante è invece Teddy 55 PB, padre di tutti gli
orsetti di peluche e chiamato così in onore di Theodor Roosevelt. Lo lanciò
sul mercato nel 1903 la volitiva Margarete Steiff, assurta a capo di un impero
economico dedicato al giocattolo sebbene da bimba avesse preso la
poliomielite. Per i golosi sono esposti invece gli orsetti Haribo da
masticare. Insomma, alla Germania i plantigradi portano fortuna. Peccato
invece che non sia vero il contrario, visto che i Teddy veri quando osano far
capolino da quelle parti, vengono sbrigativamente accolti a schioppettate.
Tra gli oggetti del desiderio prodotti in Germania non può naturalmente
mancare una Porsche 911. Ma forse caritatevolmente consci del fatto che una
sinuosa Carrera non avrebbe allietato la giornata a tutti quei visitatori
giunti al museo in tram, la Porsche in rassegna altro non è che un tostapane.
Modello TT 911 P2, appunto, ideato dall’azienda di Stoccarda per conto della
connazionale Siemens e recentemente applaudito all’International Forum Design
(cosa loro anche questa, visto che il premio viene conferito ad Hannover).
Tra le forme tedesche più note si possono ammirare l’inconfondibile vasetto
blu della crema Nivea, il vocabolario giallo Langenscheidt e l’evidenziatore
Stabilo Boss. Leggenda vuole che il pennarello più amato dagli studenti sia
nato per caso alla fine di un’inconcludente giornata. Dopo aver lavorato tutto
il giorno senza costrutto, un designer stizzito si volle sbarazzare del
modellino cilindrico in plastilina a cui lavorava schiacciandolo con il palmo
della mano e creando così la forma da tempo cercata.
«Sobrietà e funzionalità» sono gli ingredienti alla base di ogni prodotto
tedesco di successo nel mondo, come afferma Florian Hufnagl, direttore della
monacense Pinakothek der Moderne. Aggiungendo che è inutile voler conciliare
ad ogni costo tradizioni tanto diverse come «la sensualità italiana e
l’oggettività tedesca».
Salvo scoprirle poi gustosamente conciliate nell’ovetto Kinder Ferrero, dove
la sorpresina progettata in Germania viene dolcemente celata da una bontà
tutta italiana.
Il Sole 24 Ore - 2 Luglio 2006
Lo sguattero venuto da Berlino
“Il mondo ospite a casa di amici” scandisce il pacioso slogan
dei mondiali di calcio, scelto per sottolineare l’ospitalità tedesca, cercando
di fugare antiche paure. Eppure, anche senza dover oltrepassare le Alpi, ogni
giorno a casa nostra fa capolino un po’ di Germania. Molte sono infatti i
germanismi accolti dalla lingua di Dante. E se di kitsch o kaputt
è facile intuire l’origine tedesca, numerosi altri vocaboli si trovano
talmente bene nel Belpaese da rendersi praticamente irriconoscibili.
Pochi ad esempio si aspetterebbero di trovare celata all’interno delle
vasistas addirittura un’intera domanda tedesca: was ist das? (“che
cos’è questo?”). Ovvero quello che si devono essere chiesti i primi stupiti
acquirenti delle geniali finestre in grado di venire aperte rimanendo chiuse.
Talvolta certe espressioni tedesche, come del resto accade anche per molte
altre parole di origine straniera, naturalizzandosi italiane modificano il
loro significato originario. In Germania, ad esempio, nessuno si sognerebbe di
festeggiare la recente cattura di numerosi capicosca parlando di un audace
blitz della polizia. Da quelle parti, infatti, per acciuffare i criminali
le forze dell’ordine preferiscono compiere una Razzia, termine che può
indurre un orecchio italiano a sospettare i poliziotti tedeschi di metodi
troppo spicci, quasi da vandali.
Passando da una lingua all’altra non di rado molti termini acquistano nuovi
significati, del tutto sconosciuti in patria. Non c’è da stupirsi allora che
nel trasformarsi creino un po’ di baraonda o, come si dice in Germania con un
buffo termine di vago sapore italico, accada un bel Remmidemmi.
Per scovare la più interessante espressione teutonica tra le molte parole
emigrate, il “Consiglio Tedesco per la Lingua”
(www.deutschersprachrat.de) ha lanciato in questi giorni un concorso aperto a
tutti. Anche a Bossi, il noto politico dal fine talento neologista che prima
di venire a più miti consigli con Sua Emittenza soleva sbeffeggiarlo con lo
scoppiettante appellativo di Berluskaiser. Questi a sua volta, forse
invidioso dell’inventiva padana o magari ispirato dalle Sturmtruppen di
Bonvi, un giorno attaccò come un panzer un suo allibito avversario
tedesco dandogli del kapò in eurovisione. E se avesse potuto, siamo
sicuri, per la rabbia lo avrebbe pure spedito in una stamberga a fare
lo sguattero. Non pare che il malcapitato abbia gradito lo scherzo,
ritendendo piuttosto un tale comportamento degno di psicoanalisi.
Sebbene la mentalità italiana sia spesso improntata a faziose divisioni tra
guelfi e ghibellini, non si creda tuttavia che l’amore per i
germanismi trovi adepti solamente a destra. Come si spiegherebbe altrimenti il
fatto che Nanni Moretti abbia deciso di intitolare la propria casa di
produzioni cinematografiche con il dolce nome di Sacher? E vogliamo
forse illuderci che l’Antonio Di Pietro del «che c’azzecca?» non
conosca la germanica origine del ruspante tormentone molisano, assurto a
Leitmotiv delle sue celebri arringhe ai tempi di Tangentopoli (aihmè, una
parola, questa, di pura origine italiana)? Solo chi avesse trincato
troppa birra o brindato tutto il giorno a Riesling,
magari facendo indigestione di strudel o Delikatessen potrebbe
comettere un simile errore.
Sia come sia, c’è da stare sicuri. Sinistra o destra, molti connazionali
tenteranno la sorte e parteciperanno al concorso: dopotutto c’è il Risiko
di vincere un viaggio culturale a Berlino per due persone. Perché dai bimbi
del Kindergarten ai filosofi esistenzialisti, dalle baite
valtellinesi all’hinterland napoletano da secoli tutta l’Italia è un
accogliente albergo per idee e concetti “made in Germany”.
Il Sole 24 Ore - 25 Giugno 2006
Hitler non aveva l’asiatica
Torna l’Historikerstreit? In occasione dei vent’anni
dallo scoppio dell’infuocato dibattito che divise aspramente gli intellettuali
tedeschi, la Frankfurter Allgemeine Zeitung pubblica una lettera
inedita dello storico Golo Mann (1909 – 1994), figlio di Thomas, indirizzata
nel 1986 a Joachim Fest, biografo di Hitler e al tempo caporedattore del
giornale di Francoforte. Fu sulle pagine della prestigiosa F.A.Z. che il 6
giugno di quello stesso anno lo storico Ernst Nolte gettò un sasso destinato a
trasformarsi in valanga. Nel suo articolo intitolato «Il passato che non vuole
passare», in origine concepito per una conferenza a cui poi non intervenne,
Nolte accusava quei suoi colleghi convinti dell’unicità dell’Olocausto di
chiudere gli occhi su altri genocidi, come le stragi in Vietnam o in
Afghanistan. Rivolti solo alla Germania di Hitler, incuranti della complessità
di ogni analisi storica, secondo Nolte essi avevano preso in ostaggio la
storia tedesca rendendo così il nazismo una «spada che incombe sul presente».
In particolare per Nolte la dittatura nazista costituiva sostanzialmente una
reazione difensiva al terrore “asiatico” del regime comunista sovietico.
D’altro canto, si chiedeva retoricamente nel suo articolo, «L’arcipelago Gulag
non era più originario di Auschwitz?».
Il pandemonio non tardò a scatenarsi. Dalle pagine della Zeit Jürgen
Habermas colpì duro. Dopo aver strapazzato un lavoro dello storico Andreas
Hillgruber, discepolo di Nolte, paragonando l’autore a «un paziente che
sottopone la propria coscienza storica a un’operazione revisionista», Habermas
attaccò l’«avventuroso argomento» del suo maestro, accusandolo di voler
minimizzare come semplice «innovazione tecnica» il mostruoso apparato nazista
di annientamento della popolazione ebraica. E non si disse neppure troppo
sicuro dell’opportunità di quella commissione statale voluta dall’allora
cancelliere Helmut Kohl e incaricata di realizzare la grande mostra sulla
storia della Germania che, dopo una ventennale pianificazione, proprio la
settimana scorsa ha aperto i battenti a Berlino tra il generale apprezzamento
della stampa tedesca, sempre molto attenta e vigile verso ogni manifestazione
di patriottismo germanico (http://www.dh-museum.com).
Dopo l’intervento di Habermas la polemica si allargò a numerosi altri
intellettuali, tra cui lo storico Wolfgang Mommsen e il giornalista Rudolf
Augstein, fondatore dello Spiegel. Lunghi articoli sulle riviste,
risposte e controrisposte costituirono le munizioni concettuali di quella che
sarebbe poi diventata famosa come la “controversia degli storici”.
Tra le molte voci intervenute non si ascoltò però quella di Golo Mann, un
intellettuale solito a prendere pubblica posizione nei dibattici
storiografici. Ora sappiamo che preferì dire la sua solamente in forma
privata, anche perché «troppo carico di lavoro e paralizzato da preoccupazioni
famigliari». La lettera pubblicata va così a ingrossare la già folta schiera
dei critici di Nolte, sebbene questi non venga mai nominato di persona da
Golo.
Dopo aver esordito sottolineando una verità che «non ci si dovrebbe vergognare
di dire», ovvero che «fin troppi ebrei sarebbero voluti diventare nazisti, se
solo questo fosse stato loro consentito», Mann fa notare che già durante la
stesura del Mein Kampf Adolf Hitler era bramoso di conquistare “spazio
vitale” a scapito dell’Unione Sovietica, uno Stato a suo parere indebolito
dalle infiltrazioni ebraiche. Secondo Mann i propositi belligeranti del capo
del nazismo dimostrano chiaramente l’infondatezza della tesi circa una
presunta paura “asiatica” del Führer. Sebbene questi possa venire paragonato a
Stalin, acconsente Mann, egli tuttavia rimane un personaggio assolutamente
unico. Mentre Stalin prese infatti le mosse da una precedente e «autentica
rivoluzione proletaria», come i moti del 1905 a San Pietroburgo, «Hitler
stesso era la rivoluzione. Senza di lui il nazismo non ci sarebbe stato, o
sarebbe stato qualcosa di completamente diverso». Come unico ed eccezionale fu
il terribile evento dell’Olocausto «di cui lui solo era stato il padre
spirituale». D’altra parte, anche a voler insistere con la paura asiatica,
«per l’amor del cielo, cosa ha a che fare questo con l’annientamento degli
ebrei europei? Non erano per nulla asiatici!».
«Mi dispiace molto che alla F.A.Z. non sia venuto in mente nient’altro che
pubblicare una lettera scritta allora da un uomo come Golo Mann, verso cui
solitamente ho molta stima» ci ha dichiarato Ernst Nolte, che nell’ultimo
lavoro uscito in Italia due anni fa presso Sansoni, La guerra civile
europea 1917-1945, considera l’Europa della prima metà del Novecento un
unico vasto campo di battaglia tra nazionalismo e comunismo. Circa la lettera
di Golo Mann, puntualizza Nolte, «la realtà è che a quarant’anni dalla fine
della Seconda Guerra Mondiale, oltre alla necessaria e onnipresente critica
verso Hitler, in questo scritto egli si rifiuta di accogliere la sfida a
formulare nuovi tentativi di pensiero». Eppure, fa infine notare il professore
«la lettera contiene alcuni punti innovativi». Proprio stando a quanto scrive
Golo Mann, infatti, «chiaramente la rivoluzione di Hitler era da considerarsi
“inautentica” o al massimo una “rivoluzione controrivoluzionaria”».
Insomma, criticando Nolte Golo Mann gli avrebbe dato anche un po’ di ragione.
Il Sole 24 Ore - 11 Giugno 2006
Arrovellamenti teutonici
«Cosa significa essere tedesco?». Da venerdì scorso il Museo
Nazionale Germanico di Norimberga dedica al problema una mostra («Che cos’è
tedesco?», fino al 3 ottobre, per informazioni:
www.was-ist-deutsch.info). Autori, pensatori, paesaggi ma anche oggetti,
tic e stranezze. Insomma, tutto quello che sa di Germania, sconfinando anche
nel pop e senza naturalmente dimenticare la nostalgia per l’Italia. Da Goethe
alle bagnanti di Rimini, tappa obbligata per ogni tedesco che si rispetti.
Perché in verità l’anima teutonica si arrovella da sempre sulla propria
identità, sebbene talvolta appaia a chi non la conosce come un po’ troppo
sicura di sé, quando invece al suo interno è scossa da un’insicurezza
profonda. Tutti i grandi figli della Germania, così come le menti più ignobili
da essa prodotte, hanno sempre avvertito il bisogno di dedicarsi
all’interrogativo. Al contrario dei molti che in ogni tedesco scorgevano un
barbaro belligerante, Thomas Mann coglieva nella virtù borghese della medietà
«l’idea tedesca per eccellenza». Nietzsche, uno di quegli spiriti liberi che
come Rilke avevano passato la maggior parte del proprio tempo a girovagare
lontano dalla patria, era assai più pungente: «cosa penso dei tedeschi: vivono
nel passato o nel futuro, non hanno un oggi». Forse aveva in mente quell’Hegel
per cui la Germania e la sua lingua rappresentavano la nuova casa della
cultura greca. Ma Daniel Paul Schreber, presidente impeccabile della Corte
d’Appello di Dresda poi divenuto completamente pazzo, si spinse oltre.
Nell’affascinante Memorie di un malato di nervi si dichiara certo di
aver ascoltato la lingua di Dio: «un tedesco un po' arcaico ma pur sempre
vigoroso». Non si può allora non dar ragione a Theodor Adorno, quando in un
saggio incentrato proprio sulla capitale domanda dichiarava: «se si deve
supporre qualcosa come specificatamente tedesco, allora esso è questo fondersi
del grandioso, che non si rassegna ad alcuno dei limiti convenzionalmente
posti, con il mostruoso». Ecco allora perché il grande storico Tacito, secoli
e secoli prima commentava lapidario e con romano disprezzo: «Germani fingunt
et credunt», ovvero i tedeschi prima si inventano le cose e poi finiscono per
crederci veramente. In realtà tuttavia l’odiosa sicurezza della propria
superiorità fisica e morale, con cui i nazisti si illusero di dare una
risposta all’impegnativa domanda sulla loro natura, lungi dal placare i dubbi
della coscienza tedesca, ha finito per renderla ancora più inquieta. Nei mesi
passati per dare slancio a un Paese pessimista e brontolone una strabordante
campagna mediatica ha riempito le pagine dei giornali e gli schermi televisivi
gridando entusiasta ad ogni abitante della Repubblica Federale, qualsiasi
fosse il colore della sua pelle: «tu sei la Germania!». Perché se allo
straniero il Paese è apparso spesso come una terra misteriosa in cui risuona
una lingua ostile, in verità la ricchezza di usi e costumi, la pluralità di
opinioni e la varietà dei dialetti ogni volta soprendono il visitatore che ha
deciso di spingersi all’interno dei suoi confini. Di questo la Repubblica
Federale è consapevole. Ed è intenzionata, come una ragazzina stanca di essere
presa soltanto per la secchiona d’Europa, a cogliere nell’appassionante
rendez-vous planetario dei prossimi Mondiali di Calcio l’occasione per
mettere una buona volta in mostra anche la propria bellezza, nella segreta
speranza di poter finalmente sedurre e farsi amare, anziché solo e sempre di
venire stimata.
Il Sole 24 Ore - 4 Giugno 2006
Peppone in versione elettronica
Tutto sommato Lara Croft è una
ragazzina viziata e con la mania di esplorare tombe. Perché se anche Tomb
Raider – il popolarissimo videogioco che l’ha resa famosa – non avesse
venduto manco una copia, la “squinzia” digitale avrebbe sempre potuto
continuare a trastullarsi fra gli agi dello splendido maniero paterno. Vuoi
mettere con Super Mario, l’idraulico tricolore prestato ai videogiochi? È dal
1981 che la Nintendo, il colosso nipponico del divertimento informatico, lo
spedisce ad affrontare scimmioni, spaccare cubetti volanti e disinfestare
tubature da fastidiosi mostriciattoli. Così, dopo venticinque anni di onorata
carriera, decine di videogiochi a lui dedicati e milioni di copie vendute, tra
i ragazzi Mario è diventato il proletario più famoso del mondo. Oddio, forse a
cercarlo qualche venti-trentenne ignaro delle sue gesta lo si troverà anche.
Probabilmente in luoghi non ancora raggiunti dall’energia elettrica.
Comprensibile è invece che le generazioni più adulte e meno inclini
all’informatica ludica tuttora scambino l’impavido omino elettronico per un
novello Peppone. Dopotutto, con il lavoro che svolge, la tuta rossa che
indossa e i baffoni alla Stalin che gli hanno affibbiato, casomai Berlusconi
se lo trovasse di fronte ci metterebbe poco a dare anche a lui del comunista.
Ma lungi dall’essere un relitto ideologico, Super Mario è invece una
scintillante icona pop dei nostri tempi. Celebrata non solo attraverso le
imprese elettroniche e gli innumerevoli gadget a lui dedicati, ma approdata
persino a Hollywood con un film girato negli anni Novanta insieme al fratello
Luigi, suo compagno di avventure. Della vita e delle mirabolanti gesta del
saltellante idraulico fatto di bit è ora possibile conoscere i più reconditi
dettagli grazie al nuovo e-book di Paolo Branca, una biografia – non
autorizzata – del nostro compatriota elettronico. Super Mario nasce italiano
in Giappone dalla fantasia di Shigeru Miyamoto, ingegnere Nitendo e moderno
Mastro Geppetto, che nonostante gli scarsi mezzi a disposizione (allora i
computer erano ancora oggetti circondati dal mistero), riesce a creare un
buffo personaggio, tanto esotico quanto immediatamente riconoscibile al
pubblico giapponese. Nasone, baffi e basette stilizzati riescono in pochissimi
pixel a delineare efficacemente il protagonista di Donkey Kong, un
videogioco in cui Miyamoto dà vita a una fiaba elettronica, frutto di un
sapiente mix tra King Kong, Braccio di Ferro e la Bella e la Bestia. Avanzando
tra rampe insidiose e scansando botti scagliate da un furente gorilla, il
giocatore ha il compito di condurre Mario, assunto in un primo tempo come
impavido carpentiere, verso una fanciulla tenuta prigioniera dal mostro
peloso. Sembra un’idiozia. Forse lo è. Ma rispetto all’aridità di certi
classici del video come il monotono Space Invaders, quello di Miyamoto
è un vero e proprio racconto, balzano e ridotto ai minimi termini, ma capace
di impreziosire l’azione frenetica del gioco. Chi prende in mano il joystick
sembra diventare vittima di un incantesimo e dallo schermo non riesce più a
staccarsi. Il fatturato della Nintendo nel settore dei cabinati per sale
giochi aumenta di quattordici volte: «Santo subito!» pare abbiano gridato i
dirigenti del colosso nipponico alla volta di Mario. Nell’immediato seguito
della prima puntata il suo creatore inverte i ruoli e trasforma l’idraulico in
cattivo e la scimmia nella vittima da liberare. Perché se Mario di certo non è
un lavoratore precario, assunto com’è in pianta stabile da più di un quarto di
secolo, nondimeno la sua attività richiedere costante eclettismo e
flessibilità.
Nei successivi giochi in cui Super Mario è protagonista – ormai sono più di
cento – l’idraulico italiano dimostra di saper fare proprio di tutto:
calciatore, tennista, giardiniere, procione, lottatore, pilota e,
prossimamente, cosmonauta.
Di Pauline, la ragazzetta salvata nel primo episodio, si sono invece da tempo
perse le tracce. Che abbia fatto la fine di Arianna, piantata in (N)asso da
uno scocciato Teseo?
Super Mario. L’icona
Nintendo e i suoi mondi, Apogeo, Milano 2006, pagg. 80, € 7.
Il Sole 24 Ore - 21 Maggio 2006
Mia madre, dal divorzio
alla lotta armata
Com’era avere per mamma una scrittrice divenuta terrorista? Ce lo racconta
Bettina Röhl, figlia di Klaus Röhl (1928) e Ulrike Meinhof (1934 – 1976),
membro fondatore della famigerata Rote Armee Fraktion, in un libro che è anche
una documentata biografia intellettuale sulla “peggio gioventù” del dopoguerra
tedesco (So macht Kommunismus Spaß! [Così il comunismo diverte!],
Europäische Verlagsanstalt, Amburgo 2006, pagg. 677, € 29,80).
Sin dai primi vagiti Bettina e la sorella Regine respirano aria d’impegno
politico. Il parto gemellare viene festeggiato da un bel mazzo di rose –
rosse, naturalmente – dono del Partito Comunista Tedesco. I due genitori ne
sono membri clandestini: per il governo di Bonn l’associazione con sede a
Berlino-Est è illegale. Il padre Klaus è il fondatore e l’editore della
rivista studentesca KONKRET, sulle cui pagine scrive pure Stefan Aust,
oggi a capo del prestigioso settimanale Der Spiegel. Ulrike ha
ventisette anni e dirige la rivista del marito. Poco prima del parto le è
stato diagnosticato un tumore al cervello, da operare immediatamente,
prolungando così di quattro mesi la permanenza in ospedale. La giovane ne esce
guarita e agguerrita più che mai, risoluta nel dimostrare a tutti come la
malattia non abbia per nulla minato il suo carattere volitivo e radicale.
Sebbene uniti dalla passione politica e dall’attività giornalistica, Klaus e
Ulrike si assomigliano ben poco. Lui espansivo, istrione, amante e seduttore.
In seguito ripudierà il proprio impegno a sinistra. Lei dura, cerebrale,
fiera. Per le sue idee sceglierà la violenza. Lui la stima, ma non la ama. Lei
al primo incontro nel ’58 a Francoforte durante i movimenti di protesta
antiatomici trova Klaus «ripugnante». Tra un citazione della Bibbia e una di
Marx, tuttavia, il fascino e la parlantina di lui vincono le diffidenze della
donna. Nel ‘60 in Toscana trascorrono le prime vacanze insieme. L’anno dopo, a
Natale, si sposano.
Ulrike è tanto convinta dell’utopia comunista da volerla «realizzare
mettendola in pratica con le sue figlie», psicanalizzandole dal primo giorno
di nascita e cercando sistematicamente di imporre eguaglianza tra le due
gemelline. Una delle quali, Bettina, per una balzana idea del padre – subito
cassata da Ulrike – si sarebbe dovuta chiamare Raperonzolo, come la
protagonista di una fiaba dei fratelli Grimm.
In famiglia non mancano i soldi. La DDR finanzia i coniugi consegnando loro
ogni mese 40.000 marchi in contanti. È una delle tante manovre di
infiltrazione tra gli studenti compiute dalla Germania Est nella Repubblica
Federale, documentate dalla Röhl per mezzo di interviste a ex cittadini
orientali e funzionari di partito, convinti che «senza il nostro lavoro i
movimenti studenteschi del Sessantotto non sarebbero stati possibili». Grazie
alla generosità di Berlino-Est i genitori di Bettina possono lavorare
agiatamente alla rivista, criticando aspramente l’Ovest con titoli al vetriolo
come «Hitler in voi», ma vivendoci senza troppe preoccupazioni economiche.
Quando però Klaus Röhl, su invito della Germania orientale, si mette in
viaggio al di là del muro per una serie di articoli sulla meraviglia
socialista, si disamora alla causa e pubblica un reportage troppo poco
propagandistico. La fiducia dei funzionari verso la sua rivista viene meno. E
insieme alla fiducia, spariscono i soldi. KONKRET prima cessa le
pubblicazioni, poi riprende a fatica, infine acquista schiere sempre maggiori
di lettori e una tiratura di oltre centomila copie. Ulrike lavora in casa alla
sua rubrica mensile, è sempre indaffarata e pensosa, Bettina e sorella non
possono assolutamente disturbarla.
Per le differenze caratteriali, la coppia entra in crisi. Alle bimbe il papà
parla sempre di donne e quando le porta a fare la spesa gioca con loro a
cercare «una bella commessa». Ulrike le esorta invece a disprezzare ogni
canone estetico, perché ciò che conta è solo l’intelligenza. Più che una
mamma, «era una psicologa infantile». Durante una visita in Italia da Inge e
Giangiacomo Feltrinelli, amici di Castro e «mecenati delle rivolte
studentesche», cercano di ricucire il rapporto, mentre un autista li scarrozza
in giro per Milano. Invano. L’infedeltà di Klaus è ormai plateale. Per la
coppia il Sessantotto significa innanzi tutto il divorzio.
Ulrike Meinhof si trasferisce con le figlie in una comune a Berlino, in cui
vive pure Rudi Dutschke, il Mario Capanna tedesco. La donna radicalizza sempre
più le proprie idee. È qui che comincia quella sua “seconda vita” che la
porterà nel maggio del 1970 ad assaltare il carcere dove è detenuto
l’estremista Andreas Baader e darsi con lui alla macchia. Le due bimbe,
nascoste in Sicilia agli occhi di Klaus dagli amici della Meinhof, vengono
infine ricondotte al padre grazie al rocambolesco intervento di Stefan Aust.
Che riesce a scovarle prima della madre e dei suoi compagni armati, in
partenza per la Giordania dove una scuola di terrorismo di marca palestinese
li trasformerà in spietati guerrieri, pronti a morire per la rivoluzione.
Il Sole 24 Ore - 14 Maggio 2006
Il fascino
perverso del bandito
Il crimine affascina. Da Caino a Provenzano, passando per Lupin e
Vallanzasca, non v’è famoso malvagio – immaginario o reale – che manchi di
esercitare il proprio diabolico charme su tutti noi, cittadini perbene. Forse
per questo Schiller ambientò il suo primo celeberrimo dramma proprio tra i
banditi. Al debutto de I Masnadieri (1781) il pubblico fu talmente
scioccato da trasformare «il teatro in un manicomio» e, come ogni formula di
successo, il capolavoro schilleriano produsse una sequela di opere dedicate
alle gesta dei briganti. Il Rinaldo Rinaldini (1799) di Christian
August Vulpius, ad esempio, popolare romanzo tedesco all’insegna del “sex and
crime”, il cui protagonista è un fascinoso bandito italiano. Il dimenticato
Vulpius era cognato di Goethe, che a sua volta nel Götz von Berlichingen
(1773) narrò con ben più capace maestria la storia di un rude cavaliere
dall’eloquio spiccio e le domande provocanti: «siamo briganti noi o lo sono
gli avvocati?».
Proprio al crimine e ai
banditi il Museo della Comunicazione di Francoforte dedica ora un’insolita e
curiosa mostra dal significativo titolo O la borsa o la vita!
Ampio è lo spazio riservato
agli aspetti culturali del fenomeno, con un’interessante analisi della
delinquenza nella produzione letteraria, spesso incline a descrivere i
furfanti in modo bonario se non proprio ammiccante. Dai capolavori
schilleriani si passa a Robin Hood per arrivare all’arte pop di fumetti come
Lucky Luke e la Banda Bassotti, mentre l’italiano Diabolik è assente
ingiustificato. Dipinti e litografie popolari raffiguranti predoni “al lavoro”
preparano lo spettatore a un interessante excursus sulle imprese criminali
immortalate dal cinema, dove ci sarebbe piaciuto vedere citato anche
Romanzo Criminale del nostro Michele Placido, recentemente in concorso
alla Berlinale.
La ricca mostra curata da Klaus Beyrer affianca agli aspetti culturali e
storici sezioni di impronta sociologica, con grafici e cifre utili per
analizzare la malavita dal punto di vista statistico. Non si dimentica poi di
soffermarsi sulla minuta pratica ladresca, a cui fa da pendant la minuziosa
attività indagatoria e repressiva della polizia. Pistole e coltelli d’antan,
arnesi da scasso e casseforti sfondate si accompagnano così a foto
segnaletiche, scomode manette e numerosi gadget investigativi escogitati per
facilitare il duro lavoro dei tutori dell’ordine. Al centro delle imprese
criminose illustrate vi sono l’assalto alla diligenza per i delitti rétro e la
rapina bancaria per i furti moderni. Scopriamo così che nella metà
dell’Ottocento le poste danesi ebbero la trovata di costruire una scivolosa
carrozza postale a forma di palla da cannone per scoraggiare i bricconi dal
lanciarsi in corsa sulla loro preda. Poiché non risulta che le poste di altre
nazioni abbiano adottato simili forme per le loro vetture, c’è da dedurne che
la trovata ebbe scarso successo come deterrente.
Un capitolo a parte sui furti in banca è dedicato alle donne rapinatrici.
Specie rara, visto che il 95% di quelle imprese viene commesso da uomini.
Tuttora i criminologi non sanno spiegare con certezza i motivi di un tale
squilibrio a (s)favore del gentil sesso. Certo è che se allo sportello si
presenta una donna armata, spesso il movente non è solamente l’avidità di
danaro, quanto piuttosto una convinzione politica estremista.
In ultimo, a dimostrazione che i criminali ne sanno una più del diavolo, ma i
pubblicitari una più dei criminali, la mostra espone una pubblicità
automobilistica del 1997, uscita a Zurigo pochi giorni dopo una rapina
bancaria. Il cospicuo bottino carpito dai malavitosi sarebbe potuto essere
ancora maggiore se, per la fuga, i banditi non avessero usato un’auto troppo
piccola. «Cari rapinatori», puntualizzarono quindi gli astuti uomini-marketing
a caratteri cubitali sui giornali cittadini, «nella Mazda E200 ci sarebbe
stato posto fino a 70 milioni di franchi».
Geld
oder Leben! Vom Postkutschenüberfall zum virtuellen Datenraub
[O la borsa o la vita! Dall’assalto della diligenza al
furto virtuale delle informazioni], Museo della Comunicazione di
Francoforte, a cura di Klaus Beyrer, Fino al 17. Settembre 2006. Catalogo €
34,80
Il Sole 24 Ore - 23 Aprile 2006
Il poeta si mise in moto
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«Cosa facevano gli uomini prima dello sport?», si chiedeva
Siegfried Kracauer nel 1927. Faticavano in altro modo. Perché secondo
l’erudito sociologo, nonché amico intimo di Theodor Adorno, l’agonismo di
massa è un fenomeno caratteristico della modernità. Opinione condivisa da
molti intellettuali del Novecento, per cui il diffondersi delle pratiche
sportive è un chiaro segno di mutamento sociale.
In occasione dei prossimi mondiali di calcio la Germania celebra ora l’unione
di muscolo e cervello con un libro fotografico (Elisabeth Tworek e
Michael Ott, SportsGeist. Dichter in Bewegung, [Spirito sportivo. Poeti in
movimento] Arche, Amburgo, pagg. 149, € 17) e una doppia mostra a
Monaco e Lubecca.
Il giovane Robert Musil, ad esempio, gareggiava a tennis, tirava di scherma e
veleggiava con tale passione «da rischiare parecchie volte l’annegamento».
Insomma, ce n’era abbastanza per convincersi che «lo spirito del secolo mi ha
colto tempestivamente». Ma sulla funzione edificante delle competizioni
sportive nutriva dubbi: «può essere che due boxeur, intenti a ferirsi
reciprocamente, avvertano cameratismo l’uno per l’altro, ma sono due, e
ventimila li stanno a guardare provando contemporaneamente ben altro». Proprio
la box affascinava invece Bertold Brecht, convinto che «il grande sport inizia
quando da tempo ha smesso di essere salutare». Nei movimentati incontri di
pugilato della Berlino anni Venti, frequentati con entusiasmo da nobili,
notabili e popolani, il drammaturgo vedeva un modello per la propria
rivoluzionaria concezione di teatro antiborghese. Sempre a Berlino, sempre in
quegli anni anche Vladimir Nabokov si entusiasmava per la boxe. A calcio
giocava nella squadra degli immigrati russi come «un portiere eccentrico ma in
qualche modo grandioso» . Perché era convinto che in un gioco di squadra il
ruolo in porta fosse l’unico adatto a un tipo stravagante come lui,
appassionato pure di scacchi e grande cacciatore di farfalle. In gioventù
aveva anche dato lezioni di tennis riuscendo così a raggranellare con lo sport
qualche spicciolo per tirare avanti. Forse per questo la sua conturbante
Lolita è maestra nel compiere impareggiabili servizi con la racchetta,
ammirati dal professor Humbert come fossero piccole opere d’arte. Felix Krull,
Hanno Buddenbrook e molti altri protagonisti degli scritti di Thomas Mann
nutrono diffidenza verso gli esercizi ginnici. D’altra parte lo stesso Thomas
non amava granché le flessioni: «la lezione di ginnastica è la cosa più
ripugnante che ho mai provato». Per Mann l’ambito sportivo apparteneva a
quella sfera di vita borghese da cui l’artista si sentiva escluso. Quando
nella Montagna Incantata Hans Castor si mette in testa di comprare un
paio di eleganti sci, lo fa in compagnia del loquace Settembrini che «di sport
non capiva un’acca». Infilatisi poi un giorno gli attrezzi ai piedi, Hans
parte alla volta di una scampagnata che gli procurerà un bello spavento.
Molto più spericolata del padre, Erika Mann bruciava di passione per
l’automobile. «Se vuoi indagare qualcuno non andarci a teatro, né portalo a
cena o a ballare. Fa un viaggio sportivo, vai con gli sci o al meglio portalo
in auto». Erika sapeva quel che diceva. Rara donna pilota, nel 1931 aveva
addirittura partecipato a un rally automobilistico lungo 10.000 chilometri. E
l’aveva persino vinto. Il fratello Klaus invece assomigliava più al padre e
anzi amava snobisticamente distanziarsi dagli “sportboys” e da tutta la gente
normale. Eppure anche lui era molto meno pantofolaio di quanto amasse far
credere. Al mare - annota sul diario – spesso sguazza con grande soddisfazione
tra le onde. Le stesse immersioni marine a cui il nostro Claudio Magris per
nulla al mondo rinuncia quando si trova nella sua Trieste.
La passione per l’alpinismo univa invece Dino Buzzati ed Hermann Hesse. Anche
se il primo non è mai stato colto a conquistare le vette privo non solo di
attrezzi, ma anche di indumenti, come è invece capitato all’autore del
Giuoco delle Perle di Vetro.
Per il giovane Albert Camus il calcio significava non solo passione ma anche
possibilità di riscatto sociale. In campo non vi erano differenze di ceto,
religione o provenienza. Lì non contava la sua provenienza dai bassifondi di
Algeri. Ma per l’eccessiva attività fisica, a suo dire, un giorno Camus si
ammalò di tubercolosi polmonare. E pure Jacques Derrida, altro filosofo di
origini algerine, in gioventù si era dato con passione al gioco del calcio.
Sport amato moltissimo da Pier Paolo Pasolini, tanto da parlarne di frequente
nei propri romanzi, saggi e interviste. Attento osservatore dei cambiamenti
sociali, Pasolini vedeva in quel gioco di estrema popolarità «l’ultima
rappresentazione sacra del nostro tempo». E proprio su un campo di calcio egli
trovò la morte.
Il Sole 24 Ore - 9 Aprile 2006
Lem: «Odio la fantascienza»
Certe oniriche canzoni dei Passengers, la band sperimentale targata U2
& Brian Eno che nell’unico disco inciso s’inventò colonne sonore di film
inesistenti, sembrano composte per le splendide e rarefatte atmosfere di
Solaris. Non parliamo qui del recente flop hollywoodiano, con un George
Clooney nudo di tergo, bensì della magistrale riduzione cinematografica di
Andrej Tarkovskij tratta dal più noto e conturbante romanzo dello scrittore
polacco Stanislaw Lem, morto lunedì scorso all’età di ottantacinque anni.
L’idea di citare opere inesistenti, comune ai Passengers come a Lovecraft,
Borges o al Thomas Mann della Morte a Venezia, l’aveva d’altronde già
sviluppata lo stesso Lem in Vuoto Assoluto (1971). Un romanzo «pieno di
sogni irrealizzati», in cui Lem tuttavia non si limita a inventare testi mai
esistiti, ma si spinge addirittura a comporre pseudorecensioni per tutti gli
inesistenti libri scaturiti dalla propria scintillante fantasia. Giungendo a
scrivere un discorso ufficiale per il conferimento di un premio Nobel mai
assegnato a un libro mai scritto. E anche se nella realtà il Nobel è rimasto
per lui un sogno sfumato, il grande successo delle sue opere ha reso Lem uno
dei più famosi autori europei di fantascienza del Novecento. Definizione che
gli andava troppo stretta, proprio come accadeva al suo collega statunitense
Philip K. Dick. «Non sono né un conoscitore né un amante della cosiddetta
“science fiction”. A mio parere il meglio di quello che ho scritto sono alcuni
libri che hanno un rapporto curioso con quel genere» ha messo in chiaro lo
scrittore nell’intervista con Patrick Grossmann comparsa sull’ultimo numero
della rivista tedesca Galore, quasi una sorta di testamento spirituale.
Non erano infatti le diavolerie tecnologiche a interessare Lem, del tutto
imperturbabile al fascino dei computer, anche se di recente aveva venduto le
sue memorie di cittadino del patto di Varsavia a una società giapponese, e non
per farne un libro bensì un videogioco. Verso il progresso nutriva ben poca
fiducia: «chi sale in cima ha la certezza di una cosa sola – che tutte le
strade portano in basso». Men che meno credeva alle pretese egalitarie di
Internet o alle comunità di sviluppo “open-source”: «c’è da disperarsi. [...]
Come si fanno a filtrare i pensieri più intelligenti e creativi? Non basta un
programma, bisogna costituire delle commissioni». Sebbene avesse subito la
dittatura Lem non era tenero con la sovranità riconquistata dalla sua Polonia:
«siamo sinceri. Vi è un solo motivo per cui la democrazia è di moda – non c’è
nulla di meglio. Ma oso mettere in dubbio che ciò porti automaticamente a una
riduzione dei conflitti». Lem possedeva l’arte di stupire e avvincere di
continuo. I suoi lettori lo sapevano bene. Nel fantapoliziesco L’indagine
(1959), ad esempio, le forze dell’ordine si arrabattano con un crimine di
cui addirittura non esiste né movente né autore e nemmeno l’esatta scienza
matematica riesce a dipanare l’inspiegabile assurdità. Un esperimento
letterario ripetuto con il racconto Katar (1976), ambientato tra Roma,
Napoli e Parigi. Ma i misteri esplorati dai romanzi di Lem si celano
soprattutto nelle profondità della psiche. Umana e non, come nel già citato
Solaris (1961), in cui uno scienziato cosmonauta studiando un enigmatico
oceano dotato di intelligenza propria si scopre turbato da allucinazioni che
gli fanno rivivere dolorose esperienze del passato, come la morte della
moglie, verso cui nutre profondi sensi di colpa.
Lo stesso Lem era un mistero a sé stesso: «non mi conosco. Non conosco la
fonte da cui provengono le mie idee». Eppure, nonostante i molti libri fervidi
di invenzioni e spunti di riflessione, non voleva essere considerato né un
filosofo né tanto meno un visionario: «Certo potrei scegliere di agghindarmi
con questa bella parola. Potrei anche mettermi lì ad ammirare ogni giorno le
mie cinque lauree honoris causa conferitemi da università tedesche. Ma non si
tratta di questo», confessava a Grossmann. Perché nonostante il successo e
l’incredibile intelligenza (180 punti di QI), lo sguardo vivo e ironico di
Stanislaw Lem non mancava di posarsi innanzi tutto su sé stesso. «Fosse per
me» ammetteva sornione «si potrebbe buttare nella spazzatura un buon 30% delle
mie prestazioni letterarie. Questo e quello invece si mantengono ancora». E a
chi gli raccontava di aver letto tutti i suoi romanzi, rispondeva: «devo
ringraziarla o scusarmi?».
Il Sole 24 Ore - 2 Aprile 2006
Un’aranciata per la Wehrmacht
Martedì a Berlino sventolavano croci uncinate. Ma niente paura. Era il
set di un film comico su Hitler. Tutto sommato, un buon segno. Dopo decenni
trascorsi a riflettere sul proprio passato nazista, ora la Germania sembra
averlo sufficientemente metabolizzato. A tal punto da potersi permettere di
osservarlo con distaccata ironia. Non per minimizzarne la gravità, bensì per
indagarne il lato più quotidiano e grottesco. Come hanno fatto Hans-Jörg e
Gisela Wohlfromm, compilando una miscellanea di curiosità sul Terzo Reich
lodata persino dallo storico Ian Kershaw (Und morgen gibt es Hitlerwetter
[E domani c’è un tempo da Hitler], Eichborn, Francoforte 2006, pagg. 301,
€ 19,90).
Scopriamo così che nella Germania permeata dal culto del Führer un’offesa al
capo supremo, espressa tra le mura domestiche da un coniuge con la luna
storta, era motivo sufficiente per ottenere il divorzio. Chi invece si
trastullava fischiettando certe filastrocche infantili, magari aggiornate per
l’occasione, come quella sui Dieci piccoli indiani che spariscono uno a
uno per ritrovarsi tutti a Dachau, rischiava una denuncia per «sospetta
preparazione di alto tradimento». Nel Terzo Reich poi era vietatissimo parlare
“di corda in casa dell’impiccato”, perché si dovevano evitare il più possibile
le espressioni di origine semitica. A sentire di certe misure discriminatorie
nell’Austria ai tempi dell’annessione, quando la “soluzione finale” non era
stata ancora messo in atto, invece, si è incerti se ridere o piangere. A tutti
i caffè viennesi frequentati da ebrei, ordinavano infatti gli zelanti
burocrati del regime, si doveva immediatamente ridurre «il rifornimento di
panna montata».
E se noto è l’obbligo imposto ai cittadini di origine giudaica di rendersi
riconoscibili tramite una stella gialla a sei punte, pochi sanno che anche per
i nazisti più infervorati era disponibile un certificato di provenienza. Si
trattava di un’etichetta appiccicata su tutte le merci prodotte
dall’associazione degli industriali ariano-tedeschi. Serviva per informare
l’accorto consumatore dell’immacolata origine del prodotto acquistato,
certificandone la lavorazione per via di «sole mani ariane».
C’era poi chi, non potendo fregiarsi di tali bollini, discretamente
mimetizzava le proprie ascendenze straniere. Come avvenne per la filiale
tedesca della Coca-Cola, fondata nel 1929 e subito entrata nelle grazie dei
camerati. Ad ogni manifestazione di partito ne tracannavano a ettolitri,
orgogliosamente convinti di bere tedesco. Prendendosi così una bella
cantonata. Un po’ come tutti quelli per cui stappare una lattina di Fanta
significa assaporare l’“american dream”. Perché la famosa bevanda al gusto di
aranciata venne inventata negli anni ’40 proprio in Germania, quando le scorte
necessarie a produrre Coca Cola andavano esaurendosi.
Ma la Fanta non è l’unica popolare eredità della dittatura hitleriana,
sopravvissuta indenne fino ai nostri giorni. Molti spettatori delle olimpiadi
invernali a Torino, per esempio, osservando la corsa dei tedofori avranno
pensato di partecipare alla celebrazione di un’antica usanza greca. E invece
assistevano a un cerimoniale architettato dai nazisti in occasione delle
Olimpiadi del 1936 di Berlino, quando la fiamma si accese per la prima volta
nella capitale del Reich. Lo svolgimento delle competizioni non andò a genio a
Hitler, che dovette assistere alla clamorosa vittoria di alcuni atleti
americani di pelle scura. Chissà invece come avrà preso la cosa
Alexander Olympio, cittadino del Reich e fervente
patriota. Con un piccolo “difetto”. Anche lui era scuro come il carbone,
perché originario del Togo, un tempo colonia tedesca. Olympio costituiva uno
spinoso problema per le autorità naziste. Nulla da eccepire sulla sua
«simpatia per la Germania e la disponibilità ad aiutarci», ma forse,
argomentava l’”ufficio per le politiche razziali”, era meglio sfruttare il suo
entusiasmo spedendolo a Parigi, anziché farlo rimanere in Germania, dove
avrebbe potuto suscitare perplessità «tra la popolazione, che non è ben
informata sulla sua situazione». Per tutto ciò che era di origini africane,
infatti, il Reich aveva ben poca stima. Tanto da bandire, pena l’arresto, ogni
trasmissione radiofonica di musica Jazz. Ma il rapporto dei nazisti con quelle
sonorità è più controverso di quanto si creda. Perché nella Germania di allora
vi fu addirittura una jazz-band sovvenzionata dal regime. Era una trovata di
Joseph Goebbels, che a un certo punto durante la guerra mise in piedi un
esamble di musicisti dediti a reinterpretare i grandi successi di quegli anni
con testi in chiave propagandistica e strofe del tipo «Bye-Bye Churchill, BBC,
BBC BBC/Your tricks won't work with Italy». La misteriosa band si chiamava
Charlie & His Orchestra (http://blog.wfmu.org/freeform/2005/03/charlie_and_his.html)
e si poteva captare in America sulle onde corte. In Germania della sua
esistenza nessuno doveva sapere. Ma più che votare gli americani alla causa
del Reich, pare che Charlie sia servito piuttosto ad avvicinare al jazz quei
pochi tedeschi che orecchiarono una loro performance.
Il Sole 24 Ore - 12 Marzo 2006
Scrittori con le spalle al muro
Si sa, nessuno è un grand uomo per il suo cameriere. Così,
andando maliziosamente a frugare nelle memorie del personale di servizio dei
membri del comitato centrale della DDR, capita di scoprire anche nella vita di
quegli “apparatcik” incolori qualche sapido gossip. Per quarant’anni guidarono
le sorti magnifiche e progressive della Repubblica Democratica Tedesca.
Abitavano tutti a Wandlitz, un’apposita zona residenziale a nord di Berlino,
composta da sobrie villette ben isolate, tramite una solida cinta di
protezione, dal resto del Paese. Uno Stato a sua volta interamente sigillato e
al riparo dal pericolo capitalista grazie al famigerato muro di Berlino.
Celati al mondo intero, i membri del politburo non potevano comunque sfuggire
agli sguardi dei loro camerieri. Uomini e donne scelti per servire i reggenti,
con l’obbligo di mantenere in eterno la consegna del silenzio. Nessuno ad
esempio doveva sapere che, nonostante il pubblico biasimo per il capitalismo
in generale e la Repubblica di Bonn in particolare, Honecker e compagni
preferivano di gran lunga il lusso e le merci occidentali ai
prodotti-surrogato fabbricati nel loro Stato di cartone. D’altronde, certe
merci sugli scaffali degli austeri negozi della DDR un cittadino qualunque non
le avrebbe potute trovare. Come le pile di videocassette a luci rosse, fatte
discretamente pervenire dai lascivi negozi della corrotta Berlino Ovest. Tutte
per la villetta numero 11 del complesso residenziale governativo di Wandlitz.
Proprio quella del presidente della DDR, un assiduo consumatore del genere,
tanto da farsi costruire un cinema privato per la bisogna. Cosa ne pensasse
Margot Honecker, sua sposa nonché ministro per l’istruzione popolare, rimane
un mistero. Meno pruriginosa ma più violenta, invece, l’altra passione
coltivata dal (quasi) inamovibile Erick, insieme a molti altri funzionari di
regime: la caccia. Non per niente i cuochi alle loro dipendenze dovevano
brillare tutti nell’arte di cucinare la selvaggina. Per poter correre dietro
ai suoi cervi almeno un intero pomeriggio alla settimana, ogni martedì utile
Honecker faceva concludere tassativamente la riunione del politburo entro le
ore 14. Ma se prendere a fucilate gli animali era un distensivo passatempo,
dare implacabilmente la caccia ai dissidenti del regime rappresentava un
dovere di Stato. Perché se in privato Honecker si abbandonava a qualche
vizietto da capitalista decadente, in pubblico era inflessibile contro chi si
permetteva di criticare la luminosa ideologia di marca sovietica. In questo
aiutato dal suo vicino di casa Erich Mielke, il temuto capo della Stasi,
l’occhiuta polizia politica della Germania Est, dai cui tentacoli nessun
cittadino della DDR poteva sentirsi al riparo. Men che meno lo erano i giovani
votati alla scrittura e al libero pensiero. Per la Stasi vi erano infatti tre
categorie di scrittori. Anzi due. Gli “autori leali”, da aiutare e promuovere.
Poeti come Benito Wogatzki, lodatore ufficiale del Ministero per la Sicurezza
dello Stato: «È bello sapere/che voi siete là ogni secondo/compagni cekisti».
E poi gli “autori negativi”, tra questi addirittura gli “elementi pericolosi
per lo Stato”, a cui doveva venir ermeticamente chiusa la bocca. Alla
Literaturhaus di Berlino la mostra Controculture Letterarie
(Literarische Gegenwelten. Fasanenstraße 23. Berlin-Charlottenburg. Fino al 15
Marzo) rende ora omaggio agli scrittori perseguitati dall’apparato repressivo
gestito dagli inquilini di Wandlitz. In uno slalom tra ciclostilati sovversivi
e verbali della Stasi è così possibile ripercorrere le accidentate biografie
degli spiriti liberi che dovettero scontrarsi con la Repubblica Democratica
Tedesca. Ben pochi di loro, infatti, riuscirono a produrre pressoché
indisturbati come accadde a Christa Wolf, tanto da indurre i maligni a
sospettarla di connivenze segrete con il regime. Lo scrittore Günter Ullmann,
ad esempio, per aver beffardamente preso in giro l’utopia comunista pregando
il comitato centrale di non «stringerci l’orizzonte al collo», si fece
parecchi nuovi “amici” all’interno della sicurezza di Stato. A lui come a
Christian Hekel, attivo nella Lipsia underground degli anni Ottanta, il
Ministero impedì l’accesso allo studio accademico. La poetessa Jutta Petzold
negli anni Sessanta sperava invece di fuggire oltreconfine grazie all’aiuto
della poetessa Ingebor Bachmann e dello storico Sebastian Haffner. Il piano
fallì e la ragazza venne acciuffata e gettata in un istituto psichiatrico. Più
fortuna ebbe Anne Gollin che neppure trentenne, ma già tre volte incarcerata
nelle prigioni di Stato, nei primi anni Ottanta riuscì a passare a Berlino
Ovest, dove tuttora abita. La ragazza di coraggio ne aveva. Tanto da
rivolgersi nelle proprie poesie direttamente ai suoi persecutori. Fino a
canzonarli beffardamente: «spaccatemi anche i denti rimasti/dai colpite/Io
posso parlare anche senza denti».
Il Sole 24 Ore - 26 Febbraio 2006
Le spose che turbano i tedeschi
Il 7 Febbraio del 2005 la giovane Hatun Sürücü viene freddata a Berlino
con tre colpi di pistola alla testa. A premere il grilletto sono i fratelli,
per vendicare l’onta gettata dalla sorella sulla propria famiglia di
“Gastarbeiter”. Anziché accettare il matrimonio organizzatole dai genitori in
Turchia, dove l’avevano riportata quindicenne per darla in sposa a uno
sconosciuto, la ragazza aveva infatti trovato il coraggio di sottrarsi
all’imposizione ritornando in quella che lei sentiva come la sua vera patria,
Berlino. La città che proprio alla Berlinale dell’anno prima aveva premiato
con l’orso d’oro La sposa turca di Fatih Akin, una storia d’amore cruda
e difficile a cavallo tra Germania e Turchia.
Lo shock per l’assassinio di Hatun ha scosso profondamente l’opinione pubblica
tedesca, mostrando l’esistenza di isole franche, dove famiglie di religione
islamica allevano le proprie figlie, all’interno di uno Stato liberale nel
cuore dell’Europa, nella totale sottomissione al retrivo costume patriarcale.
L’interesse dei lettori ha contribuito a favorire una ricca pubblicistica di
giovani scrittrici musulmane, desiderose di raccontare le loro storie di
oppressione e violenze domestiche, culminanti con il matrimonio forzato. Tra i
vari titoli, tutti d’effetto (Io accuso, Nessuno mi ha chiesto, Soffocata
dalle vostre bugie, Fondamentalismo contro le donne) uno dei volumi di
maggiore successo è stato La sposa straniera firmato dalla sociologa di
origini turche Necla Kelek. Per una triste coincidenza, pubblicato proprio
alcuni giorni prima del delitto (Die fremde Braut, Kiepenheuer &
Witsch, Colonia 2005, pagg. 269, € 18,90).
La Kelek, in un misto di autobiografia, pamphlet d’accusa e indagine
giornalistica, descrive i propri sforzi per sottrarsi alla tirannia del padre
e dei fratelli all’interno delle mura domestiche. Chiedendo poi aiuto per le
molte sorelle musulmane costrette a condurre un’esistenza da segregate in
casa. «I tedeschi non mi interessano. Non sono venuta in Germania, ma
in una famiglia», affermano orgogliose e inconsapevoli alcune spose
intervistate in moschea dalla Kelek, il più delle volte trasferitesi nella
Repubblica Federale dopo un matrimonio forzato e senza la benché minima
conoscenza della lingua tedesca o dei costumi occidentali.
Tra le varie usanze della società islamica contemporanea contro cui Necla
Kelek si scaglia, non manca quella del velo, a suo dire pericoloso simbolo
della misoginia islamico-fondamentalista e ghettizzante. Ma la studiosa
esprime giudizi molto duri anche verso l’intellighenzia tedesca di sinistra. A
causa di un generico e confuso amore per la diversità, così come per il timore
di venir tacciati di xenofobia, molti benpensanti chiudono gli occhi di fronte
alla condizione di minorità della donna nelle famiglie degli immigrati.
La sposa straniera, sulla cui copertina una mano di donna timidamente
traspare da un burka nero, è stato accolto dalla stampa tedesca con molte
lodi, ma anche severe critiche. Tra le prime, quelle dell’ex ministro degli
interni Otto Schily, che del libro ha scritto addirittura per lo Spiegel
una recensione d’elogio. Tra le seconde, chi come la F.A.Z. l’ha
voluta accostare alla nostra Oriana Fallaci.
Dopo che il volume ha vinto il “Premio Fratelli Scholl” della città di Monaco,
usato dalla Kelek come ribalta per dichiarare il proprio amore per la
Repubblica Federale e incolpare di nuovo i turchi della fallita integrazione
con la società tedesca («vivono in Germania secondo le regole del loro
villaggio anatolico»), le critiche contro la donna si sono inasprite.
Culminando infine la settimana scorsa nella pubblicazione, sulla prestigiosa
rivista Die Zeit, di un appello contro la Kelek e le sue colleghe
firmato da quasi sessanta studiosi e sociologi dell’immigrazione. Tra le varie
accuse, quella di ricorrere a «metodi poco seri» nella propria indagine sulla
realtà femminile islamica, di usare toni allarmistici e di non saper
distinguere tra “matrimonio forzato” e “matrimonio combinato”. Ostacolando
così il dialogo tra Islam e Occidente e trasformando un problema politico in
una questione morale.
La risposta della scrittrice, che nei mesi passati ha contribuito alla stesura
di un controverso test per la naturalizzazione degli immigrati nel Land del
Baden-Württenberg, non si è fatta attendere. Con una raffica di articoli su
più quotidiani nazionali le accuse di superficialità sono state rispedite al
mittente. Da troppo tempo, così la Kelek, si hanno occhi soltanto per i
presunti successi dell’integrazione. Ma a scontare le conseguenze di questo
colpevole autoinganno, poi, non sono gli accademici in cattedra, bensì le
tante e indifese donne musulmane. Hatun Sürücü era una di loro.
Il Sole 24 Ore - 12 Febbraio 2006
Una famiglia provata
dall’inconscio
«Non renderò le cose facili ai biografi» soleva affermare lapidario Sigmund
Freud. E come se non bastasse le lettere speditegli dalla moglie sono
“blindate” fino al 2113. E tuttavia in occasione dell’anniversario di nascita
è in uscita in Germania una nuova biografia sull’inventore della psicanalisi e
la sua famiglia. (Eva Weissweiler, «Die Freuds» [I Freud],
Kiepenhauer & Witsch, Colonia 2006, pagg. 320, € 22,90).
Freud nasce il 6 Maggio 1856 da genitori ebrei a Freiberg in Moravia,
dove trascorre i primi tre anni di vita, fino a quando mamma e papà non si
trasferiscono precipitosamente a Vienna. Motivo dell’improvviso trasloco sono
i guai finanziari del padre Jacob, verso cui Sigmund avrà parole di disprezzo,
fino a definirlo un «perverso». Salvo nutrire poi alla morte del genitore un
forte sentimento di colpa per i trancianti giudizi.
Al liceo il giovane si appassiona alla tragica vicenda di Edipo: «anche in me
ho trovato amore verso la madre e gelosia nei confronti del padre». A ventisei
anni è dottore in medicina e s’innamora di Martha Bernays, che sposerà dopo un
lungo fidanzamento privo delle tenerezze più elementari. Per Freud, infatti,
il bacio è «un atto perverso, poiché consiste nel congiungimento di due zone
erogene orali al posto dei due genitali», come spiega nell’Introduzione
alla Psicoanalisi (1915-17). Con l’avvicinarsi del matrimonio diventa
sempre più “nevrastenico”. Nel 1884 scopre un medicamento che lo rimette a
nuovo: la cocaina. Ne è talmente entusiasta da scriverne un saggio e
consigliarlo ad amici e parenti. Per le donne pare ottimo contro i dolori
mestruali. Un anno dopo diventa docente all’Università e vince una borsa di
studio come assistente a Parigi presso il neurologo Jean-Martin Charcot,
luminare francese nonché direttore di un rinomato manicomio femminile. Tornato
a Vienna sposa Martha e si trasferisce con lei in un appartamento signorile,
da poco sorto sulle ceneri di un teatro incendiatosi nel corso di una
rappresentazione operistica. La sorella Anna è disgustata. Come può il
fratello dormire tranquillo su un luogo talmente sinistro?
E invece la vita quotidiana di Sigmund procede senza scossoni. Martha è
continuamente incinta. Alla fine avrà dato alla luce sei figli. La donna si
dimostra fredda verso le teorie del marito, da cui si sente talvolta usata
come cavia. Più interessata ai suoi studi è la cognata Minna, legata a Sigmund
da un rapporto più che affettuoso. In quegli anni il professore entra in
contatto con C.G. Jung, giovane studioso a lui legato da un sentimento di
stima talmente profondo da lasciar intravedere un «sottofondo
inconfondibilmente erotico». Lo stesso Jung diverrà in seguito un severo
critico del maestro, accusandolo di ridurre ogni fenomeno della psiche umana
alla sfera sessuale.
A fine secolo esce L’interpretazione dei Sogni, in cui Freud assegna
alle visioni oniriche un’importanza fondamentale per accedere all’inconscio
della psiche. È il testo base di una nuova scienza: la psicanalisi.
In famiglia Freud è un padre spesso freddo, distante e risoluto «come un
soldato italiano», ricorderà il figlio Martin. Se nei suoi studi critica la
retorica oppressiva e bigotta dell’educazione femminile borghese, a casa non
manca di esercitare uno stretto controllo sulle figlie. Più in là negli anni,
invece, quando l’omosessualità di Anna, la figlia minore (amica di Lou
Andreas-Salomé), sfocia nella cotta per Loe
Kann, morfinomane intemperante, Freud reagisce adombrandosi. Non tanto per la
sua inclinazione saffica – dopotutto in Tre saggi sulla teoria Sessuale
(1905) egli stesso attribuisce una latente bisessualità ad ogni individuo –
quanto per la paura di vedersi la ragazza concupita dall’ex marito della Loe,
un collega di Sigmund.
La cadenzata vita di Freud subisce un’improvvisa scossa nel 1914. Con
l’irrompere della Grande Guerra i pazienti scarseggiano. Altri sono i problemi
che gravano gli animi. Tuttavia la dura concretezza delle armi sembra
elettrizzare lo studioso, che si getta a capofitto nella produzione
saggistica. Nel 1915 pubblica le Considerazioni attuali sulla guerra e
sulla morte, tanto pacifistiche da meravigliarsi che la censura ne abbia
permesso l’uscita. Nel ’19 è la volta de Il perturbante, celeberrimo
trattato in cui il professore stende sul lettino la prosa di E.T.A. Hoffmann.
Il 1923 è il suo “annus horribilis”. Prima gli viene diagnosticato un cancro
in bocca, contro cui dovrà lottare per anni, sottoponendosi a più di trenta
operazioni. Poi la tubercolosi falcia il giovane Heinerle, figlio di Sophie, a
cui il nonno era affezionatissimo. Per il dolore atroce Freud cade in
depressione: «lavoro spinto da necessità. In sostanza tutto mi è
indifferente». Provato nel fisico e nell’animo, riesce tuttavia a non
soccombere allo sconforto.
Per il suo ottantesimo compleanno riceve auguri da tutto il mondo. Ad
omaggiarlo non mancano le teste coronate, come la principessa Marie Bonaparte,
sua fedele paziente.
Ma con l’annessione dell’Austria al Terzo Reich il professore è infine
costretto ad abbandonare Vienna e rifugiarsi a Londra. Dove muore l’anno dopo,
ponendo volontariamente fine con la morfina alle proprie sofferenze.
Il Sole 24 Ore - 29 Gennaio 2006
Max e l’etica
dell’incestuosità
La personalità di Max Weber (1864 - 1920) non è meno complessa della sua
magistrale opera teorica. Ma, a differenza di quest’ultima, finora non è mai
stata oggetto di una vera e attenta analisi. Certo abbiamo la corposa
biografia della moglie Marianne, una fonte importante che tuttavia glissa su
diversi aspetti della vita privata e della personalità del marito,
edulcorandone altri a maggiore gloria di entrambi.
A colmare la lacuna ci pensa ora lo storico tedesco Joachim Radkau, smaliziato
outsider della comunità weberiana eppure autore di un lavoro tanto imponente
quanto godibile («Max Weber. Die Leidenschaft des Denkes» [La passione del
pensare], Carl Hanser Verlag, Monaco 2005, pagg. 1007, € 45).
Alla base del lavoro di Radkau vi è la convinzione che l’esperienza famigliare
del «grande tedesco», come lo definì Karl Jaspers, suo fervente ammiratore, si
sviluppi come un filo rosso per tutta la sua vastissima produzione
scientifica, a cominciare dalla tesi di dottorato sulle società in nome
collettivo italiane. Per il giovane Weber il capitalismo si fonda innanzi
tutto sulla capacità di affrontare il rischio. E ciò è possibile grazie a
quell’affidabilità creditizia scaturita da un solido rapporto di fiducia tra i
membri della «comune economia famigliare». Weber mostra come l’essenziale
solidarietà reciproca tra gli attori economici si rafforzi non solamente
durante il concreto svolgimento degli affari, ma anche nei momenti di comune
svago, quando ad esempio ci si ritrova assieme per godere dei piaceri della
tavola.
Ma la comunanza tra gli uomini – che sia di parentela o di spirito – non
ricopre solamente un ruolo importante per i suoi studi teorici. Anzi, è
proprio nell’ambito dei rapporti domestici che il pensoso professore trova il
riparo, la quiete e l’ispirazione necessarie per affrontare il gravoso impegno
dell’analisi sociale: «solamente in grembo alla famiglia matura l’uomo»,
dichiara egli convinto. Osservando la zia materna Ida Baumgarten Weber fa
esperienza diretta, rabbrividendo un poco, di quella rigorosa e implacabile
“etica della coscienza” che analizzerà in futuro affiancandola e
contrapponendola alla più concreta “etica della responsabilità”. È poi sempre
all’ambito dei rapporti di parentela che egli limita il proprio orizzonte
erotico: prende prima una cotta per la cugina Emmy Baumgarten, poi sposa la
nipote di secondo grado Marianne, s’invaghisce più volte di Else Jaffé, amica
intima della moglie nonché amante del fratello minore Alfred e infine
s’infervora per la pianista Mina Tobler, usa a frequentare casa Weber.
Insomma, la tesi freudiana sull’origine incestuosa della libido sembra scritta
apposta per lui.
Non si pensi tuttavia che la famiglia di Max Weber formi un idillio quieto e
sereno. La mamma Helene, ad esempio, si intrufola volentieri nelle faccende
private del figlio già grandicello. Max la ripaga anni dopo con parole
sprezzanti, spalleggiato da Marianne, protagonista di primo piano del
movimento femminista tedesco, che accusa la suocera di avergli inibito
sessualmente il marito. Critica peraltro ingenerosa, poiché Helene Weber,
seppur madre dominante e donna a suo modo profondamente religiosa,
all’occorrenza sa anche trasformarsi in una maliziosa consigliera. Come
avviene nel 1903 quando suggerisce agli attoniti sposi di cercare sollievo
dagli acciacchi invernali riscaldandosi al sole di Biskra, quello stesso
torbido lembo di terra africana descritto l’anno prima dallo scandaloso André
Gide nel suo L’immoralista.
Al fratello Alfred Max Weber è legato da un rapporto intenso ma contrastato,
carico di una tensione e rivalità intellettuali simili al legame tra Heinrich
e Thomas Mann. Il loro carteggio giovanile, fitto di temi religiosi, politici
e storici, rappresenta in nuce ciò di cui Max s’interesserà negli anni a
venire.
Sebbene Max Weber appaia a molti come una personalità severa, taciturna e
sprofondata nei suoi pensieri, egli è ben consapevole dell’importanza
dell’elemento conviviale nella formazione sociale di un individuo. Forse per
questo, al tempo degli studi universitari e dei primi successi professionali,
i suoi momenti più lieti e divertenti sono quelli trascorsi insieme ai ruvidi
e genuini compagni di bevute. Come testimonia il nipote Eduard Baumgarten,
ricordando quanto lo zio sia «con tutta l’anima un compagno: [...] nel bere,
nel cantare, nel fare lo spaccone e raccontare fanfaronate».
Ma Weber è ben lungi dall’essere estraneo all’esperienza del dolore. Se in
tenera età è colpito dalla meningite, da adulto soffre di seri «problemi di
nervi», quali depressione e nevrastenia. Tanto che nel 1898 proprio a causa
dei frequenti tormenti d’animo egli subisce un vero e proprio tracollo
psicofisico. Da cui si riprenderà con successo solamente numerosi anni dopo,
quando lascerà l’insegnamento universitario e si interesserà con sempre
maggior passione alla politica, fino a prestare il proprio significativo
contributo alla stesura della Costituzione della Repubblica di Weimar. Secondo
il biografo causa di tutte le sofferenze di Max Weber, come le frequenti e
tormentose polluzioni notturne, è un irrisolto rapporto di origine masochista
con la sessualità, tale da impedirgli per anni di appagare la moglie.
Che minuziosamente annota e riferisce alla suocera tutto quanto (non) accade
sotto il tetto coniugale.
Il Sole 24 Ore - 22 Gennaio 2006
Dürrenmatt e Frisch, sfida al
caffè
Li prendeva tutti per la gola. Artisti, scrittori, attori,
poeti. Se passavano in città prima o poi andavano a trovarla. Per incontrarsi,
discutere, flirtare e cercare ispirazione. E, naturalmente, per darsi ai
piaceri della tavola. Perché Hulda Zumsteg (1890 – 1990) oltre a saper
ascoltare, era soprattutto un’ottima cuoca. Qualità essenziale per gestire la
Kronenhalle (www.kronenhalle.com),
il leggendario ristorante e caffè letterario di Zurigo, a suo tempo già
frequentato da pittori come Arnold Böcklin e scrittori
quali Gottfried Keller, ma da lei reso ancora più celebre.
Hulda veniva dalla gavetta. Prima di acquistare il locale col marito nel ‘25,
di stanze ne aveva rassettate parecchie. Servendo persino in una bettola in
cui l’oste attirava i clienti esponendo ragazzi con sei dita e donne barbute.
Con la conduzione di Hulda la brasserie zurighese attira sempre più
buongustai, nonché uomini di cultura. Alcuni, peraltro, talmente spiantati da
non potersi permettere di acquistare neanche una ciambella. Come accade a
James Joyce, libero di indulgere alla sua passione per i rognoni flambées
solamente grazie alla generosità della Zumsteg. E proprio al tavolo preferito
da Joyce, in seguito, amerà sedersi il suo grande ammiratore Thornton Wilder.
I sapori e l’ambiente della sua cucina conciliano i talenti più disparati.
Robert Musil, Bertold Brecht, Thomas Mann e Igor Strawinsky all’unisono
concordano sulla bontà dei piatti serviti e sull’affabilità della padrona di
casa. Che ogni giorno rinnova con cura quasi religiosa l’addobbo floreale di
tutte le stanze del locale. Ai tavoli della Kronenhalle Günther Grass discute
con Hans Magnus Enzensberger e Ignazio Silone affascina i commensali con le
sue perspicaci analisi politiche e culturali. Una capatina la fa anche Madre
Teresa, lasciando nel libro degli ospiti un santino devozionale intitolato
Love to Pray. Si stringono amicizie nuove e se ne rompono di antiche.
L’iniziale simpatia, poi trasformatasi in rivalità, tra Max Frisch e Friedrich
Dürrenmatt si sviluppa interamente sotto l’occhio sornione della padrona di
casa.
Nel 1957, in seguito alla morte del marito, il figlio Gustav affianca Hulda
nella conduzione del locale. È già un uomo di mondo, apprezzato a Parigi come
stilista e amante dell’arte. «Ha accompagnato la mia carriera dall’inizio alla
fine» racconta di lui Yves Saint Laurent nell’elegante volume fotografico, da
poco uscito in Germania, dedicato all’istituzione culinaria zurighese.
Gustav prima arricchisce il solido menu svizzero-tedesco del ristorante con
ricette italiane e francesi, per venire incontro al crescente pubblico di
avventori internazionali, tra cui si annoverano Fellini, la Loren e Coco
Chanel. Poi trasforma il locale in museo privato e arreda sale e corridoi con
raffinati dipinti e sculture, esponendo sovente nuovi pezzi o divertendosi a
cambiare posto a quelli vecchi. Picasso, Van Gogh, Kandinsky e Monet
occhieggiano discreti e silenti dalle pareti rivestite di boiserie in legno
scuro, accompagnando il pasto e le conversazioni degli ospiti, mentre
Alberto Giacometti, Joan Mirò
e Marc Chagall non di rado animano di persona le serate del locale. L’unica
volta in cui dalla Kronenhalle sparisce un’opera – siamo nel ’73 e non si
trova più un Mirò – l’apprensione è grande in città. Dopo una settimana,
tuttavia, il dipinto perduto fa capolino dietro a una poltrona: era
semplicemente cascato dal muro.
Karin Giger, Michael Wissing, Nico Cadsky, «Kronenhalle Zürich», Tre Torri, Wiesbaden 2005, pagg. 223, € 56.
Il Sole 24 Ore - 8 Gennaio 2006
Intervista a Claudio Magris. Con Alberto Cavallari alla scoperta del Danubio
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Più volte nei testi di Claudio Magris ricorre il nome del giornalista
Alberto Cavallari (1927 – 1998), uno dei fondatori della rivista Epoca
nel 1950, inviato speciale per il Corriere della Sera dal 1954 al 1969,
poi direttore del Gazzettino di Venezia e corrispondente da Parigi per
La Stampa. Chiamato nel 1981 a risollevare le sorti e la reputazione
di un Corriere della Sera coinvolto nello scandalo P2, Cavallari ne
assunse il comando fino al 1984, quando ritornò nell’amata Parigi e divenne
collaboratore di Repubblica. In una pagina autobiografica, Alberto
Cavallari si dice orgoglioso di un solo elogio critico, quello riservatogli da
Claudio Magris in Danubio.
Nella sua città abbiamo intervistato lo scrittore triestino chiedendogli un
ricordo dell’amico, maestro di vita e scrittura.
Professor Magris, nelle sue opere è ricorrente il tema del confine e del viaggio. Perché?
Per tante ragioni. Anzitutto perché sono nato a Trieste, città di confini. Ma soprattutto per un’esperienza compiuta nell’immediato dopoguerra. Ero ragazzino e il “confine” per me era vicinissimo, più vicino di quanto non lo sia un quartiere di Milano a un altro. E non era un confine qualsiasi, bensì la “cortina di ferro”, che spaccava il mondo in due. Dietro a questo confine cominciava un mondo inquietante, minaccioso, oscuro, un mondo dove Stalin simboleggiava l’ignoto per eccellenza. Però dietro a quello stesso confine si celava un mondo noto e familiare. Erano le terre che avevo conosciuto da bambino quando appartenevano all’Italia, prima di venire occupate e annesse alla Jugoslavia. Il confine è qualcosa che sta contemporaneamente da una parte e dall’altra, è l’identità di noto e ignoto. L’esperienza del confine è fondamentale per la letteratura. Sentire il confine significa avvertire di non trovarsi mai soltanto da una parte. Un sentimento poi riconfermato molti anni dopo dalla lettura di Verde Acqua di Marisa Madieri, dove l’autrice, senza alcuna preoccupazione di essere “politically correct”, narrando della sua esperienza di italiana perseguitata dagli slavi nel momento della vendetta scopre di avere radici in parte anche slave. Sono affascinato dai confini di ogni genere, quelli invisibili che percorrono una città, i confini linguistici, nazionali, religiosi, psicologici, i confini all’interno della stessa personalità. Scrivere è poi anche un continuo viaggiare, spostare i confini, addentrarsi in altri territori.
Un suo grande compagno di viaggio è stato il giornalista Alberto Cavallari. Questi l’ha aiutata, sono sue parole, «ad attraversare la vita». Quando e come lo conobbe?
Alberto lo leggevo prima di conoscerlo. Ricordo in particolare Vicino & Lontano, la sua ottima rubrica poi raccolta in volume. Ricordo la straordinaria intervista a Paolo VI, quella in cui vi è l’immagine fulminea del Papa che si guarda le mani sgomento della propria fragilità. Lo conobbi perché fu Cavallari a telefonarmi, credo nel ’76, perché gli era molto piaciuto un mio pezzo pubblicato sul Corriere dal titolo La vita assente. Ci incontrammo brevemente a Trieste e poi ci rivedemmo a Parigi. Più tardi ci sono stati gli anni straordinari della sua direzione al quotidiano di Via Solferino in cui gli sono stato molto vicino. Insieme abbiamo compiuto tanti viaggi, con i suoi figli, con Marisa. Di Cavallari mi aveva colpito la notevolissima cultura e la capacità da segugio di saper fiutare letteralmente la notizia, oltre all’ inflessibile rigore morale. Alberto aveva la eccezionale capacità di passare da una mutria terribile a un’incredibile capacità inventiva e giocosa. Eravamo personalità molto diverse, ma immediatamente c’è stato un “feeling”: certe amicizie sono come gli amori a prima vista. Gli sono grato per molte cose.
Quali?
Mi ha aiutato – per esempio – a vincere una certa timidezza nello scrivere testi diversi dai miei usuali saggi o articoli professionali. Ma soprattutto gli sono grato per avermi insegnato a osservare e descrivere il mondo. Cavallari un giorno mi disse: «adesso vai a Vienna. Giri per la città, per le strade e scrivi quello che hai visto. Non voglio niente di specifico». Quello, seguito dai molti viaggi danubiani compiuti in sua compagnia, è stato uno dei due momenti di nascita del mio Danubio.
E l’altro momento?
Quando al confine tra Austria e Slovacchia, un settembre, Marisa mi disse, vedendo scintillare il Danubio: «cosa succederebbe se andassimo avanti fino alla fine?». Dopo poco vedemmo una freccia indicare uno sconosciuto Museo del Danubio. Ci sentimmo improvvisamente parte del museo stesso. E parte del Danubio. Ma in quel momento non c’ era Alberto con noi.
Nell’introduzione al Robinson Crusoe di Daniel Defoe da lui tradotta Cavallari parla del «doppiogioco che il giornalismo può contenere». Cavallari era giornalista. Era anche doppiogiochista?
No, e questa è stata la sua grandezza morale e forse, sul piano pratico, un suo limite. In quella splendida prefazione al Robinson Crusoe egli mette in luce il carattere oggettivamente compromissorio in cui ogni azione – e ogni informazione - vengono a trovarsi nel momento in cui vengono compiute e comunicate. E parlare di questo è stato un gran merito intellettuale per una personalità non dialettica come la sua, poco incline al gioco delle parti e incline invece al giudizio morale netto, a suo modo assoluto, incline anche alla reazione istintiva. Cavallari era consapevole del carattere compromissorio dell’agire umano, ma questo non lo portava a deflettere dalla sua integerrima linea morale. Quando un partito di sinistra gli propose di candidarsi al Senato come indipendente rifiutò l’offerta perché non riteneva conciliabile il suo essere giornalista con l’ entrata in politica.
Aveva in mente la distinzione bobbiana tra politica e cultura, in cui se l’uomo di pensiero si mette a fare il politico giocoforza cessa di svolgere il ruolo di coscienza critica della sfera politica?
Esatto. Ma credo che abbia declinato l’offerta anche perché non era proprio tagliato per fare il politico.
Anche Montanelli, un altro grande giornalista, rifiutò il laticlavio offertogli da Cossiga, allora presidente della Repubblica. Ma nonostante la comune lontananza dalle sirene politiche, tra Montanelli e Cavallari (curiosamente scomparsi entrambi il 21 luglio) correva un abisso di antipatia. Come mai?
Mah, non lo so con esattezza. Di “fatti” non ce ne erano stati, o almeno io non li conosco, salvo la legittima concorrenza quando Cavallari era direttore del Corriere e Montanelli a capo de Il Giornale. Certamente il primo Montanelli vedeva in Cavallari il filo-comunista e penso che questi a sua volta vedesse in Montanelli il giornalista eccessivamente brillante e spiritoso. Penso tra i due ci fosse veramente un’antipatia di pelle. Dopotutto entrambe le personalità erano fatte per attirare simpatia e divisioni. Cavallari poteva risultare ostico, sebbene ci fossero persone che lo adoravano. Nelle sue ire era precipitoso, ma imparziale. Sarebbe stato capace di tirare un bicchiere d’acqua anche contro il Presidente della Repubblica, se questi lo avesse fatto arrabbiare. È comprensibile che una tale intransigenza, talvolta eccessiva e aggressivamente polemica, suscitasse antipatie. Comunque tra i due non è mai venuta meno la comune stima professionale e morale. Erano uomini di grande cultura, entrambi venivano da quella generazione di cronisti, ormai quasi estinta, che si era fatta le ossa andando in giro in bicicletta a carpire notizie persino alle vecchiette ricoverate negli ospedali. Uno dei più bei gesti di Montanelli fu proprio ciò che disse in difesa di Cavallari, quando quest’ ultimo fu assurdamente calunniato di essere una spia (!): «ci detestavamo e ci salutavamo a stento. Ma se dovessi toccare con mano gli atti che lo accusano, dubiterei della mia mano».
Qual è stato, a suo avviso, il tratto più caratteristico del giornalismo di Cavallari?
La sua straordinaria capacità di saper cogliere il problema generale nell’elemento effimero e particolare, riflettendo per esempio di economia sulla base di una visita al mercato cittadino. Alberto piombava dall’alto e nello stesso tempo sapeva vedere le cose dal basso. Dietro ai suoi artigli da giornalista vi era comunque una preparazione culturale di altissimo livello. Cavallari era di una cultura straordinaria, i suoi appunti personali sarebbero da pubblicare.
Com'era il Corriere della Sera di Cavallari?
Alberto aveva un grande pregio che era anche un grande difetto. Voleva fare tutto lui, sapeva poco delegare. Era di una straordinaria moralità, dirittura e coraggio. Durante la tempestosa direzione al Corriere egli ha avuto l’ingenuità di credere che finita la battaglia tutti gli sarebbero stati grati per aver salvato la barca. Questo non avvenne e lui ne soffrì. Come giornalista era straordinario. Come direttore credo abbia avuto la fortuna di andare al comando durante un periodo di emergenza, in un momento in cui occorreva vivere con coraggio, bizzarria ed esagerazione. Un po’, fatte le debite proporzioni, come accadde a Churchill. Alberto Cavallari non aveva quelle doti curiali forse necessarie per sapersi talvolta fare guidare dal vento, anziché remarvi furiosamente contro. Ma per questo seppe resistere durante gli anni da trincea della direzione, sopportando i continui attacchi a cui era sottoposto: un vero bombardamento.
Quali le accuse?
Di tutto. Di essere alla mercé dei comunisti, di non essere fedele alla linea del Corriere. Di prendere troppi soldi, come se l’amministrazione del giornale non avesse stabilito lo stipendio previo contratto. Al contrario, Cavallari fu così ingenuo che proprio a causa di un “gerundio contrattuale”, una volta dimesso dalla direzione e «restando» al Corriere come giornalista non gli venne garantito lo stipendio precedente, come invece è uso corrente tra gli ex direttori di Via Solferino che rimangono al giornale. Poi ci fu il famoso processo intentatogli dal Partito Socialista per un articolo sulla corruzione in cui Alberto si dichiarava contro i ladri e a favore dei carabinieri, chiedendosi polemicamente come mai i socialisti lo criticavano: forse che sull’ordine pubblico erano di altro avviso? Cavallari perse in primo grado contro il Partito Socialista ma vinse contro l’onorevole Andò che lo aveva personalmente attaccato in un articolo.
Quando il rapporto professionale tra lei e Cavallari diventò amicizia profonda?
Era già amicizia quando egli assunse la direzione del Corriere. Ci sentivamo e vedevamo molto spesso, in quei frangenti spesso durissimi, con totale fiducia. Diventò amicizia profondissima immediatamente dopo e venne siglata da una comune visita al poeta Biagio Marin e da un bellissimo viaggio a Vienna. L’ amicizia è cresciuta nel tempo, è uno dei legami essenziali della mia vita. L’ amicizia con lui, con sua moglie Marisa, con Paolo e Andrea, i loro figli, amici dei miei.
Nel suo recente L’infinito Viaggiare, proprio rammentando quel viaggio in Austria, lei parla della capacità di Cavallari di «arpionare le cose», ovvero di cogliere la magia nella realtà più banale.
L’ espressione è di Bernardo Valli. Con Cavallari viaggiare era un gusto. Come accennavo prima, io ho veramente imparato a vedere e a descrivere le cose grazie ad Alberto, oltre che a un mio altro compagno di viaggi, Paolo Bozzi. Mi hanno insegnato a correggere l’impostazione deduttiva che avevo. Il Mito Absburgico è chiaramente deduttivo: parte da un’idea e si tuffa nella realtà, sfrondando con l’accetta, per usare un’iperbole, quello che non si conforma alla propria teoria. Da Bozzi ho imparato l’induttività, la capacità di comprendere la realtà partendo dalle qualità secondarie e terziarie dei fenomeni. Cavallari mi ha insegnato a vedere il particolare, interpretare i volti delle persone, seguire le piste. Come un occhio che ingrandisce la realtà per estrarne un dettaglio rivelatore del tutto.
Un esperto cronista dal volto «rapace e magnanimo». Questo il Cavallari da lei descritto in Danubio. Rapace perché arpionava le cose. E magnanimo perché?
Alberto era certamente aggressivo e litigioso. Pronto a combattere ma assolutamente generoso. Mai settario nei giudizi politici, ad esempio. Magnanimo nel modo in cui parlava anche di chi gli era avversario. Capace di capire la vita. Un’anima grande in cui c’è posto per tante cose, anche per quelle difformi. Era drastico, qualche volta troppo drastico nell’esigere autenticità dagli altri. Le sue ire erano funeste. Terribile nelle giornate di humour nero. Apocalittico, ma mai piccino. Duro, ma assolutamente franco e pronto a perdonare. Aveva tanti difettacci, ma nessun difettino. Aveva coraggio, decisione, e una straordinaria lealtà e soprattutto fedeltà. Specie nell’ amicizia.
Cavallari però sapeva anche essere di una «cattiveria satanica», come mi ha confidato suo figlio Paolo. Raccontandomi che un’estate in cui fu rimandato a settembre egli ottenne comunque il permesso di uscire la sera con gli amici, sempre che riuscisse a presentarsi vispo ogni mattina dal prete per la quotidiana ora di ripetizione, fissata alle 7 per volere del padre.
Sì, Alberto era duro e attento alla disciplina, innanzi tutto in famiglia. Ma in questa sua cattiveria mefistofelica c’è anche l’aspetto del “giocatore” che sta spietatamente alle regole del gioco anche duro. Negli ultimi tempi questo suo carattere “militare” si era smussato, diventando più “ebraico-cristiano”; lasciava trasparire con meno pudore la sua grande bontà e capacità di affetto. Eppure, anche fino alla fine, non era capace di frapporre un velo di retorica tra noi e il mondo, benché ciò talvolta sia necessario per vivere. Come Churchill che sotto i bombardamenti di Londra si mostra preoccupato sì, ma delle bertucce di Gibilterra che hanno l’influenza.
Paolo mi ha raccontato
anche di splendide serate goliardiche quando suo padre e lei, dimessi i panni
degli intellettuali seriosi vi abbandonavate a frizzi e lazzi come amiconi in
gita scolastica
Sì, ci raccontavamo tantissime storie esilaranti. Lui quelle dei suoi
compagni di liceo o degli scherzi tirati ai colleghi durante i servizi, anche
di guerra, in giro per il mondo. Io di quando al ginnasio inventai con i miei
amici un’associazione pseudo-radical-comunista, solo perché il preside temeva
che ce ne fosse una. Una cosa che letta oggi è una banale parodia del
Sessantotto, ma allora era il 1956. L’ indimenticabile viaggio a Vienna -
alcuni fra i più bei giorni della mia vita – è stato forse il clou di questi
momenti di risate, di festa, di scherzi, di tempo goduto fraternamente a fondo
con scioperata noncuranza.
Ricordo un giorno in cui Marisa e io siamo andati a Milano per un controllo
piuttosto serio in ospedale. Telefonammo a Cavallai, direttore del
Corriere, per salutarlo e lui ci invitò a pranzo, anticipando la riunione
mattutina al giornale. Quando alla fine del pranzo vide Marisa un po’
rabbuiata per l’ attesa del verdetto imminente e capì il motivo della visita a
Milano, volle assolutamente che andassimo tutti insieme all’ospedale. Ci
recammo in macchina al centro tumori, prendemmo d’infilata una via dove non si
poteva passare, entrando in velocità nel cortile dell’ospedale. Contrariamente
alle sue disposizioni, la scorta armata – che in quegli anni violenti aveva
l’ obbligo di seguirlo – ci aveva seguiti anche lì. Lui subito saltò fuori
dalla macchina aprendo galantemente la porta a Marisa, sconcertando gli uomini
armati che avevano anch’ essi aperto le loro porte e lasciando stupiti tutti i
malati, i medici e gli infermieri presenti.Così, anche una un po’ angosciante
visita medica si trasformò in un’ occasione di divertimento.
Di Cavallari erano celebri tanto la conversazione colta e piacevole…
Era un grande narratore. Era una delizia sentire i racconti sulle sue frequentazioni politiche e giornalistiche parigine. Si parlava della politica francese e di De Gaulle, di scrittura e di libri, di episodi drammatici o buffi, ma tutto questo era condito dal grande amore per il dettaglio, così da menzionare anche le birrerie, i bistrot parigini e le loro cameriere. Voli pindarici, invenzioni linguistiche e grande capacità di sintesi. Conversazioni irresistibili e grande interesse per tutto. Anche per questo è stato un notevolissimo scrittore, malinconico e sanguigno, incisivo, attento al reale e fantasioso.
…quanto le ire improvvise e temibili. In casa Cavallari nella foga dell’argomentazione talvolta volavano anche le sedie. Lei da una conversazione con Alberto uscì sempre e solo arricchito di sapere, o anche di bernoccoli?
No di bernoccoli mai. Con me aveva forse anche un certo riguardo. Ogni tanto, soprattutto negli ultimi tempi, se si toccava il tasto del Corriere, allora troncava direttamente la conversazione. Durante gli scoppi d’ira, era davvero capace di tirare un caffè contro il muro per la rabbia. S’intende, non durante una conversazione su Benedetto Croce e l’estetica. Ma se al Corriere un grafico ad esempio non componeva la pagina secondo le sue direttive, erano guai seri. Ad ogni modo, poi l’ira passava velocemente.
È un caso che l’unico romanzo di Cavallari racconti di un viaggio, anzi di una fuga, ovvero La Fuga di Tolstoj, in cui il grande e anziano scrittore fugge di casa per andare a morire?
Certamente no. Scrisse il racconto in un momento in cui si accentuava in lui un desiderio di fuga generale dal mondo. Come se l’unico rimedio all’inautenticità dei rapporti umani fosse l’andarsene. Da un lato trattava l’argomento in maniera vitale e picaresca, quasi morire fosse un semplice alzarsi dall’osteria e uscire dalla porta. Ma poi avvertiva nella sua pienezza il senso della morte: senza paura ma fortemente. La fuga di Tolstoj gli interessava molto perché in questo ultimo atto del grande scrittore Cavallari aveva saputo cogliere una piena autenticità. La morte di Tolstoj gli pareva una morte per eccellenza: catastrofica ma non ingannevole, schietta e senza darsela a intendere. Una morte senza rete. E credo corrispondesse a quel senso forte della morte che egli aveva, e che devo dire anch’io ogni tanto provo. La morte vista come autenticità, in quel momento forse desiderata anche verso se stesso.
È cambiato il suo modo di viaggiare senza Alberto Cavallari? È cambiato il suo modo di vivere?
Quegli occhi cui non sfuggiva nulla, nel viso grifagno, mi mancano. Nella vita mi manca uno di quei fondamentali amici che nei film western sbucano da un saloon quando sei alle prese con un bandito e ti danno una mano. Senza Alberto Cavallari mi sento certamente più scoperto. Mi tocca far da me.
Si ringrazia il prof. Paolo Cavallari per la disponibiltà prestata nella preparazione dell’intervista.
Il Notiziario della Banca Popolare di Sondrio N. 102 - Dicembre 2006